Dalla sua accogliente plasticità la forza per comprendere, dei tanti eventi della vita, il progetto divino della nostra esistenza

Nella vita di tutti i giorni la saggezza è spesso raffigurata come una persona ormai avanti negli anni che, osservando e meditando a ritroso gli eventi della sua esistenza, ha imparato a trarne insegnamenti preziosi perché ne ha compreso il senso attraverso il loro logico concatenarsi, e non li ha considerati, così, singoli episodi tra loro separati e frutto della sola casualità. Questa immagine dell’incarnazione della saggezza umana oggi si sta perdendo sempre più, unitamente all’apprezzamento per la saggezza stessa, che spesso permette ai più inesperti riguardo alle cose della vita di trarre proficuo insegnamento anche dalle inevitabili e parziali sconfitte che tutti noi, prima o poi, siamo destinati a subire sia in campo professionale, sia in campo affettivo. Il valore sociale della saggezza è sempre più messo a dura prova, quindi, da un relativismo sfrenato che elegge la persona a insindacabile padrona e artefice della propria esistenza, spesso coinvolgendo in essa altri individui portati a seguire coloro che fanno mostra di essere i più sicuri e decisi nelle proprie scelte, quasi che non avessero mai alcun timore delle possibili conseguenze delle stesse.

In realtà questo atteggiamento impulsivo, che tanto si discosta da quello riflessivo – meditativo della persona saggia, è solo il frutto della miopia del cuore, che non valuta mai a lungo termine le scelte del momento, accontentandosi di un vantaggio istantaneo, o quasi, e così infischiandosene bellamente delle conseguenze future, per sé e per gli altri, di questo immediato tornaconto personale. Tutto ciò, trasferito ai più giovani e fragili della società ha fatto del cogli l’attimo e del diman non v’è certezza il motivo dominante di un’ esistenza che conosce solo l’oggi, senza far tesoro del passato, anche storico, di una società comunque in perenne divenire, e di quel futuro che appartiene all’oggi solo quando quest’ultimo è vissuto con moderazione e operosa laboriosità. Le radici di questa perdita di vista dell’esistenza umana in relazione al suo perenne divenire, sono probabilmente da ricercarsi in un’ ideologia che ha finito per annientare anche quel poco o tanto di buono che albergava in ogni settore della società – sia pur inevitabilmente contaminato da un certo grado di corruttibilità – portando a far credere a molti di noi che non possano più esistere figure di riferimento sociale al di fuori di se stessi, in una sorta di deificazione del proprio io che è il paradosso più evidente soprattutto in chi si professa con tanta ostinazione ateo o miscredente.

D’altronde proprio quel Dio dai capelli bianchi e la barba lunga, che abita nel cielo, è stata spesso la raffigurazione dominante di molti e illustri artisti dell’arte pittorica del passato, ed è per questo che, fino a poco tempo fa, l’anziano era un po’ la reincarnazione di questa saggezza divina all’interno delle nostre famiglie, vero tesoro culturale e spirituale, dunque, da custodire nel cuore anche aldilà del naturale termine della sua esistenza. Oggi, invece, l’ invecchiamento, particolarmente quello fisico, è combattuto con tutti i mezzi possibili, e così qualsiasi ruga del viso deve essere prontamente coperta, qualsiasi incanutimento del corpo prontamente nascosto, in quanto entrambi segno di un progressivo disfacimento, del tutto inopportuno rispetto all’imperante edonismo dei nostri giorni. E così l’esistenza umana, superata la soglia fatidica di un’ età, ormai sempre più precoce, perde progressivamente valore, tanto più se da questa non può più trarre godimento e considerazione, e questo, paradossalmente alla sua estensione temporale, finisce per confinarne importanza, nel viverla, quasi esclusivamente agli anni della sua giovinezza.

Una critica a tutto ciò potrebbe essere quella di chi è un po’ stufo di pensare che solo ad una certa età si possa raggiungere quel grado di maturità e di saggezza che da sempre è identificato con i più anziani tra noi e, di conseguenza, anche con le figure professionalmente e socialmente più affermate. Sebbene parzialmente d’accordo con questa critica, è tuttavia necessario che le diverse età della vita imparino a convivere fuori e dentro di noi, apportando spesso, della gioventù, l’ardore necessario alle grandi imprese e ai cambiamenti sociali, dell’anzianità e della sua saggezza, la temperanza auspicabile per essere cauti e astuti nella gestione di tale slancio vitale. Purtroppo, però, siamo tutti troppo abituati a vivere ogni età dell’esistenza umana come parte a se stante, e quindi è innegabile che, finché bambino, adolescente, adulto e anziano non impareranno a convivere in ognuno di noi, dovremo accontentarci di vivere in una società diversificata, che però proprio in questo trova il suo equilibrio ottimale, e lo perde drammaticamente, invece, se solo una componente di esso viene meno.

A questo punto resta da chiedersi da chi apprendere, in ogni fase della nostra età, la virtù della saggezza che ci rende cauti e attendisti di fronte a eventi avversi, e operosi quanto basta a farci trovare pronti quando la vita, e le sue promesse, si incontreranno finalmente con le nostre aspirazioni più legittime. Da medico omeopata mi sembra che emblema di questa saggezza, in natura, sia proprio l’acqua, componente essenziale del pianeta, così come del nostro organismo: nelle sue numerose forme essa è sempre in grado di accogliere la vita, di purificarla, di scuoterla, di amalgamarla con le altre componenti del creato, perché dotata di una plasticità che le permette di insinuarsi in ogni dove, senza mai perdere la sua essenza vitale. Diciamo che l’acqua, allora, è la vita stessa, a volte limpida, altre contaminata, altre ancora agitata, ma sempre disponibile ad accogliere in sé ogni elemento della natura e ad offrirlo in un’architettura geometrica che si adatta a tutto pur di conservare, della vita, la sua naturale purezza. In omeopatia proprio l’acqua è la componente preponderante, e nient’affatto immateriale, di tutti i nostri rimedi, disposta a modificare la sua fisionomia con delicata arrendevolezza al semplice, ripetuto e magistrale scuotimento delle diverse soluzioni contenenti quelle singole sostanze della natura, che solo così diventano terapeutiche ed esclusivamente benefiche.

Imparare dall’acqua è dunque saper raggiungere quella saggezza che ci permette di acquisire in noi tutti gli eventi della vita, elaborandoli in un unico vasto mare che diventa, per ognuno, lo specchio della vita stessa, ora agitato, ora in tempesta, ora placido e tranquillo, ma pur sempre un mare che, nella vastità di un’esistenza vissuta fino in fondo, giungerà a dissolvere nell’infinito, arrivando così ad unirsi a quel cielo, che è la nostra esistenza, finalmente libera di poter tornare ad amare.

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