Il giudizio, il confronto, la rabbia, il rancore, il perdono

Tutti noi, da bambini, siamo stati ammoniti con frasi come “bada ai fatti tuoi” o “non t’ impicciare degli altri” . Erano parole sante, perlopiù buttate là, luoghi comuni a cui non veniva dato il dovuto spessore e pochi ne hanno fatto tesoro. Tutti abbiamo invece sviluppato abbondantemente l’ osservazione, spesso insidiosa, di chi ci stava intorno, talvolta mossi da un’ innocente curiosità, altre da meno nobili sentimenti come il giudicare persone ed eventi e il confrontarci con essi utilizzando tutti i termini di paragone conosciuti dal nostro lessico. L’ottavo comandamento cristiano “ non dire falsa testimonianza” invita i seguaci di questa religione a non falsare la verità nelle relazioni con gli altri, è una norma morale che esorta non solamente a non dire bugie ma anche a dimostrarsi fedeli testimoni della parola di Dio, il quale è verità e vuole la verità. Quando giudichiamo, esprimendo la nostra personale opinione, benevola o meno che sia, trascendiamo la verità divina per dare spazio alla nostra verità; teniamo presente inoltre che siamo portati a vedere negli altri soprattutto quelle manifestazioni che appartengono anche a noi, il prossimo è lo specchio che ci riflette un mondo di immagini e sentimenti a noi già noti.

L’ abitudine di giudicare tutto e tutti prende origine da quella di confrontarsi e genera a sua volta ulteriori confronti, nell’educazione e nella vita di stampo occidentale è di norma portare ad esempio persone e fatti che rispondono a requisiti ideali, perché tutti ci si possa confrontare e adeguare a tali modelli. Il Maestro Osho Rajneesh affermava ai suoi discepoli: “lascia perdere tutto il tuo nozionismo, riscopri il tuo intuito! Solo grazie al tuo intuito conoscerai il divino”. Laddove la mente è perennemente occupata a guardarsi intorno paragonando e sputando sentenze viene a mancare una condizione che lo yoga e tutte le pratiche spirituali ritengono indispensabile per il benessere: l’ “essere presenti a se stessi”, che, in realtà, è l’unico stato che infonde pace e permette ai talenti personali di affiorare al conscio. E’ solo imparando ad osservarci con amore, al di sopra dei giudizi nostri e altrui, che possiamo frequentarci e conoscerci veramente; se escludiamo dalla nostra vita la molla malsana della competizione, che automaticamente scatta sempre quando ci facciamo risucchiare nei vortici del giudicare e confrontare continuamente, difficilmente alimenteremo il risentimento ed emozioni di rabbia, che, per la maggior parte delle teorie, rappresenta una tipica reazione alla frustrazione e alla costrizione tanto fisica che psicologica.

Chi non riesce a scaricare e superare la propria rabbia, ma continua ad alimentarla tenendo in piedi comportamenti scorretti finisce col ricadere in un sentimento molto doloroso, il rancore. Portare rancore a qualcuno o a se stessi vuol dire vivere dentro l’ ostilità, è un sentimento molto amaro che può diventare ossessivo fino a spingerci alla vendetta. Chi prova rancore diventa una vittima, è portato a lamentarsi, a masturbarsi mentalmente, a tenere aperte le ferite anche più vecchie, che non si cicatrizzeranno mai. Il rancore stabilisce un legame indissolubile con chi ci ha offeso e con le offese subite, conduce al risentimento senza tregua dove maciniamo in continuazione un impasto di rabbie, di giudizi, pregiudizi e continui confronti, ottenendo una colla che vincola al passato e a situazioni e persone che finiscono col diventare i nostri carnefici, spesso neanche più visibili. Un via liberatoria c’è ed è quella del perdono, che non significa necessariamente dimenticare, sopprimere completamente ciò o chi ci ha ferito e neanche fare finta di niente, quindi ingannarsi. Il perdono è il lucido distacco dalla sofferenza e dalle ferite, che vengono guarite dall’ energia sottile e potente di un altro grande fondamento dello yoga: “lasciare andare”.

Possiamo anche ripensare alle onte, ma nemmeno la nostra più piccola cellula proverà disagio.

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