Sono lieta di partecipare al Primo Meeting Interdisciplinare di Chirurgia Generale e Chirurgia Plastica con un contributo di carattere sophianalitico e antropologico personalistico esistenziale, che vi inviterà ad un altro sguardo del sintomo e della malattia, rivolto alla persona e alla sua possibilità di divenire più consapevole e più saggia imparando dai segnali del proprio corpo a costruire un nuovo progetto di vita. Due cose mi hanno colpito di questo Meeting: che esso abbia scelto come tema la “silhouette della mammella” e che sia aperto all’apporto di altre discipline oltre a quella medica. Si apre in tal modo la via ad una ricerca più ricca, ad un confronto nuovo e coraggioso con visioni della vita che vanno oltre il suo valore biologico, che non riguardano esclusivamente le problematiche e gli aspetti di un singolo organo o di una singola parte dell’essere umano, ma che hanno l’occhio rivolto anche alla sua totalità ed alla qualità della sua esistenza. Mi sembra un segno di grande apertura mentale e culturale e me ne complimento con gli organizzatori. Ho scoperto con sorpresa che il seno femminile in medicina è chiamato “mamma” (dal latino) e allude soprattutto alla maternità e alla capacità di nutrire, che sono propri della donna.

Forse per questa ragione, quando si parla di mammella non si può fare a meno di sentire forti emozioni e probabilmente io, con il mio intervento di oggi, rappresento proprio quella parte del sentire che può toccare qualche corda intima e profonda dei vissuti personali ed esistenziali. Il mio desiderio è di creare un incontro ed una collaborazione più proficua tra chi è chiamato, come il chirurgo, ad intervenire su una parte del corpo così delicata, così evocativa, così importante per la donna e per la vita umana in genere , e le donne che, come pazienti, hanno bisogno dell’intervento medico sia per una diagnosi sfavorevole e traumatica, sia per una malformazione che natura ha creato e sia anche per una decisione libera di correzione estetica del seno in senso additivo o diminutivo. Il seno nella donna, per le sue funzioni e per la sua forma, ha un’importanza centrale. La prima e più importante funzione è proprio quella indicata dal termine medico, la funzione materna di nutrimento, perché alla crescita di un bambino nel corpo di una donna, corrisponde lo sviluppo del suo seno che , al momento della nascita, è rigonfio di latte.

La pressione sul petto, il contatto orale con il seno materno ( o con un suo sostituto come il biberon) costituiscono uno fra i primi approcci alla vita della quasi totalità degli esseri umani, rimangono indelebilmente impressi nella memoria corporea e sono la base su cui si costruisce l’immagine di sé di ogni nuovo nato. L’allattamento materno ed il contatto pelle-pelle danno il benvenuto nel nuovo universo della vita all’io neo-natale, che esperimenta per la prima volta i suoi cinque sensi e deve attraversare e superare il trauma dell’angoscia di separazione dalla vita intrauterina. E’ indispensabile ristabilire tra madre e figlio quella simbiosi che gli permetta di sentire: “io sono, io appartengo”, in quanto viene nutrito, accolto e protetto in tutti i suoi bisogni. In questa delicata fase di ingresso nel mondo qualsiasi difficoltà o interferenza a tale contatto positivo, siano esse di natura reale, psicologica od esistenziale ottengono l’effetto opposto: “io non sono, io non appartengo”, producendo una ferita dolorosa all’immagine di sé che sarà duratura. Una seconda ed importante funzione del seno è quella di essere un vero e proprio organo di comunicazione, tanto è vero che solo negli esseri umani esso è sviluppato in modo permanente, oltre il periodo dell’allattamento .

Nessun’altra parte del corpo umano è in grado di comunicare affetto in modo altrettanto intenso e caldo come il seno; da nessun’altra parte si piange meglio che su un petto amico. A differenza degli uomini è consuetudine fra le donne, per esempio, stringersi reciprocamente al seno ricavandone una sensazione di tenera sicurezza e stringere qualcuno al petto è sempre un gesto d’amore. Il suo denudamento improvviso è invece provocatorio, suscita sussulti ed emozioni violente, come bene ha capito ed utilizzato Marina Ripa di Meana presentandosi, pochi giorni or sono, alla prima de “Il crepuscolo degli Dei” di Wagner , al teatro alla Scala di Milano, con il petto nudo sotto il cappotto ed una grande scritta ” No Fur” sui seni, a sostegno degli animalisti. Il rapporto del seno femminile, infine, con la sessualità è universalmente riconosciuto. Il seno è l’organo sessuale secondario più importante e la sua forza di attrazione è molto grande; nell’arte della seduzione sull’altro sesso i seni femminili occupano il primo posto e pertanto sono sempre stati ampiamente utilizzati e sfruttati.

Più grandi sono i seni, più sessualmente è attraente la donna: l’industria cinematografica americana e quella italiana, per esempio, hanno spesso utilizzato star formose per far battere il cuore agli uomini e , delle tre cifre richieste (fianchi, vita, seni) la misura del seno è di gran lunga la più importante. L’ideale femminile di Hollywood, attualmente, è quello di una star snella, quasi androgina nella parte inferiore del corpo, ma con seni pronunciati che suggeriscono una sessualità ricca dal punto di vista materno, in virtù della quale l’uomo conquistatore può nascondersi sui seni e farsi coccolare come un bambino da una donna forte. A sostegno di questa ipotesi vorrei ricordare alcuni recenti dati Istat : il 25 per cento dei divorziati , in Italia, torna nella stanza della famiglia d’origine; il 78 per cento dei coniugati vede la madre almeno una volta la settimana, il 33 per cento la incontra tutti i giorni. Per concludere questa introduzione, vorrei dire che anche la forma del seno femminile è importante e che il suo disegno morbido e semisferico è probabilmente all’origine della generale predilezione di ognuno di noi per tutto ciò che è rotondo.

Ho ricordato queste cose per sottolineare quale pregnanza abbia il seno femminile nella vita umana e per dare maggiore spessore agli argomenti che esporrò fra breve. Consultando le statistiche di più Paesi, non ho potuto fare a meno di notare che il cancro al seno è una delle forme più temibili e più frequenti di tumore per una donna e che il numero di interventi di mastectomia è in continuo aumento: in Italia, per esempio, ci sono ogni anno 27.000 nuovi casi di tumore alla mammella ed avvengono 11.400 morti ; nel Nord America, mentre nel 1990 c’erano 150.000 nuovi casi con 54.000 morti, nel 1998 ci sono stati 178.700 casi con 43.500 morti. Se si tiene conto che il sistema di diagnosi precoce ha riportato negli ultimi anni notevoli successi, sono dati impressionanti e hanno provocato in me alcuni interrogativi. Perché il morbido tessuto ghiandolare della mammella, invece di essere il luogo della sicurezza e del piacere, diviene il luogo del crollo del sistema immunitario, si indurisce e diviene maligno nel caso di un carcinoma? Perché, all’interno della parte più bella del corpo femminile, cresce in modo così devastante ed irruente qualcosa di pericoloso e di mortifero? Ed ancora, quando ho visto che gli interventi di chirurgia correttiva sul seno, che ne modificano forma e misura per intervenire su talune malformazioni o per rispondere ai desideri di una nuova forma estetica, sono anch’essi in aumento, mi sono chiesta: perché questa parte così vicina al cuore diviene ,comunque, il luogo di una ferita dolorosa? Perché la donna viene colpita così drammaticamente nel punto più sensibile e più squisitamente femminile del suo corpo e perché essa stessa interviene , di sua volontà, con un taglio proprio in prossimità del cuore? L’Io corporeo femminile mi dice che c’è un inconscio da liberare perché, per ricordare il filosofo Nietsche, dentro il nostro corpo c’è più ragione che nella nostra migliore sapienza.

C’è una ferita grande di cui non abbiamo più memoria, c’è una rabbia negata e rimossa che ha indurito una parte del nostro cuore, c’è un dolore esistenziale che riguarda l’identità femminile: ferita, rabbia e dolore che fa paura contattare, ma dei quali è necessario diventare consapevoli. Se ce ne prendiamo cura considerandoci una unità di corpo, di mente e di spirito, per cui tutto ciò che accade al nostro corpo è un messaggio che il nostro Sé profondo ci invia, con il quale ci invita a fermarci, ad entrare nel dolore senza sentirci delle vittime, allora la ferita ed il male fisico, di qualunque natura essi siano, possono diventare un’opportunità per visitare i paesaggi dell’anima, possono divenire per le donne la via preziosa per costruire una nuova identità ed un nuovo progetto di vita. So che molte ed autorevoli ipotesi sono già state formulate in ordine alle domande che io ho posto prima. Io, oggi, desidero dare a questi quesiti una risposta di tipo esistenziale ed uso questo temine nel senso proposto da Antonio Mercurio, fondatore dell’Antropologia Personalistica Esistenziale, di cui la Sophianalisi è una metodologia scientifica.

Esistenziale in quanto abbraccia l’intero arco della vita di un essere umano, a partire dal suo concepimento fino alla nascita, alla crescita ,all’età adulta, con tutti i fatti positivi e traumatici che gli sono accaduti, con tutti i condizionamenti subiti, con tutte le reazioni come risposte difensive ed offensive ad essi, sia di origine psichica che somatica. Ma anche con tutte le decisioni, consce ed inconsce , prese con la parte di libertà di cui disponeva, in ogni momento della sua esistenza , di scegliere tra l’ amore per se stesso e per il progetto personale di cui ognuno è portatore e l’odio per se stesso, per la madre, per il padre e per la vita tutta , in conseguenza dei traumi e dei rifiuti patiti. Io sono una sophianalista e la Sophianalisi afferma che ognuno di noi si porta dentro il progetto di svilupparsi come Persona, vale a dire come un soggetto capace di amare o di odiare, di amarsi o di odiarsi, capace di creare o di distruggere, capace di sviluppare autonomamente il proprio progetto profondo, imparando a scoprire e a seguire con saggezza le Leggi della vita, leggi che sono inscritte nel suo Sé personale .

Il Sé per la Sophianalisi è un’istanza personale che si trova all’interno di ogni essere umano, è una fonte di luce, di amore, di creatività, di progettualità che ci stimola a nascere alla nostra vera identità, quella adulta e responsabile, staccandoci dai clichès e dai modelli indotti dalla famiglia e dall’ambiente, sentiti come assoluti ed immutabili. E’ la voce profonda che ci provoca irrequietezza, insoddisfazione e depressione quando non la seguiamo e che non si stanca di interpellarci chiedendoci: ” Perché non diventi quello che puoi essere?” Io penso che la donna, oggi, non si accetta più come donna: e già nel primo rapporto con il seno materno si apre una ferita alla propria identità femminile, ferita e dolore che le arrivano diritti al cuore e che esploderanno più tardi nella vita adulta con un attacco aggressivo e drammatico alla parte più femminile del proprio corpo. Le donne non accettano più la loro femminilità: ce lo fanno pensare l’aumento impressionante dei tumori al seno, dei tumori all’utero, le ovulazioni e le mestruazioni sempre più dolorose, i dati Istat delle strutture pubbliche e private che confermano che quattro donne su dieci interrompono la gravidanza per aborto spontaneo.

Le donne si rifiutano come donne e vogliono essere maschi perché i gravami famigliari sono diventati tali e tanti, la cura dei figli è diventata così pesante che tale rifiuto è in buona parte comprensibile e giustificato. Il problema è che da un eccesso, quello della donna “angelo del focolare”, si sta passando all’eccesso opposto e le donne fanno di tutto per negare il femminile ed esaltare il maschile. Ciò avviene per due diversi motivi: il primo è il messaggio che arriva loro dall’esterno, dalla società mercificata dei consumi che dice “devi avere successo e, per avere successo, devi stare fuori casa, perché nel lavoro fuori casa trovi stimoli adeguati e sviluppi un’identità più valida e più importante”. Nel lavoro fuori casa , poi, le donne sviluppano soprattutto identità e qualità maschili entrando in conflitto ed in concorrenza con gli uomini. Un altro motivo parte dalla donna in quanto tale, ha origine dentro di lei che rifiuta il passato, il modello tradizionale femminile ,vale a dire la cura, il nutrimento, l’educazione dei figli, il sostegno dei genitori anziani, l’assistenza ai malati, la gestione di tutte le risorse domestiche, la vocazione al matrimonio e la dedizione alla famiglia.

Tale modello è stato fatto a pezzi dal movimento femminista nel nostro secolo. Le donne vogliono sempre di più essere maschi e, fin dall’adolescenza, iniziano a modellare il proprio corpo in tal senso ricorrendo a forme di anoressia sempre più frequenti per far scomparire le rotondità femminili e richiedono ad ogni età interventi correttivi sui glutei, sulle cosce e sui seni.(L’anoressia, attualmente, interessa quasi una ragazza su dieci, nell’età compresa fra i 12 ed i 30 anni) Ritorna oggi il mito delle Amazzoni, di cui tuttavia possiamo fare una nuova lettura con gli occhi della saggezza, del cuore e dell’arte. Secondo una leggenda Pentesilea, regina delle Amazzoni, si recide il seno destro per poter meglio tendere l’arco in battaglia, cioè per poter essere meglio all’altezza della situazione in un mondo di uomini. Le Amazzoni al suo seguito bloccano la crescita del seno destro alle figlie per attrezzarle meglio alla battaglia della vita ed essere, almeno dalla parte destra, uguali agli uomini. Ebbene, proprio la settimana scorsa, ho avuto notizia di un Laboratorio teatrale dedicato alle Amazzoni, sorto a Palermo per iniziativa di donne che hanno subito un intervento al seno e che hanno deciso di riunirsi per dare vita ad una attività artistica teatrale, che io considero qualcosa di più di una attività terapeutica.

Queste donne infatti, invece di sentirsi vittime della vita, si sono inventate qualcosa proprio a partire da loro grande dolore e dalla identità corporea mutilata, che le può aiutare a diventare creative e a cercare nell’arte drammatica la via per una ricerca corale di una nuova identità, più vera, più ricca, più progettuale. Se le donne soffrono così tanto e pagano un prezzo così alto perché non si accettano più, tutti ne soffrono: stanno male gli uomini come mariti, come fidanzati, come padri ,come figli o come fratelli e anche voi medici siete coinvolti personalmente in questa ferita. E’ necessario partire da questo malessere e da questa disperazione, che comporta tanta violenza su di sé e nei confronti della vita, per aprire una nuova strada e per evitare che si acuisca sempre di più lo scontro fra due maschili, quello femminile che aggredisce e quello maschile che si difende, che si scavi un solco sempre più profondo di incomprensioni, di rancori, di accuse e di solitudine, in cui la solidarietà con gli appartenenti al proprio sesso si cerca solo in funzione dello scontro di potere con l’altro sesso.

Quali sono le prospettive? Indietro non si può e non si deve tornare. L’evoluzione antropologica di questo scorcio di millennio ci dice che la vecchia identità, così definita e diversificata per uomini e donne, non esiste più: è una legge della Vita e del suo processo evolutivo. Ma ci suggerisce anche una speranza: che noi donne, così come abbiamo creato il movimento femminista, ne possiamo creare uno nuovo, che si proponga di sviluppare insieme il maschile conquistato così a caro prezzo ed il femminile negato e ferito, per farli crescere armoniosamente insieme, dentro e fuori di noi, portarli a fusione e creare una nuova identità che ci permetta di nascere alla bellezza del nostro progetto di persone vere, unificate, creative. Ma la donna non può affrontare questo travaglio di parto, con tutte le sofferenze che esso comporta, se non è sostenuta dall’uomo, dalla sua forza, dalla sua intelligenza e dal suo amore , dalla sua decisione di sviluppare di più la propria emotività, la propria sensibilità e la capacità di accogliere accanto al maschile ferito e combattuto un femminile ricco di affetti e di intuizioni.

Insieme, uomini e donne, possiamo lavorare per creare la bellezza e la pienezza della vita costruendo un’identità più ricca, più complessa e più bella di quella che la natura ci ha dato: ecco un progetto ed un valore per cui vale la pena di superare le ferite, le rivalità, le sofferenze sterili e le lotte di potere! Afferma Antonio Mercurio che nascere come bambini è l’opera d’arte della coppia donna-natura, ma nascere come persone è l’opera d’arte della coppia uomo-donna, che devono abbandonare la lotta in atto da sempre fra i due sessi con il possesso, il divoramento ed il predominio dell’uno sull’altro. Questa è la nuova speranza. Tanto dolore fa sperare che forse, alle soglie del Duemila, siamo in presenza di una sorta di travaglio di parto, in cui ” le donne e gli uomini accettano di rinunciare alla propria identità assoluta (sia esso maschio o femmina) per assumere il progetto di creare insieme la vita ed il mondo attraverso l’unione di maschile e femminile in una nuova e comune identità, che li può trascendere ed integrare, quella di PERSONA”. E per questo è necessario che le donne, dopo aver esplorato con dolore il mito delle Amazzoni e della loro regina Pentesilea ( nonostante il sorgere dell’amore, essa muore nella sfida con Achille sotto le mura di Troia), utilizzino tale dolore non per patire ma per creare, e recuperare così la saggezza del mito di Penelope, proposta negli “Ulissidi” di Mercurio.

Nonostante la ferita, il rifiuto ed il dolore, Penelope coltiva la speranza dell’incontro con Ulisse. Mentre Ulisse esplora tutto il Mediterraneo – l’immenso mare della vita personale e cosmica – e patisce mille dolori per trasformare sé da eroe astuto e ladro in un uomo forte, astuto e saggio, capace di diventare un artista della propria vita e della vita dell’universo, Penelope, dal lato opposto del Mediterraneo, compie un viaggio interiore nel mare della sua vita, facendone e disfacendone la trama sul telaio. Non recide parti del corpo, ma con pazienza e con amore impara a conoscere e a recidere l’orgoglio che le ha reso il cuore di pietra, a conoscere e a recidere le pretese, le seduzioni, gli assoluti e la voglia di potenza che le impediscono di crescere, di diventare una donna e di donarsi finalmente ad Ulisse per essere da lui trasformata. Dicevo all’inizio che mi ha molto colpito il titolo del Meeting , “La silhouette della mammella”, con la riproduzione di un quadro di Klimt nella brochure di invito. In questo dipinto viene raffigurato il corpo simbolo della bellezza femminile che nasce, si sviluppa e cresce da uno stato di prostrazione, di dolore, di incompiutezza per opera e per mano dell’artista.

Voi, medici di chirurgia plastica, da tempo avete sposato il valore della bellezza che natura ha creato e profondete la vostra arte per modellarla, ricrearla o mitigare gli effetti devastanti che malattia e morte, con il trascorrere del tempo, producono sulla parte più morbida e più calda del corpo femminile. Noi, sophianalisti e antropologi personalisti esistenziali , da tempo lavoriamo a Cosenza, in Italia ed in Europa per realizzare l’identità di PERSONA e per affermare il diritto alla bellezza ed alla pienezza della vita. C’è la bellezza perduta in seguito a traumi , sofferenze e malattie e c’è la bellezza nuova e più duratura da creare nelle nostre vite, una bellezza che abbia un’anima, un’intelligenza ed un cuore e che, come l’opera d’arte di un grande pittore, sappia fondere insieme opposti come maschile e femminile, amore e odio, vita e morte, disperazione e speranza, scetticismo e fiducia, dolore e creatività, bruttezza e bellezza per vincere gli assalti del tempo e della morte. Se, come chirurghi plastici ed estetici, desiderate che il vostro operato abbia anche uno spessore antropologico, allora lavoriamo insieme e costruiamo una scienza che abbia un cuore ed un’anima.

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