I “miracoli” verdi della Fao L’organismo Onu scommette su una nuova rivoluzione in agricoltura “senza guasti”. Le alternative del Forum della Via contadina UN DIALOGO A DISTANZA, a molte voci, ma con linguaggi diversi. Ci sono i catastrofisti come Lester Brown, il presidente del Worldwatch Institute di Washington, il quale ritiene che siamo entrati in una nuova era di scarsezza di cibo: tesi argomentata ieri durante un seminario. Ci sono gli “ottimisti” della Fao, l’organizzazione delle Nazioni unite per l’agricoltura e l’alimentazione che nella sua sede centrale di Roma oggi inaugura il Vertice mondiale sulla sicurezza alimentare. Nel suo ultimo bollettino Prospettive alimentari, diffuso proprio alla vigilia del Vertice, la Fao sottolinea che la produzione alimentare in genere continua a crescere piu’ della popolazione. E’ vero, la produzione globale di cereali e’ calata nei primi anni ’90, ma grazie al buon raccolto di quest’anno gli stock mondiali aumentano per la prima volta in quattro anni (la Fao pero’ ammette che resteranno al di sotto alla soglia minima di sicurezza e sarebbero dunque insufficienti a garantire cibo per tutti se nel ’97 i raccolti dovessero essere di nuovo in deficit).

La “magica” scienza “Le stime su cui si basa Brown e le nostre si basano sugli stessi dati”, spiega il direttore della divisione Fao per la ricerca e formazione agricola, signor S. Bie: “La differenza sta nella fiducia che riponiamo nella scienza”. Gia’, la scienza. Una parola magica aleggiava ieri mattina nel palazzo della Fao: “Seconda rivoluzione verde”. Negli anni ’60 la produttivita’ agricola (tonnellate di raccolto per ettaro) di ampie regioni in via di sviluppo – in India e Pakistan, poi in Africa e America Latina -crebbe di tre o quattro volte grazie a nuove sementi ibride, selezionate in istituti di ricerca che si applicarono dapprima al riso, poi al grano e al mais. Il “miracolo” era basato su sementi ibride e selezionate e su un uso massiccio di fertilizzanti chimici e pesticidi: si pensi che l’uso di fertilizzanti tra il ’70 e il ’90 e’ aumentato del 360%. La rivoluzione verde non riusci’ ovunque ed ebbe pesanti effetti collaterali, inquinamento, esaurimento delle risorse idriche in molte zone, esclusione dei contadini che non potevano comprare le sementi ad alto rendimento.

Ma la nuova rivoluzione verde, dice il signor Bie, non ripetera’ gli errori della prima. Puntera’ su un’ampia varieta’ di prodotti agricoli, non piu sulla monocoltura. Puntera’ ad aumentare la produttivita’ delle aree delicate dal punto di vista ambientale, delle terre meno fertili, delle regioni piu vulnerabili, in modo da avvantaggiare davvero le popolazioni rurali povere. La nuova rivoluzione agricola produrra’ varieta’ di vegetali capaci di resistere ad ambienti favorevoli, ad esempio alla siccita’, resistenti a insetti e malattie, promette la Fao: questa e’ la “fiducia nella scienza” di cui parla il signor Bie. Negli anni ’60 i governi africani non avevano dato all’agricoltura la priorita’ che meritava, negli investimenti statali: ma questa volta la nuova rivoluzione verde riuscira’ anche in Africa, dobbiamo solo convincere governi e organizzazioni internazionali a investire nella ricerca agricola. Un secondo “miracolo”? A un paio di chilometri in linea d’aria (ma a una grande distanza concettuale) il Forum delle organizzazioni non governative tiene propositi molto diversi.

Il dibattito si svolge nel terminal Ostiense – a malapena reso meno impersonale dai banchetti delle numerose organizzazioni venute da tutto il mondo, dai sari delle signore indiane, dagli abiti multicolori delle africane, dall’esposizione di oggetti di artigianato che qualcuno ha portato con se’ da terre lontane. La rete internazionale Via Contadina, a cui aderisce una sessantina di organizzazioni contadine di tre continenti (Asia, Europa, Americhe), esprime tutto il suo scetticismo sulla nuova rivoluzione verde. La legge del profitto “Fallira’ piu in fretta della prima”, dice il professor K. Swamy, che rappresenta la Karnataka Farmers Association (il Karnataka e’ uno stato dell’India meridionale dove, precisa, ci sono piu contadini che in tutta Europa): “Basano tutto sull’ingegneria genetica. Ma questa ha le sue limitazioni. Inoltre, affida tutto al settore privato: i governi parlano, le corporazioni multinazionali che controllano il mercato di cereali, pesticidi, fertilizzanti, sono anni luce avanti. A loro interessa il proprio profitto, non la sicurezza alimentare delle comunita’ rurali, o la diversita’ biologica, o l’ambiente e la conservazione delle risorse.

Produzione intensiva, controllo dei mercati e profitti”. La sicurezza alimentare non si raggiunge “senza tenere conto di coloro che il cibo producono”, rincalza Rafael Alegri’a di una delle organizzazioni centroamericane di Via Campesina. Alegri’a parla di democratizzazione, di popolazioni rurali che vogliono avere voce in capitolo sulle scelte di politica agricola, di repressione del sindacalismo rurale: la sovranita’ alimentare e’ condizione essenziale per garantire la sicurezza, ma “non si puo’ parlare di sovranita’ alimentare se ai contadini e’ negato il diritto alla terra e alla democrazia”. Ai governi non interessa sviluppare la produzione agricola su piccola scala, quella che garantisce l’approvvigionamento di comunita’ locali rurali e urbane. Le regole del commercio mondiale uccidono i mercati locali. Il professor Swamy sottolinea anche la questione dell’accesso alle risorse genetiche: biotecnologie significa anche che le sementi diventano un bene intellettuale coperto da brevetto, “su questi punti chiave c’e’ una drastica differenza di linguaggio tra i documenti della Fao e i nostri”.

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