Odio e Perdono sono gli elementi su cui si gioca il cammino dell’Individuazione autentica di Sè

Parlare di perdono, significa parlare di odio. Veniamo al mondo spesso con addosso un progetto di vita che non ci appartiene. Anche nella più totale buona fede, già alla nascita dobbiamo indossare l’abito che i nostri genitori hanno confezionato per noi.

Un genitore in dolce attesa può – in buona fede – sperare che il futuro figlio o figlia potrà aiutarlo a rivalutare la propria immagine all’interno della famiglia di origine; un altro genitore può invece immaginare che il figlio sarà una rivincita contro tutti quelli che hanno sempre pensato che era un buono a nulla; qualche altro genitore invece può immaginare che il futuro figlio sarà il bastone per la sua vecchiaia, mentre un altro spera che il figlio riuscirà a completare i progetti che lui/lei non è riuscito a compiere, qualcuno pensa che nascerà finalmente la femmina che tanto desiderava, e qualcun altro spera che sarà un maschietto per portarlo al tennis o farlo diventare un boy-scout come il papà….

Insomma, per farla breve, quando un bambino nasce – lo voglia o no – ha già pronta un’identità che non gli appartiene e un progetto bell’è fatto apposta per lui. Non necessariamente qualcuno lo farà con dolo o in malafede eppure – implicitamente (o “inconsciamente”, come dicono i bravi psicoterapeuti) – sarà indirizzato e premiato ogni volta che le sue azioni vanno in direzione del “progetto” pensato per lui, e sarà certamente NON incoraggiato – se non a volta addirittura punito – ogni volta che le sue azioni saranno divergenti dal progetto genitoriale.

Pensate che questo sia raro? Pensate che ciò accada solo in poche famiglie, magari piccolo-borghesi o povere o disagiate o peggio disturbate?

Niente affatto: accade in tutte le famiglie! Chi più, chi meno: la progettazione di un figlio è una fase naturale del processo che un adulto compie per maturare ed elaborare il passaggio dall’essere “figlio”, all’essere “genitore” lui stesso. Il problema è che nel corso di questo processo di “genitorialità”, l’adulto – spesso in buona fede – cuce addosso al futuro figlio tutta una serie di propri bisogni non soddisfatti, di vuoti esistenziali, di paure, di proprie rabbie non elaborate, di odii trans-generazionali non risolti, di vendette personali e di aspettative che non è lecito addossare al nascituro.

Ecco perché non appena viene al mondo, nel profondo il bambino già comincia a covare una rabbia sorda e profonda. E’ la rabbia per i condizionamenti esterni: una violenza che spesso non riesce ad avere voce, non riesce a manifestarsi, ad essere dichiarata, gridata, denunciata davanti a tutti: è la violenza di dover assumere obbligatoriamente – pena la perdita dell’amore genitoriale – un ruolo, una funzione, una veste ed un progetto che non gli appartengono.

Spesso questa rabbia può rimanere taciuta ed invisibile per diversi decenni, per poi esplodere con enormi sensi di colpa ed enormi difficoltà. Pensiamo per un momento alla difficoltà di esprimere la rabbia per una violenza così profonda: prima di tutto la cultura dominante impone all’adulto un rispetto verso i genitori, un atteggiamento socialmente accettabile e una gratitudine se non quando religiosa, certamente devota.

E prima? Quando era ancora bambino? Peggio! Il bambino non ha nessuna scelta: esprimere anche velatamente la rabbia significa perdere immediatamente l’amore dei genitori, significa non sopravvivere, significa – come minimo – cominciare un pellegrinaggio presso Neuropsichiatri che devono diagnosticare – nel migliore dei casi – un disturbo psicosomatico, una personalità iper-attiva, una instabilità psico-motoria, ecc.

Ecco allora che la rabbia cova per mesi, per anni, per decenni e decenni: fin quando l’adulto deve irrimediabilmente cominciare a fare i conti con quello che facilmente è diventato un vortice di odio represso e rimosso, spesso completamente ignorato dall’Io cosciente, il quale magari si è socialmente adattato. Adattato? Ma come? Cosa né è stato del progetto autentico di quel bambino? Quanto sarà profonda la scissione tra l’Io adattato e il Sé autentico che non è potuto emergere? Cosa c’è in mezzo a questa scissione?

C’è l’odio rimosso. Odio per l’incapacità affettiva dei genitori, per i loro errori in buon fede (o talvolta anche in malafede) ma che hanno rappresentato una violenza profonda verso un Io non ancora consolidato e incapace di elaborare una strategia di difesa. Ma soprattutto odio verso se stessi.
Odio verso la propria incapacità di respingere e far fronte alle ingiuste richieste del genitore, per la propria incapacità di saper distinguere tra le richieste legittime e quelle illegittime, tra le giuste e le ingiuste, odio per la propria codardia, per la propria incapacità di resistere alla seduzione di un amore strumentale e manipolatorio, odio verso se stessi per non essersi rispettati profondamente, odio verso se stessi per non essere stati fedeli a se stessi ad ogni costo.

Ognuno di questi “odii” rappresenta un macigno granitico lungo il cammino verso la felicità: un ostacolo molto spesso assolutamente nascosto e totalmente ignorato dall’adulto che – inconsapevole – si domanda il motivo di tanta infelicità, di tanta incomprensibilità verso gli eventi dolorosi della propria vita.

Ecco allora che tutti prima o poi, devono fare i conti certamente con un genitore – ahinoi! – umanamente imperfetto, ma soprattutto devono fare i conti con la propria terribile complicità, con il proprio consenso implicito, con l’essersi “svenduti” ad un amore che veniva concesso solo al costo di rinunciare alla propria individualità, alla propria autenticità, al proprio progetto esistenziale profondo, al proprio percorso, alla ricerca del proprio cammino…
Ecco qual è il perdono che spesso l’adulto non riesce a concedere: non tanto il perdono verso le umane imperfezioni del proprio genitore, ma soprattutto non riesce a perdonare se stesso.

Pensate che sia semplice? Pensate che sia automatico? Istintivo? Niente affatto. E’ un processo lento e spesso difficile. L’odio rimosso, volutamente represso nell’oblio più profondo non ne vuole sapere di emergere, non ne vuole sapere di sciogliersi alla luce della verità, non ne vuole sapere di liquefarsi e disgregarsi: cosa lo tiene ancorato e compatto giù nel profondo? La decisione! La decisione dell’individuo di odiarsi per la propria imperfezione: la decisione di un orgoglio incapace di vedere al di là del proprio dolore e del proprio ideale di perfezione irrealistico.

Qual è allora il ruolo del perdono?
Il perdono è uno dei passaggi più difficili ed ardui lungo il cammino verso la propria serenità, verso la propria realizzazione. Perdonare non è facile: ancora meno facile è perdonarsi. Eppure il perdono è l’unica medicina che scioglie il granito dell’odio, è una decisione profonda che comporta determinazione, fermezza e risolutezza, che va scelta e ri-scelta molte volte nel corso della vita, soprattutto nei momenti difficili e dolorosi. Il perdono è una scintilla che porta finalmente luce in quei luoghi profondi dell’animo dove la luce sembra non essere mai giunta: è l’onda del mare che pazientemente discioglie anche i macigni più duri e ostinati. Perdonarsi significa potersi finalmente concedere quella carezza morbida che mai prima di allora era stata concessa.

Il ruolo del perdono è quindi uno dei cambiamenti più profondi che l’individuo affronta nel corso della propria vita e un evento fondamentale lungo il cammino dell’individuazione e dell’affermazione autentica di Sé.

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