La prevenzione e la cura

Considero la coppia come una delle più grandi e meravigliose opportunità che la vita ci offre per apprendere l’Arte di amare. Dentro ogni progetto di coppia vengono concentrati sogni, aspettative, desideri e bisogni, pretese e speranze, ansie e dolori che sono un condensato fluido della nostra ‘ragion d’essere’, del motivo ultimo per cui ci troviamo su questa terra.
Le relazioni di coppia sono anche una straordinaria occasione per trasformare vecchi modelli relazionali e schemi mentali di comunicazione, in nuove forme e nuove modalità di percepire noi stessi nel mondo e in relazione profonda con un Altro. La coppia è quindi un’arena dove sperimentare continuamente nuovi ‘abiti’ esistenziali e dove verificare – passo dopo passo – il nostro personale cammino evolutivo.

Uno degli elementi più insidiosi e che più facilmente portano disagio nella relazione di coppia è il giudizio critico. Anche se non ce ne accorgiamo, siamo addestrati e condizionati a giudicare continuamente. Ogni oggetto, evento, circostanza, episodio e occasione della nostra vita sono sottoposti inevitabilmente al nostro conscio o inconscio giudizio.

Questo meccanismo giudicante automatico opera anche all’interno della vita di coppia, e provoca spesso disastri che a lungo andare diventano importanti.

Se vogliamo quindi ‘prevenire’, l’opera più efficace di prevenzione è quella di astenerci dal giudicare, dal criticare, dal misurare ed esprimere sempre il ‘voto’, come invece ci suggerisce il nostro meccanismo ‘giudicante’. Il giudizio dell’Altro infatti – seppure apparentemente supportato da una ragione logica, sostenuto da un ragionamento apparentemente coerente e rigoroso – spesso è un contenitore per veicolare emozioni e sentimenti quali rancore, dispetto, rabbia, insofferenza, odio, ecc.. Se proprio non ne possiamo fare a meno, cerchiamo almeno di esprimere più che la critica, manifestare l’emozione che il partner ci provoca, ovvero il nostro ‘sentire’ in risposta al partner. Questo sistema che può essere definito ‘Parlare in prima persona’, presenta innumerevoli e riconosciuti vantaggi relazionali. Facciamo un esempio banale: quando il partner, malgrado gli avvertimenti, per l’ennesima volta lascia il tubetto di dentifricio aperto, invece di colpevolizzarlo e di accusarlo, proviamo ad utilizzare il sistema di ‘Parlare in prima persona’, dicendo ad esempio che la vista del dentifricio aperto provoca in noi un senso di disagio, oppure un senso di rabbia per il consumo inutile e lo spreco, oppure meglio ancora un senso di frustrazione perché ci ricorda i rimproveri di un’educazione rigorosa.

In altre parole, poniamo e facciamo porre l’attenzione del partner sul disagio che ci provoca e non sul modello filosofico, culturale o etico anti-capitalista ed ecologicamente compatibile. ‘Parlare in prima persona’ aiuta il partner a comprendere profondamente: perlomeno offre un’opportunità per fondare una piattaforma iniziale per un dialogo autentico. Poi è compito di entrambi i partner di svilupparla fino a farla diventare uno stile di comunicazione abituale e positivo.

E’ ampiamente dimostrato che la maggioranza dei litigi o dei conflitti di una coppia sono fondati su discussioni apparentemente banali o di poca importanza: i conflitti realmente ‘vitali’ sono pochissimi e spesso si concludono rapidamente. Le battaglie più estenuanti invece sono proprio quelle istituite sul famoso tubetto di dentifricio piuttosto che sul luogo delle vacanze, sui ritardi agli appuntamenti: insomma niente che vada a toccare i valori profondi dei partner, o il loro progetto di coppia.
Eppure le migliori energie sono impiegate in baruffe e scaramucce che – al di là di ogni banale apparenza – possono alla lunga logorare realmente un rapporto fino a farlo concludere amaramente.

E’ molto utile in questi casi porsi interiormente la seguente domanda: “Ma per me, in questo preciso momento, è più importante avere ragione ed essere confortato dalla soddisfazione, oppure è più importante stare bene con te?”
Di solito se posta con spirito sincero, questa domanda ‘interiore’ è straordinariamente efficace nel far cessare immediatamente le ostilità.

Certamente non basta porsi occasionalmente una domanda interiore: ma è utile interrogarsi profondamente su quali siano i Valori su cui è costruita la propria relazione, chiedersi autenticamente su quali siano le proprie finalità e quali invece le priorità all’interno della coppia.

Quando poi non è più possibile fare ‘opera di prevenzione’, perché le ferite sono ormai consolidate e i dolori sono incancreniti, allora possiamo utilizzare lo strumento del perdono.
Con una piccola avvertenza: perdonare non è facile per moltissimi motivi, ma anche perché il perdono non è una procedura, un complesso di regole, non è un procedimento composto da una serie di criteri o di step, ma si tratta di una decisione interiore realizzata con il cuore. In questi casi, la razionalità non ci aiuta: anzi, spesso ci consiglia di non perdonare e ci mostra con ogni lacerante, ovvia logicità tutte le ragioni (spesso valide!) per cui il perdono non può essere concesso.

Se vogliamo perdonare, dobbiamo quindi realizzare un piccolo miracolo: ovvero astenerci dal valutare una situazione esclusivamente con gli occhi della razionalità, ma concederci di osservarla solo con gli occhi del cuore. La nostra razionalità infatti ha già evidentemente ‘giudicato’ e probabilmente – sulla base di fatti concreti, reali e autentici – ha emesso la sua terribile sentenza di condanna. Se un partner riceve un’offesa, un tradimento, gli viene negato un diritto, scatta inevitabilmente un dolore profondo che spesso non può essere vinto se i partner rimangono pervicacemente legati al ‘piano razionale’: su questa piattaforma ciò che conta è soltanto l’analisi dei fatti, concludere ‘chi ha ragione’ e ‘chi ha torto’ ed emettere una sentenza di condanna.

Questo tipo di analisi – indipendentemente dalla correttezza formale – non è assolutamente utile quando si tratta di dolore umano. Il ciclo del dolore viene spezzato solo dal potere del perdono: non esistono scorciatoie, magie o ricette miracolose. Se vogliamo fare uso dello straordinario strumento del perdono, dobbiamo quindi non solo fare a meno della nostra parte razionale, ma forse dobbiamo anche per una volta, dargli un po’ meno importanza.

Il perdono infatti si pone come finalità ultima quella della riconciliazione, della rappacificazione (interiore o con un’altra persona): tale obiettivo diventa la meta più importante, il fine assoluto a cui va sacrificata ogni considerazione logica, ogni analisi raziocinante. Per vincere la straordinaria forza della razionalità (e del bisogno di vendetta) che lascia inevitabilmente nella lacerazione e nel dolore, dobbiamo usare lo strumento della decisione interiore realizzata con il cuore.

Non perdonare il partner significa attribuirgli una colpa indelebile ed indistruttibile: simbolicamente è come portare quella colpa al di sopra del mondo umano per trasformarla in una colpa eterna, ultraterrena, quasi soprannaturale. Perdonare significa invece offrirgli una possibile riparazione: anche quando l’offesa ricevuta è profonda, concedere una riparazione metaforica significa accettare l’umanità del gesto, la fragilità del partner riconoscendola come una fragilità di tutto il genere umano, anche di chi riceve l’offesa.

Altri importanti ostacoli che si trovano sulla strada della decisione interiore di perdonare sono l’orgoglio e la superbia. Perdonare viene infatti erroneamente assimilato al ‘perdere la battaglia’, allo ‘svalutarsi’, all’umiliarsi, quando invece solo una tempra straordinaria e un carattere autenticamente maturo ed adulto sono in grado di perdonare. Solo un animo solido e fondato su valori umani ed etici profondi è in grado di accogliere il dolore che consegue alla decisione di perdono. Finché permangono residui di onnipotenza infantile non è possibile accettare il limite umano del partner che è lo specchio impietoso del limite umano dentro noi stessi. Ecco perché il perdono è ancora una volta una decisione interiore realizzata con il cuore: la presunzione di avere ragione, la supponenza di chi sa di essere nel giusto, la pretesa di avere soddisfazione (o vendetta) finiscono inevitabilmente con cristallizzare il dolore e inasprire le lacerazioni.

Perdonare il partner ha invece una straordinaria importanza non solo per il mantenimento e il miglioramento della relazione, ma ha anche un effetto di formidabile potenza sull’evoluzione interiore dell’individuo. Riuscire a vedere l’errore del partner con gli occhi del cuore, significa riconoscere anche in se stessi la fragilità della propria esistenza, significa accedere alla gratitudine per l’immenso dono della vita, significa scorgere la grande opportunità di crescita e di evoluzione che il partner – anche con i suoi limiti – ci offre quotidianamente.
Perdonare l’Altro inoltre ci apre la strada ad un evento ancora più importante ma strettamente collegato: il perdonare noi stessi.

Perdonarsi infatti è perlopiù considerato superfluo, inutile, talvolta privo di senso: ‘di cosa dovrei perdonarmi?’ Eppure nel profondo di ogni individuo risiedono silenti e apparentemente immobili, profondi sensi di colpa: sia per colpe reali, per errori, per superficialità, ma anche per colpe inesistenti, immaginarie, per colpe irreali ma vissute e percepite come se fossero perfettamente reali. Insieme al perdono per il partner è molto utile quindi affermare il proprio perdono per motivi che vanno dalla ricerca della perfezione assoluta (e quindi umanamente irraggiungibile), a tutte le pretese rabbiose, al desiderio di potenza e di onnipotenza, ai tanti pensieri negativi e collerici, all’allontanarsi dal proprio cammino evolutivo.

Il perdono nella coppia è quindi una meravigliosa occasione per fare un importante salto di qualità, per passare ad un più elevato livello esistenziale sia personale che all’interno della relazione.

Risorse:

Seminario di Cosmo-Art “Pensiero Positivo e Perdono” – Roma 26/10/2003
Consulenza professionale

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