Violenza psicologica sul posto di lavoro: il punto di vista neuropsicofisiologico

Il termine mobbing si sta diffondendo molto in Italia solo in questi ultimi anni. Dal punto di vista etimologico si fa risalire al latino “mobile vulgus”, movimento della gentaglia, e poi dall’ inglese “to mob”, cioè assalire, aggredire. L’uso attuale deriva dagli etologi, gli studiosi del comportamento animale: K. Lorenz descriveva così il comportamento di aggressione del branco verso un animale isolato e di grossa taglia. Il fenomeno a livello umano in realtà è noto da tempo e ora è stato identificato e studiato scientificamente, si tratta di molestie, persecuzioni, violenze psicologiche sistematiche di uno o più colleghi (detti “mobber”) verso un loro collega (“mobbed”) e in questo caso si parla di mobbing orizzontale, oppure del capo verso un collaboratore e si parla di mobbing verticale o bossing. Tuttavia oggi si verifica anche il cosidetto mobbing strategico o organizzativo cioè usato delle aziende per allontanare lavoratori in eccedenza o personale che crea problemi per vari motivi, inducendoli al licenziamento, alla malattia, all’isolamento.

Le forme che il mobbing assume sono diverse: si va dal demansionamento, con affidamento di mansioni inferiori a quelle stabilite alla dequalificazione, cioè dando compiti che degradano la professionalità del lavoratore interessato fino all’isolamento vero e proprio in locali appositi senza quasi alcun compito o con l’uso di scadenze continuamente rimandate con scuse di ogni genere. In altri casi si ricorre ad attacchi diretti o indiretti alla reputazione a volte per invidia, rivalità, diversità di vedute, svalutazione dell’altro per rivalutare se stessi da parte di chi sente il bisogno di stare al di sopra degli altri o per ottenere che la persona si stanchi o reagisca male passando dalla parte del torto…(gli psicologi hanno identificato oltre 40 comportamenti diversi!)

Leymann è stato il principale studioso internazionale sul tema e ha creato un questionario (LIPT) e un’enciclopedia presente su internet. Quest’autore ha configurato il mobbing come un disturbo che per essere ritenuto patologico deve durare almeno per 6 mesi e avvenire in media almeno una volta a settimana dando luogo a conseguenze psicosomatiche o psicologiche e sociali notevoli.
Harald Ege, studioso tedesco che opera in Italia ha fondato l’Associazione contro lo stress e il mobbing psicosociale (PRIMA) a Bologna e ha condotto la prima ricerca italiana sul mobbing (“I numeri del mobbing”, H. Ege 98) descrivendone 6 fasi: conflitto mirato, in cui si identifica la vittima, inizio del mobbing, primi sintomi psicosomatici, abusi dell’amministrazione, aggravamento della salute psicofisica, esclusione dal lavoro. Poi ha descritto il “doppio mobbing” che avviene nella famiglia del “mobbizzato” che scaricando la tensione accumulata sulla famiglia dopo un certo tempo provoca una reazione di saturazione del sistema che passa sulla difensiva e nella chiusura con ulteriore sofferenza dell’interessato. In Italia la Clinica del Lavoro di Milano negli ultimi anni sotto la direzione del dr. Gilioli è divenuto il primo luogo istituzionale per le diagnosi di mobbing, mentre ora è possibile anche farle presso l’ASL RM/E di Roma, presso il centro anti – mobbing diretto dal dr. Pastore, dove pure molto numerose sono le richieste. Vengono riscontrate sintomatologie ansioso -depressive e disturbi dell’adattamento e psicosomatici, ecc.

Altri studiosi descrivono casi più gravi fino al disturbo post – traumatico da stress. Naturalmente questo ha anche gravi conseguenze sociali ed economiche sulla collettività oltre che sulla persona che lo subisce e sulla famiglia costrette spesso a perdere un’entrata economica e aver bisogno di cure mediche e/o psicologiche e spesso di assistenza legale. Il ministro della Sanità Veronesi aveva inserito il mobbing tra le emergenze nazionali principali e la stampa ne aveva dato ampio rilievo ma poi non si era fatto molto di concreto oltre i convegni e alcuni numeri verdi sindacali. Diversi disegni di legge erano stati presentati nella scorsa legislatura, ma nessuno è stato approvato e il problema resta aperto. Finalmente da poco la Regione Lazio ha approvato una legge regionale sul mobbing, la prima in Italia, su proposta del presidente della Commissione Lavoro e Formazione

Claudio Bucci. La legge istituisce un osservatorio regionale, promuove ricerche e formazione, prevede sportelli anti- mobbing con psicologi nelle ASL e comunicazione al datore di lavoro. Hanno collaborato anche le altre associazioni dei “mobbizzati” tra cui la MIMA, Movimento italiano mobbizzati i cui recapiti e le cui attività sono reperibili su internet (www.

lapuntadelliceberg.com). Inoltre a Roma anche l’ISPSEL, Istituto Superiore per la Prevenzione e Sicurezza sul Lavoro, a da tempo attivato un numero di informazioni a cui numerosissime sono giunte le chiamate creando gruppi di auto-aiuto con psicologi curato dalla d.ssa Fattorini. Tuttavia dal punto di vista neuropsicofisiologico ci possiamo chiedere è sufficiente tutto questo? Quali le cause e quali le possibili soluzioni in un’ottica integrata del giusto possibile, via di mezzo tra un giusto ideale e l’attuale situazione con 12 milioni di interessati in Europa e circa 2 milioni in Italia? Per motivi evolutivi e ambientali si sviluppano all’interno del cervello meccanismi automatici quali i condizionamenti che in questo caso fanno sì che la persona che è abituata a comandare e ad abusare tragga da questo sicurezza ed energia per compensare carenze proprie e dall’altra parte chi subisce è condizionato dalla paura o dall’abitudine a reagire per sentirsi più sicuro e non si valutano più oggettivamente le cose chiedendosi cosa è giusto o utile fare per tutti e spesso non si agisce per tempo chiarendo le cose o cercando un altro lavoro prima che la situazione degeneri e i problemi eccessivi portino la persona a deprimersi e a cercare aiuto psicologico e assistenza legale con esiti incerti, essendo difficile portare prove del fatto e anche cercare lavoro in età spesso già avanzata.

Allora cosa si può fare? La conoscenza del cervello ci fa intravedere possibili vie d’uscita, infatti come tutte le grosse sofferenze la perdita del lavoro può provocare un blocco dell’emisfero sinistro veloce e schematico e quindi apre la possibiltà all’emisfero destro prima spesso latente perché più lento nell’elaborazione dell’informazione che dà alla persona impulsi utili alla ricerca di soluzioni nuove, più creative e flessibili e sviluppa sensibiltà e comprensione. Questo processo è più facile se opportunamente aiutato da chi ne ha le competenze con informazioni scientifiche e fisiologiche comunicate in modo giusto nel rispetto dell’attuale stato di evoluzione personale e della sofferenza vissuta.

Quindi anche la più difficile delle situazioni se ben compresa e accettata può dar vita a vie prima inaspettate come la fuoriuscita o la riscoperta di talenti trascurati, di nuova comprensione verso gli altri e sensibilità in persone prima spesso chiuse e portate a un giudizio veloce se prevaleva l’emisfero sinistro del cervello che cerca di primeggiare e avere il controllo di tutto.
Altre volte si trattava di persone di valore con prevalenza dell’emisfero destro ma con difficoltà a comunicare adeguatamente con chi detiene il potere non conoscendo come funziona il cervello dell’altro e la comunicazione, cosa che oggi può essere appresa da tutti grazie agli studi neuropsicofisologici sulle funzioni superiori dell’encefalo (Trimarchi 82) e sviluppando i lobi frontali nella loro capacità di valutazione e decisione cosciente e libera e quindi di un “io cosciente” in grado di guidare e gestire il comportamento della persona.

Tratto da “Cultura e natura”- rivista del CEU 2001

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