L’ambiente condizione lo sviluppo di forme allergiche

Il recente progresso delle attività produttive ha beneficiato l’uomo con stili di vita più confortevoli e con ricavi sempre più soddisfacenti, in un moderno approccio di esasperata competitività. Sempre più frequentemente l’uomo si trova a diffondere nell’ambiente elementi naturali, concentrandoli, oppure nuove molecole che sintetizza e impiega come pesticidi (antiparassitari), erbicidi, od altri usi. Di per sè, l’ambiente si comporta come uno specchio, riflettendo sull’uomo le sostanze ricevute, più o meno nocive, veicolate da tre principali vettori: l’acqua che beviamo, l’aria che respiriamo, il cibo con cui ci nutriamo. A sua volta, l’uomo-bersaglio può subire tutti quei malanni che formano la cosiddetta patologia ambientale. Tra i temi affrontati dal volume: nocività del piombo per il feto e per il neonato, rapporti tra la piombemia e i sintomi del saturnismo, medicamenti popolari contenenti piombo, giocattoli di piombo e pigmenti con piombo, vinificazione con attrezzature improprie, distillazione di alcolici con strumenti impropri, cottura di cibi in stoviglie di alluminio, otturazione di carie dentarie con amalgama, osteomalacia da consumo di cibi contaminati da cadmio.

Vi è anche una precisa e lineare relazione fra inquinamento e allergia. La prevalenza delle malattie allergiche quali asma, rinocongiuntivite, eczema atopico e dermatite è aumentata negli ultimi anni. Tra i fattori ambientali che si ritiene abbiano contribuito a questo aumento sono compresi l’esposizione a inquinanti ambientali esterni (outdoor) e interni (indoor), il fumo di tabacco e gli allergeni. La malattia del futuro sarà l’allergia. È questo lo scenario prospettato dagli esperti, secondo cui nei prossimi anni le patologie allergiche sorpasseranno quelle infettive, soprattutto nelle città a rapida crescita demografica nei paesi in via di sviluppo. Negli ultimi 5-10 anni, come rileva uno studio pubblicato sul “Journal of Allergy and Clinical Immunology”, sono aumentati infatti i casi di eczema infantile. La causa è da ricercare, secondo gli studiosi, nei fattori ambientali, perché è altamente improbabile che fattori genetici possano provocare dei cambiamenti così velocemente. «Malattie come l’eczema – spiega Hywel Williams, capo-ricercatore – hanno un impatto pesante sulla vita familiare, con un carico economico paragonabile a quellodell’asma».

Williams ha analizzato circa 300mila bambini di 13-14 anni di 55 Stati e 190mila tra i sei e sette anni di 35 paesi, seguiti in centri per la cura delle allergie. Il maggior calo dei casi di eczema si è avuto nei paesi europei, come Inghilterra, Irlanda, Germania, Svezia, mentre l’incremento più significativo si è avuto in Messico, Cile, Kenya, Algeria e nel Sud-est asiatico. Tra i bambini più piccoli invece l’aumento dei casi è stato rilevante nella maggior parte dei paesi in questi ultimi 5-10 anni. «Ciò ci suggerisce – prosegue Williams – che i fattori ambientali abbiano un ruolo chiave. È comunque possibile prevenire l’eczema con efficaci politiche di salute pubblica».Lo stile di vita nei paesi industrializzati è profondamente cambiato nelle ultime decadi, con cambiamenti nella dieta, nelle dimensioni della famiglia, nel tipo di abitazione e nel tempo trascorso in ambienti chiusi. Studi epidemiologici hanno dimostrato che gli inquinanti possono scatenare riacutizzazioni asmatiche, mentre il loro effetto sull’aumento di prevalenza della malattia è meno chiaro. In teoria l’aumento di prevalenza dell’asma potrebbe essere il risultato dell’aumento di prevalenza dell’atopia, in conseguenza di un’azione adiuvante degli inquinanti sulla produzione di IgE specifiche, o dello scatenamento della malattia da parte degli inquinanti in soggetti predisposti in quanto atopici, anche se asintomatici.

Tra gli inquinanti ambientali, oltre agli inquinanti emessi da sorgenti naturali quali il mare, i vulcani e la vegetazione, esistono quelli di origine artificiale, fra i quali particolarmente rilevanti per i soggetti affetti da malattie allergiche sono l’anidride solforosa (SO2), gli aerosol acidi, gli ossidi di azoto (NO2), l’ozono (O3), le particelle sospese nell’aria di diametro inferiore ai 10 mm (PM10), le particelle emesse dalle auto alimentate a diesel (DEPs). Condizioni climatiche sfavorevoli possono aumentare la dispersione degli inquinanti aerei emessi da sorgenti quali gli insediamenti industriali, il riscaldamento domestico e il traffico autoveicolare. L’inquinamento causato dall’uso di combustibili fossili utilizzati per il riscaldamento è presente soprattutto in inverno. Soggetti asmatici sviluppano broncospasmo per esposizioni a livelli bassi di anidride solforosa (0,25 ppm), in particolare se l’esposizione è associata a esercizio fisico. Un aumento delle concentrazioni di ozono e di particelle può causare una riacutizzazione asmatica. E’ stato stimato un aumento del 3% negli attacchi asmatici per un aumento di 10 mg/m3 di PM10.

Particolare attenzione è stata riservata alla DEP, in quanto oltre l’80% di questo articolato ha un diametro medio tra 0,1 e 0,2 micron, e può quindi rimanere nell’atmosfera per lungo tempo e quando inalato penetra profondamente a livello polmonare. Molti studi di esposizione a DEP hanno dimostrato che il DEP può favorire in soggetti predisposti il passaggio dalla fase di sensibilizzazione a quella di malattia (“slatentizzazione del processo” con comparsa dei sintomi) e può potenziare la risposta allergica. Il nucleo centrale carbonioso del DEP contiene molti composti, tra i quali metalli e idrocarburi policromatici. Questi ultimi esercitano effetti sul sistema immunitario, agendo sulle cellule B, aumentano la produzione di IgE.Il DEP, come l’ozono e il biossido di azoto, provoca un processo infiammatorio nelle vie aeree con vari meccanismi che includono l’aumento della permeabilità epiteliale con conseguente rilascio di mediatori proinfiammatori quali citochine, chemochine, mediatori della cascata dell’acido arachidonico, fattori di crescita e molecole di adesione. Altri meccanismi includono l’attivazione di riflessi bronchiali, analogamente all’azione di istamina e metacolina.

La maggior parte del tempo trascorso in ambiente chiusi rende rilevante anche l’inquinamento indoor. Tra gli inquinanti potenzialmente nocivi, ricordiamo gli ossidi di azoto, il monossido di carbonio, le PM25 e PM10, la formaldeide, i composti organici volatili (VOC), gli allergeni, le endotossine e il fumo passivo. Ambienti interni anche lontani dall’inquinamento urbano contengono allergeni (polveri, peli, forfore…), miceti, batteri, artropodi e sostanze chimiche in grado di agire sull’apparato respiratorio. La chiusura spesso sigillata degli ambienti interni favorisce la crescita di acari e miceti e il ristagno degli inquinanti nell’ambiente. Il livello della polvere di casa nelle abitazioni è predittivo dell’età dell’inizio di respiro sibilante nei bambini a rischio di asma. Alcuni studi hanno suggerito che la gravita dell’asma si correla meglio con i livelli di endotossina (LPS) presente nella polvere di casa che con il livello di allergene nella polvere stessa. Alcuni, ma non tutti gli studi pubblicati, hanno dimostrato un’associazione tra sintomi asmatici ed esposizione a fonti di NO2 come stufe a gas e cucine che utilizzano il propano come combustibile.

Il fumo passivo provoca nei bambini esposti una maggiore prevalenza di sibili e di sintomi simil-asmatici e una maggiore iperreattività bronchiale. Ulteriori ricerche sono necessarie per stabilire il ruolo del articolato (prodotto dal fumo di tabacco, riscaldamento), dei VOC (prodotti da arredamenti, tappeti, rivestimenti tessili e nell’utilizzo di fotocopiatrici e stampanti) presenti negli ambienti interni, nell’insorgenza di asma. Negli ultimi anni, le misure adottate per l’abbattimento delle emissioni nella maggior parte dei paesi industrializzati hanno portato a una diminuzione delle concentrazioni di inquinanti quali l’anidride solforosa e il particolare corpuscolare fini a ultrafini sono aumentati in rapporto all’intensificarsi del traffico autoveicolare. In conclusione, nonostante alcune evidenze epidemiologiche suggeriscano una relazione tra inquinamento e malattie allergiche e di numerosi studi sperimentali, sia in vitro sia in vivo, che evidenziano numerosi meccanismi con i quali gli inquinanti possono provocare un processo infiammatorio delle vie aeree e influenzare la risposta immunitaria nei confronti di materiale allergenico, possiamo comunque affermare un ruolo degli inquinanti per la comparsa di riacutizzazioni asmatiche, ma non siamo in grado di provare con certezza un loro ruolo causale per l’insorgenza delle malattie allergiche, in particolare per l’asma.

Sono necessari ulteriori studi che chiariscano meglio gli effetti biologici degli inquinanti outdoor e indoor nell’asma, il ruolo delle esposizioni professionali per l’asma che insorge in età adulta e la relazione tra suscettibilità individuale ed esposizione a inquinanti. E’ anche necessario che medici, igienisti e ricercatori si mettano d’accordo per chiarire quando è “buona” o “cattiva” la qualità negli ambienti chiusi. Va qui ricordato che Le principali fonti di allergeni indoor provengono soprattutto dagli acari della casa, dagli animali domestici, dagli insetti, dalle piante e dalle muffe. Allergeni esterni, come pollini e muffe, possono comunque penetrare negli ambienti indoor attraverso finestre, porte o il sistema di ventilazione. La natura degli allergeni varia con la stagione, le condizioni del tempo, la collocazione geografica e con l’ambiente indoor. È importante ricordare che esistono anche fonti di allergeni indoor di natura chimica (fumo di tabacco , vernici , insetticidi , prodotti per la pulizia , adesivi e sigillanti , profumi e anche sostanze come l’ossido nitrico ).

Essi sono direttamente associati ai sintomi tipici dell’asma, ma alcuni sono responsabili anche delle dermatiti allergiche. Due nuovi condizioni cliniche legate all’inquinamento sono la Sindrome dell’Edificio Malato e la cosiddetta Sindrome da Sensibilità Chimica Multipla. Il termine “sindrome dell’edificio malato” (Sick Building Sindrome, SBS) descrive una serie di sintomi riportati dagli occupanti di un edificio associati alla permanenza nell’edificio stesso, presentando questo condizioni di cattiva qualità dell’aria indoor tali da poterlo definire “malato”. Si manifesta con sintomi aspecifici ma ripetitivi e non correlati ad un determinato agente, quali: irritazione degli occhi, delle vie aeree e della cute, tosse, senso di costrizione toracica, sensazioni olfattive sgradevoli, nausea, torpore, sonnolenza, cefalea, astenia. I malesseri, avvertibili solo ed esclusivamente durante la permanenza all’interno dell’edificio, possono essere associati a determinate stanze o settori, oppure generalizzati all’intera costruzione. I sintomi si manifestano in una elevata percentuale di soggetti che lavorano in ufficio (in genere superiore al 20%), scompaiono o si attenuano dopo l’uscita e non sono accompagnati da reperti obiettivi rilevanti.

Proprio l’assenza di reperti obiettivi focalizza il problema sulla adeguatezza della qualità dell’aria, intesa come soddisfacimento delle proprie aspettative e raggiungimento di uno stato di benessere. Infatti è difficile poter affermare che vi sia una vera e propria “malattia” causata dalla permanenza in edifici malati, mentre è certo che si può avvertire malessere e senso di irritazione. Il giudizio espresso dagli occupanti è quindi l’unico modo per avere informazioni relative al comfort e ai sintomi aspecifici della sick building syndrome. Tra le possibili cause che provocano la sindrome dell’edificio malato si rilevano:
· Inadeguata ventilazione;
· Presenza di inquinanti chimici provenienti da fonti interne: ad esempio VOC emessi da adesivi, moquette, rivestimenti, mobili, macchine fotocopiatrici, fumo di tabacco, pesticidi, prodotti per la pulizia; monossido di carbonio, ossidi di azoto e particolato aerodisperso prodotti da sistemi di combustione e presenti nel fumo di tabacco;
· Presenza di inquinanti chimici da fonti esterne: gas di scarico delle auto e vari tipi di contaminanti che penetrano all’interno degli edifici tramite finestre e fessure;
· Presenza di contaminanti biologici: batteri, muffe, pollini, virus possono facilmente proliferare nei condotti degli impianti di climatizzazionee ventilazione ed in ambienti con alte percentuali di umidità.

Tali fattori possono combinarsi con altri elementi, come condizioni non idonee di temperatura, umidità, illuminazione e rumorosità ambientale e determinare una generale diminuzione del comfort ambientale ed un conseguente rischio per la salute. La “sensibilità chimica multipla” (Multiple Chemical Sensitivity, MCS) è una sindrome immuno-tossica infiammatoria simile, per certi versi, all’allergia e molto spesso scambiata con essa, poiché i sintomi appaiono e scompaiono con l’allontanamento dalla causa scatenante. È una patologia multisistemica caratterizzata da reazioni di intolleranza dell’organismo ad agenti chimici ed ambientali presenti singolarmente o in combinazione, a concentrazioni generalmente tollerate dalla maggioranza dei soggetti. Le persone colpite presentano diversi gradi di morbilità che vanno da un leggero malessere ad una sintomatologia più grave. I sintomi sono aspecifici e multipli ed interessano vari sistemi fisiologici: sistema renale; gli apparati respiratorio, cardiocircolatorio, digerente, tegumentario; sistema neurologico; sistema muscolo scheletrico ed endocrino-immunitario.

Molto importante è anche l’inquinamento biologico indoor. Gli ambienti domestici non correttamente progettati e costruiti possono favorire lo sviluppo e la proliferazione di molti germi e microrganismi (batteri, funghi, virus, ecc.). A parte la contaminazione dovuta alla presenza negli ambienti di persone non sane, la presenza di impianti di condizionamento estivo, la non traspirabilità delle pareti perimetrali, i non corretti ricambi d’aria, il cattivo isolamento delle superfici esterne, possono determinare condizioni favorevoli al proliferare di agenti patogeni. In particolare è bene porre attenzione ai sistemi di condizionamento dell’aria che, in assenza di una loro corretta manutenzione o di un loro cattivo uso possono rappresentare una ottima nicchia di proliferazione di microrganismi, in particolare i loro filtri. Ancora nella polvere degli ambienti chiusi, in assenza di una efficace ventilazione, possono annidarsi acari e batteri; spore fungine possono crescere, in particolari condizione di temperatura ed umidità, su tappezzerie, tappeti, mouquette e negli ambienti più umidi (bagni e cucine) anche su pareti e pavimenti.

Quasi tutti questi agenti provocano attacchi soprattutto all’apparato respiratorio: polmoniti, faringiti, ascessi polmonari, tosse, asma di tipo allergico, oltre a favorire lo sviluppo di altre forme allergiche. Anche l‘incremento della infertilità maschile è stata correlata, di recente, con l’inquinamento, su base tossica ed anche immunoallergica. L’infertilità maschile è in aumento e tra i responsabili dell’indebolimento degli spermatozoi c’é l’inquinamento ambientale. Ma anche lo stile di vita (stress, fumo, alcol, droghe sono fattori che possono mettere un freno alla spermatogenesi) e l’aumento dell’età in cui si cerca la prima gravidanza: in media, l’uomo italiano che chiede aiuto all’andrologo ha 38 anni. È proprio delle diminuite capacità di procreare in relazione alle abitudini dell’uomo contemporaneo che si occupa il XIX Convegno annuale della Società Italiana di Andrologia (sezione Lombardia-Piemonte-Valle d’Aosta), che si è tenuto a Torino, presieduto dal professor Dario Fontana, primario del reparto di Urologia universitaria 2 dell’ospedale Molinette di Torino. È recente la scoperta che l’inquinamento è un fattore determinante per l’infertilità maschile.

Negli ultimi trent’anni nelle grandi città si è registrato un progressivo calo di fertilità: si è osservata una diminuzione significativa del numero medio di spermatozoi (da 60 milioni nel 1977 a 45 milioni nel 1993 tra i donatori di seme in Danimarca), della loro motilità (con una riduzione annua dell’1% dal 1973 al 1992 a Parigi) e anche della regolarità della loro forma (ogni anno -0,5% dal 1973 al 1992 a Parigi).Questi dati gettano una luce inquietante sul progressivo aumento di richieste agli ambulatori di andrologia. Le sostanze più lesive alla formazione degli spermatozoi sono il Pm10, il biossido di azoto, il biossido di zolfo e il piombo, che si sprigionano dai motori delle automobili, dal riscaldamento delle abitazioni, dalle lavorazioni industriali. Il danno sulla spermatogenesi avviene sia per azione tossica delle sostanze assorbite, sia per la possibile interferenza sui meccanismi ormonali, sia per meccanismi immunitari che creano una sorta di risposta allergica verso spermatozoi e loro precursori.

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