Possiamo decidere quotidianamente ciò che è meglio per noi…e non c’è nessun pericolo a farlo

Rimandare gli impegni…ridursi sempre all’ultimo minuto…essere in continua sfida con se e gli altri…gestire equilibri da guerra fredda nei rapporti sociali…ritrovarsi sempre al limite del conflitto… sono solo alcune delle modalità esistenziali che mi vengono alla mente se penso al tema del pericolo ed al rapporto che esso ha con le decisioni che assumiamo. Credo che sono modalità molto comuni e presenti in ciascuno tanto da essere – a seconda della propria storia personale – più o meno determinanti e fondanti di quella capacità che tutti abbiamo e che è insita nell’assumersi decisioni importanti per la nostra vita. Genericamente tendiamo a dare la colpa al tempo ed ai mille impegni che ci prendono tempo e ci riducono poi sempre al limite del “troppo tardi”. Ma è solo una questione oggettiva di tempo e di impegni e quindi indipendente da noi oppure – molte volte – essa è una modalità che usiamo per stabilire un nostro esclusivo e speciale equilibrio nella tensione? In questo articolo voglio esplorare soprattutto quest’ultimo aspetto. Io credo che sono molti – tra cui lo scrivente – coloro i quali usano la tensione della situazione limite come strategia per contattare la propria autenticità motivazionale.

E’ come se nella quotidianità questa componente motivazionale e decisionale non riesca ad emergere liberamente. Penso che molti di noi riescono a contattare con più forza il proprio progetto esistenziale, i sogni ed i passaggi attraverso cui realizzarli, solo nelle fasi di tensione in cui proprio progetti e i sogni vengono ad essere messi in discussione o a rischio. Succede allora che riusciamo a contattare e dialogare con il nostro centro di saggezza e decidere fattivamente il corso che vogliamo dare alla nostra vita. E’ in questa fase che decidiamo che un certo lavoro non ci piace, è in questa fase che riusciamo a dire “no, grazie”, è in questa fase che diciamo alla persona amata “ti amo” è in questa fase che ci sentiamo con i piedi ben piantati per terra e il potere di realizzare la nostra vita ben stretto tra le mani. Prima di questo momento il nostro potere decisionale resta in panchina. Una specie di gioco d’attesa e di forza con la vita. Credo che questo comportamento esprima una ferita antica e tutt’altro che chiusa.

Una ferita che attende sempre di essere risarcita. Una ferita che si manifesta nell’attendere e percepire il pericolo per affermare il proprio Sé. A proposito del progetto vendicativo abbiamo evidenziato come esso scaturisca da una ferita narcisistica ed in risposta ad un dolore da mancata gratificazione. Vedo in questa modalità esistenziale fondata sulla decisionalità reattiva una forma con cui il progetto vendicativo si attua. Così noi affrontiamo la vita, la sfidiamo a duello e continuamente riattualizziamo il nostro trauma per essere risarciti. Un gioco mentale fitto di strategie in cui ci ripetiamo “Stavolta vinco io”.
Vivere a braccetto con la tensione e con il senso perenne di pericolo è un modo per non superare il nostro dolore in modo creativo e trasformativo. Esprime piuttosto il rimanere in attesa di rivincita. E in questa attesa possiamo rimanerci per tutta la vita. La vita propone continuamente momenti in cui operare decisioni e fare superamenti. Penso ad esempio alla decisione di vivere un rapporto di coppia, costruirsi una casa, avere dei figli ecc ecc. Tutte situazioni in cui facilmente possono riaffiorare le paure proiettive. E allora che fare? Attendere che il gioco si fa duro oppure spostare la propria capacità decisionale verso una posizione meno reattiva e più progettuale? Beh l’augurio che faccio a tutti – ed a me – è di operare subito, anzi preventivamente, una decisione centrata sul progetto e quindi sulla serie continua di piccole decisioni che si renderanno necessarie quotidianamente come a correggere la rotta del nostro viaggio. Certo l’appetito di una immediata e fragorosa rivincita con la vita può sempre far gola ma con il tempo si scoprirà che c’è una dimensione più sana e duratura, mi riferisco alla gioia che continuamente ci gratifica e ci rafforza infondendoci la speranza di poter giocare con la vita un gioco nuovo centrato sul benessere globale e non sul rischio. I nostri progetti sono come i bambini, hanno bisogno del giusto tempo e di attenzioni continue. Un tempo siamo stati bambini anche noi e se guardiamo attentamente scopriremo che si c’è stata burrasca ….ma le attenzioni e le premure sono state molte di più.

Noi tutti possiamo decidere quotidianamente ciò che è meglio per noi…e non c’è nessun pericolo a farlo.

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