… che cos’è? Lo conoscete certamente tutti se avete lavorato in una struttura pubblica o privata almeno una volta nella vita

Lo conoscete per averlo subito sulla vostra pelle, o per averlo agito su quella degli altri (magari inconsapevolmente) oppure “solamente” perché nel privato dei vostri pensieri vi siete sorpresi a compatire e/o ad accusare il/la collega che è in perenne conflitto con il “capo”, che non si allinea (per incapacità o ribellione!) agli standard produttivi, comportamentali e relazionali del vostro luogo di lavoro. Lo conosciamo e collaboriamo tutti alla sua esistenza in modo attivo o passivo, complici o illusoriamente assolti da una colpevole neutralità, proprio come accade per tutti quei fenomeni fisici che si abbattono sulla nostra salute, dove la componente materiale visibile è assente e il mandante indefinibile e inafferrabile, ma i cui effetti risultano devastanti e tangibilissimi come il cancro! (es.: piogge acide, radiazioni atomiche, inquinamento dell’aria da monossido di carbonio, il buco dell’ozono etc, etc). Ma finalmente (ed è un fatto veramente recente rispetto al nord Europa) si comincia a delineare l’identità di questo affatto nuovo fenomeno di violenza sorda e invisibile; questa guerra psicologica messa in atto da capi e colleghi contro un sottoposto o il vicino di scrivania, che spesso s’innesca con un conflitto non risolto degenerando poi in un circolo vizioso inarrestabile, adesso ha un nome: “Mobbing”.

Il termine anglosassone è mutuato dall’etologia ed indica il comportamento aggressivo messo in atto da alcune specie d’uccelli nei confronti dei contendenti intenzionati ad invadere il loro nido; tra i volatili l’estraneo viene accerchiato, intimorito, aggredito e respinto; tra gli umani il collega “estraneo” viene lentamente avvolto da una implacabile cortina di disapprovazione indiretta, ambigua, fatta di chiacchiere, isolamento, derisioni, svalutazioni, sabotaggi, dinieghi arbitrari dei più elementari diritti, ben celati da fantomatiche ed insindacabili “cause di servizio”, (ad esempio differimenti di ferie e permessi), attribuzione di mansioni dequalificate rispetto alla posizione raggiunta; un atmosfera velenosa di cui nessuno si prende la responsabilità e che anzi viene fortemente negata se la vittima tenta di slatentizzarla. E’ forse superfluo precisare che ogni essere ha il suo personale modo di reagire al disagio interiore creato da un tale paradosso esistenziale e attiva risorse difensive – reattive diverse in base alla sua struttura di personalità, ma non è certamente superfluo dire che in caso di mobbing c’è chi fonda associazione di studio e supporto per lavoratori colpiti da vessazioni sul luogo di lavoro, c’è chi si trascina in una vita di lamenti con familiari e amici convinto sempre più della sua inadeguatezza, chi si abitua al malessere da “impotenza cronica”, c’è chi si ammala nel corpo, chi nell’anima e chi si suicida.

Vi sembra esagerato? Francia e Svezia considerano il mobbing la causa scatenante del 10% dei suicidi e omicidi; dalle prime ricerche in Italia, si calcola che siano coinvolti direttamente almeno un milione e mezzo di lavoratori, ma va considerato che il fenomeno è ancora sommerso nel silenzio delle persone colpite che, appesantite da sensi di colpa e dalla difficoltà oggettiva di dimostrare ciò che viene impunemente perpetrato a loro carico, non riescono a trovare la forza di venire allo scoperto. Il mobbing non risparmia nessun ambito lavorativo, anche se colpisce soprattutto il terziario, i quadri e gli impiegati con un buon livello d’istruzione tra i quaranta e i cinquant’anni, senza distinzione di sesso. Una lotta a colpi di angherie e ripicche che assumono le forme più varie ma che hanno sempre l’obiettivo strategico o “spontaneo” di isolare e man mano espellere “il diverso”, di eliminare “l’elemento disturbante” scomodo che con il suo stile dissonante minaccia di sovvertire lo status quo di un sistema lavorativo che fonda la sua stabilità sull’accettazione e il rispetto di regole informali, non dichiarate, quindi indiscutibili e potentissime: – compiacenza verso i superiori o colleghi che godono di una maggiore posizione di potere nel gruppo, – accettazione acritica delle disposizioni dei superiori anche se palesemente controproducenti per la buona organizzazione del lavoro o la qualità della vita dei lavoratori, – omertà verso i piccoli e grandi illeciti quotidiani, – tolleranza per i privilegi di alcuni a scapito di altri con la segreta speranza di ottenerne anche per se o di non perdere anche se di minore entità quelli già acquisiti, – adesione a tutte le convenzioni implicite e alle consuetudini locali che regolano la quotidianità nel luogo di lavoro.

Chi non si adegua a queste regole informali generali e locali che si annidano e si nutrono nel grembo di una struttura e si comporta da essere pensante è certamente candidato all’isolamento prima e all’espulsione poi (a meno che non si redima!). Il mobbing è in realtà un fenomeno assai complesso perché riguarda in senso più ampio le articolate dinamiche intrapsichiche e relazionali nei piccoli e grandi gruppi umani inserite in un altrettanto intricato dedalo di codificate regole aziendali, amministrative, di diritto pubblico e privato, di diritto del lavoro, di codice civile e penale. Nell’intento di comprendere i fenomeni complessi è fruttuoso che gli studiosi li suddividano e li classifichino per maneggiarli più agevolmente, anche se ciò che accade nella nostra esperienza di realtà rimane e si manifesta di volta in volta come fondamentalmente unico, complesso e articolato. Così per il mobbing si parla di “verticale” se si tratta di una strategia aziendale consapevole e predeterminata verso i dipendenti allo scopo di ridurne il numero quindi i costi, o per “svecchiare” il personale.

In questo caso la “scomodità” del lavoratore è legata più direttamente a questioni economiche e di mercato che, diciamo, relazionali, e poiché il licenziamento diretto è praticabile solo per giusta causa (e queste non lo sono!) si ricorre a piani persecutori tali che sia lo stesso dipendente (già fatto fuori) a dimettersi o eliminarsi in qualche modo, come nel caso incredibile ma assolutamente reale della palazzina LAF dell’ILVA di Taranto. Parliamo di dipendenti ma come sappiamo un certo tipo di mobbing, detto bossing (che significa spadroneggiare, comandare, ma non centra niente con l’On. Bossi!) sono vittime anche i collaboratori e i manager soprattutto quando sono in atto fusioni di società, grandi o piccole ristrutturazioni con cambi di management ai vertici aziendali, come nel caso credibilissimo anche se assolutamente filmico di Lester raccontato in “American beauty”. Il mobbing orizzontale, verticale, bossing (e quant’altro non ancora definito) spesso si intrecciano; ogni situazione non è mai pura, per così dire da manuale, ogni storia è unica e specifica e per comprenderla appieno bisogna penetrarla attentamente, viverla proprio come il mal di denti.

Le “molestie morali”, come le definisce M.F. Hirigoyen, autrice francese dell’omonimo libro (ed. Einaudi), si consumano non solo nel lavoro ma anche nella famiglia e nella coppia. In un’intervista rilasciata al quotidiano “La Repubblica” l’autrice afferma che ci sono contesti dai quali non si può sfuggire, “…al contrario degli psicoanalisti interessati solo alla realtà intrapsichica, considero fondamentali i condizionamenti esterni dei rapporti familiari e di lavoro. E se in rapporto alle aggressioni che si subiscono in questi ambiti gli psichiatri hanno la tendenza a vedere i pazienti come corresponsabili delle situazioni di cui sono vittime, trovo che ci siano contesti da cui non si può sfuggire”. A mio parere, (al di là delle contrapposizioni e del delicato problema della corresponsabilità e dell’individuazione dei professionisti dell’assenteismo che tratterò in un altro spazio) il contesto da cui non si può veramente sfuggire e sul quale va canalizzata tutta l’energia ed il lavoro possibile è la nostra condizione umana, che ci vede ad uno stadio storico evolutivo filogenetico paragonabile a quello ontogenetico del bambino che si picchia con il suo coetaneo per il possesso del giocattolo e dove ha la meglio sempre il più “forte”.

“Il potere su”, il potere sulle masse, sull’altro, su gli oggetti, sul denaro … su qualcosa e su qualcuno va smascherato e sostituito con il “potere di”, il potere di fare, creare, collaborare, organizzare e gestire nell’intento di realizzare il benessere di tutti; il potere di ESSERE e lasciar essere piuttosto che quello fallico di AVERE il comando, il potere sano dell’autorevolezza, che si fonda sulla saggezza, la competenza e la coralità, la tolleranza e la comprensione, invece di quello malato dell’autoritarismo, che si fonda sulla bramosia e il narcisismo e spera di salvare se stesso dando la morte all’altro. E’ evidente che questo è un punto d’arrivo ambizioso e forse lontano da venire, ma le utopie si possono realizzare a patto che si inizi a camminare nella direzione corretta. Mi sembra che il movimento e l’interesse che si sta attualmente concentrando sul mobbing attraverso le associazioni, i convegni, i disegni di legge (ce ne sono addirittura quattro), le sentenze già emesse dal tribunale di Torino, gli articoli, i libri (di cui troverete i riferimenti, indirizzi e telefoni in fondo a questo scritto) siano i passi verso la trasformazione “dell’impossibile in possibile”.

LIBRI: – “Cattivi capi cattivi colleghi” di A. e R. Giglioli , Ed. Mondadori – “Il mobbing” di H. Ege, Ed Pitagora – “Il mobbing in Italia” di H. Ege, Ed. Pitagora – “I numeri del mobbing” di H. Ege, Ed. Pitagora – “Stress e mobbing” di H. Ege, Ed. Pitagora – “Molestie morali” di M.F. Hirigoyen, Ed. Einaudi ARTICOLI – “La fabbrica dei mostri” di P.Zanuttini, da “Il Venerdì” del 19 febbraio 1999 – “Ecco il mobbing, veleni in ufficio” di B.Ardù, da “La Repubblica” del 24 luglio 1999 – “Mobbing i comportamenti di vittime e aggressori” da ” La Repubblica” del 26 luglio 1999 – “Persecuzione in ufficio; Torino, corso anti-mobbing” da “La Repubblica” del 25 ottobre 1999 – “Ieri il primo corso di formazione a Torino” di I.Napoli, da “Il Mattino” del 26 ottobre 1999 – “Italiani bravagente” reportage di Marrazzo, da “La Repubblica” del 15 gennaio 2000 – “Mobbing: l’accerchiamento aziendale; ovvero il terrorismo psicologico sul posto di lavoro dalla Redazione di Torino di “Nuova Unità” – “Le cifre sulle vittime del mobbing; discriminazioni sul lavoro, colpiti un milione di italiani” da “Il Messaggero” del 1 febbraio 2000 – “Bossing e salute mentale: un caso estremo, la palazzina LAF dell’ILVA di Taranto” di M.

Lieti seminario “Ambiente di lavoro e disagio psichico: cause e rimedi”; Regione Puglia Azienda Unità Sanitaria Locale TA/1, D.S.M. Taranto 1 Resp. Dr.ssa M.Lieti Tel.099/4704824 INTERNET – “La punta dell’iceberg.it” – “www.solaris.it” ASSOCIAZIONI – “MIMA”, Movimento Italiano Mobizzati Associati, Via Filippo Meda 169, Roma, tel. 064510843 0339-2232038

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