Incomunicabilità e solitudine: evitiamole!

Il mese scorso al Teatro Quirino di Roma ho assistito a ‘Il Catalogo’ una commedia delicata e divertente interpretata da due bravi attori: Ennio Fantastichini e Isabella Ferrari. E’ la storia di un incontro-scontro di due mondi diversi che non riescono ad incontrarsi. Ognuno è chiuso nella propria solitudine e non riesce a comunicare. Sembra tutto basato sull’assurdo ed invece rivela profonde verità che si possono riscontrare nella nostra quotidianità. Il protagonista Jean-Jacques, avvocato in carriera, è un uomo con una buona posizione sociale che conduce una vita ordinata, scandita dagli stessi ritmi. E’ uno scapolo gaudente, che passa da una donna all’altra con grande leggerezza, colleziona incontri e ne tiene un catalogo. Sembra molto soddisfatto di sé e tutto funziona finchè un giorno tutto ciò viene mandato all’aria dall’arrivo di Suzanne, una ragazza svagata che prepotentemente sconvolge non solo la casa ma anche la vita interiore ed emotiva del protagonista. Diventa quindi un incontro tra un maschile e un femminile, tra due solitudini che non riescono a trasformarsi per approdare all’accoglienza e all’amore poiché passa attraverso il possesso e quindi diventa una gabbia da cui fuggire.

L’amarezza della situazione mi ha fatto riflettere sull’incomunicabilità, su come spesso ci si arrocca nel proprio mondo, sui propri principi, sul proprio assolutismo senza lasciare spazio all’altro che viene rifiutato, mal sopportato se non corrisponde a quello che noi ci aspettiamo da lui. E questo spesso avviene nei rapporti di coppia quando si pensa sempre che è l’altro che deve cambiare, ci si sente delusi rispetto alle aspettative nutrite durante il periodo cosiddetto “dell’innamoramento” e non si cerca di andare oltre per cui si va incontro a grandi delusioni e drammatiche sofferenze, alla solitudine. L’altro, il partner, è un altro da sè e se si vive la differenza come sensazione di separazione si arriva ad un senso di isolamento e non si vuole né si cerca di comunicare. Ma che amore è se non siamo disposti ad ascoltare, ad accogliere, a vedere cosa di se stessi si proietta sull’altro, come questi ci fa da specchio? Nessuno è perfetto e perché dovrebbe esserlo l’altro? Ci si domanda mai cosa di noi l’altro non accetta? Ci si impegna a cercare dei punti comuni? O si guardano solo quelli che si reputano difetti senza mettere in risalto i pregi dell’altro? E perché si vuole avere potere sull’altro? O si subisce il suo potere? La coppia è una palestra, è una opportunità che abbiamo per essere migliori, per imparare a guardarci dentro, a vedere i nostri bisogni, per imparare ad incontrarsi con l’altro.

Una buona relazione di coppia dovrebbe essere basata sul riconoscimento reciproco e non può essere un campo di battaglia per eliminare le inevitabili differenze, un gioco al massacro per avere l’ultima parola oppure una situazione di calma apparente nella quale ognuno resta chiuso nella propria solitudine ed amarezza. Il rapporto di coppia, è vero, è un impegno ma vale la pena di esplorare questo mondo meraviglioso che può donarci grandi emozioni ed esperienze uniche e che ci aiuta anche a vivere in armonia con noi stessi. Questa consapevolezza nel passato io non l’ho avuta ed ho vissuto un rapporto di coppia esclusivo, chiuso, all’insegna del perbenismo, del sacrificio, del non ascoltarmi e del non ascoltare, della incomunicabilità, della prevaricazione come della sottomissione, ma soprattutto dell’idealizzazione per cui un giorno mi sono trovata a dover affrontare una realtà diversa da quella che mi ero costruita. E quanto dolore!

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