Una pagina scritta è per il grafologo essenzialmente un foglio – uno spazio – bianco in cui il nero del filo grafico si accampa, si dipana, occupa il suo posto, corre e conquista, oppure fluttua, si perde, annega. Osservare quindi l’IMPOSTAZIONE della pagina dà al grafologo numerosi dati. Innanzitutto ad un livello di superficie, quasi di buon senso comune: il rapporto bianco/nero può dar luogo ad una pagina ben costruita , ordinata – è immediata l’indicazione di buone capacità di ordine razionale e d’integrazione socia-le anche nella propria vita. Ovvii differenti ed opposti significati saranno offerti invece da un’impostazione disordinata, senza rispetto per margini, interlinee, proporzioni spaziali (insomma per quelle che sono le convenzioni sociali, forse un po’ banali ma necessarie alla comunicazione e alla vita pubblica), come pure da un’impostazione rigida, senza alcuna libertà e piccola diseguaglianza. Al grafologo preoccupa soprattutto questo secondo tipo di strutturazione della pagina, perché denota una personalità bloccata, compressa – fra-gilissima quindi: non osa nemmeno un po’ lasciarsi andare ed aprirsi alla vita perché teme più o meno incon-sciamente di non saperla affrontare, ma in una tenuta così innaturale c’è sempre rischio di improvvisi perico-losi crolli ed esplosioni che la persona può non essere in grado di gestire.

Talora capita poi di assistere ad un’impostazione che il grafologo definisce insulare: il testo scritto è come un’isola persa in un mare di bianco (margini immensi dai quattro lati). Spesso anche il testo presenta molto bianco al suo interno: grandi spazi fra parole e lettere, grande interlinee, il nero stesso del filo grafico assai leggero ed infiltrato. Bisognerà osservare molto attentamente il contesto grafico, confrontare questa specie con molte altre in modo da darle il significato di volta in volta opportuno: può trattarsi della scrittura del mistico, della persona certo non troppo a contatto con materialità e realizzazioni , felice di una solitudine ricca e piena (il bianco appare infatti particolarmente luminoso ed intenso), ma più probabilmente della per-sona che annega in una solitudine non voluta e vissuta con sofferenza, forse con depressione (ed in tal caso il bianco dà l’impressione di vuoto, d’isolamento, di dolore, di incapacità). Ci avviciniamo in tal modo alla più profonda simbologia dei due “non colori”. Il nero del filo grafico è infatti l’Io dello scrivente, il suo esser-ci qui ed ora e lasciare una traccia, è lo sforzo di costruzione e di re-altà.

Il bianco è l’altro-da-sé, tutto ciò che non è l’Io: le persone, le cose, il passato ed il futuro, il mistero, l’indefinito, il non posseduto, l’inconscio. Un’impostazione compatta, che lasci poco spazio al bianco (margini a filo, parole poco distanziate, piccola interlinea…) indica minore apertura a queste dimensioni: c’è ansia di presenza e di realizzazioni, controllo dell’altro cui non si dà troppo spazio, sensorialità concreta, pensiero logico-deduttivo o praticità materiale, certo minore finezza di sensibilità, d’introspezione, più ridotta capacità d’intuizione e di lavoro simbolico. Solo il contesto grafico preciserà ovviamente in quale direzione interpretativa inoltrarsi e se con-ferire all’eccesso di nero – come spesso accade – il significato di ansia, un’ansia solitamente costruttiva e non paralizzante, l’ansia di chi vuole riempire tutto (tutto lo spazio, il tempo…) con il lavoro ed anche i rap-porti umani (non troppo coinvolgenti talora, più di quantità che di qualità) per non ascoltare troppo – nel si-lenzio – le proprie esigenze più profonde. Un’impostazione spaziata, con molto bianco tra righe, parole, lettere può al contrario voler dire che all’altro (di qualsiasi “altro” si tratti) si lascia molto spazio, forse troppo: il grafismo appare spesso immatu-ro, solitario, flottante, vuoto, invaso da qualcosa di incontrollato, talora depresso ed abbandonico.

La qualità del filo grafico, del suo nero, ci darà comunque le indicazioni interpretative opportune. Ancora una volta l’improbabile e rara perfezione è quindi rappresentata dal giusto mezzo, ossia dalla specie ariosa: un bell’equilibrio tra bianco e nero, con appunto l’aria che passa tra le parole vivificandole, irrobustendole ma non isolandole. E’ l’ariosità della persona che sa realizzarsi senza coincidere con le pro-prie realizzazioni, tanto autonoma da non avere paura né dell’intimità né della solitudine, ben calata nella re-altà ma capace d’intuire l’indefinito e il mistero.

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