Dove non arriva lo Stato c’è il Far West

L’appello di Piergiorgio Welby, malato di distrofia muscolare, al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano riporta a galla un problema complesso e di difficile risoluzione come quello dell’eutanasia. Mentre in Olanda, Belgio e in Oregon (U.S.A.) l’eutanasia è legale anche se rigidamente regolata, nel resto d’Europa se ne è già cominciato a parlare apertamente, spesso senza pregiudizi ideologici, come in Gran Bretagna, Francia, Germania e Spagna. In Italia il tema invece è schiacciato da forti pressioni e rimane un pericoloso tabù da cui quasi tutti si tengono alla larga. Il compito della classe politica è davvero irto di ostacoli e onestamente molto spinoso. Mi domando se gli onorevoli che deleghiamo a governare – gli stessi che tanto frequentemente vediamo bisticciare in Tv – abbiano poi effettivamente la preparazione per risolvere temi già così intrinsecamente complessi. I malati di distrofia in Italia sono circa cinquemila e non è affatto detto che tutti vogliano morire. A questi, vanno aggiunte tutte quelle persone che a causa di malattie invalidanti, incidenti di varia natura, con problematiche genetiche oppure originate sin dalla nascita, possono trovarsi in situazioni analoghe a quelle di Piergiorgio Welby, il quale pur affermando di amare la vita e di avere orrore della morte, chiede di poter esercitare un diritto elementare.

Non si tratta quindi, come ha detto qualcuno forse intimorito da latenti derive zapateriste, di concedere ciecamente l’eutanasia ad interi gruppi di persone, le quali devono essere soppresse solo per il fatto di appartenere ad una categoria. Penso invece che esistano persone, singoli individui, che – così come ha affermato il Presidente della Repubblica – vadano prima di tutto profondamente e rispettosamente ascoltate. L’appello di Welby è straziante e terribilmente lucido. Osservarlo e insieme ascoltare le sue parole sintetizzate dal computer, dà la precisa consapevolezza che quelle parole sono totalmente asciutte, scarnificate e totalmente prive di qualsiasi orpello ideologico. Il coraggio di Welby è tale da lasciare interdetti, senza parole. Difficile dire, per ognuno di noi, cosa faremmo e cosa realmente diremmo, se ci trovassimo nella sua condizione: quali credenze rimarrebbero intatte, quali illusioni, quali convinzioni sarebbero ancora interiormente salde. Voglio immaginare Welby come un esploratore di terre sconosciute, uno che è andato avanti agli altri e dalla sua visuale riesce a comunicare agli altri, a tutti quelli che sono rimasti nei propri salotti, ciò che da lì riesce a vedere.

Probabilmente i suoi messaggi sono difficili da comprendere per chi sta al caldo della propria poltrona. Dal proprio salotto infatti, la visuale è diversa da chi invece si trova sulla frontiera, dove le logiche possono essere diverse. Ma con il dilatarsi dell’aspettativa di vita, il miglioramento dell’alimentazione e delle tecniche mediche, quelli che oggi sono ancora territori di confine, potrebbero domani essere la realtà per migliaia di persone. Quanti di noi domani potrebbero trovarsi in quella terra di mezzo tra la vita e la non-vita? Alimentati artificialmente, ‘respirati’ ed ‘evacuati’ da macchine a ritmo automatico: non-morti ma neppure autenticamente vivi, potremmo anche noi a quel punto domandarci – come Primo Levi – cosa veramente sia la libertà e la dignità umana. L’interrogativo è tutt’altro che ozioso e riguarda tutti, e non soltanto per l’eventualità di trovarsi in analoghe condizioni, ma per definire una volta per tutte a ‘chi’ apparteniamo. Ognuno di noi risolve a modo proprio il mistero dell’origine della vita, ma la domanda è d’obbligo: a chi appartiene la nostra esistenza? A Dio? Allo Stato? Alle religioni? O non è piuttosto un dono? Ma se la vita è un dono, allora vuol dire che è fondato sulla libertà.

Ma soprattutto, una volta che l’ho ricevuto, il dono mi appartiene e ho il dovere di farne una cosa meravigliosa. Ma bisogna affermare con forza e con coraggio che la vita ci appartiene, ne siamo i custodi e ne siamo responsabili fino in fondo, fino all’estremo. Nessuno può arrogarsi il diritto di decidere sulla vita degli altri. Gli Stati e le Nazioni di domani dovranno essere fondate su questi basilari principi. Tutti quelli che ancora si tengono lontano dall’ipocrisia, sanno perfettamente che già oggi moltissime persone in analoghe terribili situazioni, in molti ospedali del mondo – Italia compresa – risolvono in silenzio. Una delle pratiche da tempo più diffuse è quella di chiedere a qualcuno di ‘dimenticare’ sul comodino una siringa con 10 dosi di cortisone endovena. Il coma diabetico è considerato un accesso dolce, una breve anticamera vagamente soporifera. Si tratta di una pratica molto più diffusa di quello che ci piace pensare. Il ritardo legislativo in questo settore non fa altro che sviluppare queste pratiche, le quali essendo illegali, possono ragionevolmente degenerare e andare fuori controllo.

Da quando lo Stato ha regolamentato il divorzio, l’istituto della Famiglia non è più sfasciato di quanto non accadesse al tempo dell’antica Roma o nel recente passato. Ma grazie alla Legge è finito il Far West, e oggi esistono dei percorsi – sicuramente perfettibili – per quanto riguarda il riconoscimento dei diritti delle donne, l’affidamento dei figli, la gestione delle eredità. Da quando lo Stato ha regolamentato l’aborto, le morti per setticemia, embolia, emorragie e complicanze varie, sono state drasticamente ridotte fino a percentuali risibili. Le adolescenti che morivano dissanguate nei bagni pubblici sono solo un lontano ricordo. Le strutture sanitarie non devono sentirsi chiamate ad esprimere una volontà o a sentirti complici. Potersi rivolgere ad una struttura civile in grado di accompagnarti e sostenerti nel compimento della tua – pur dolorosa e lacerante – volontà, è lo specchio della civiltà di un paese. Significa riconoscere che il cittadino – così come recita la Costituzione – fino a prova contraria è responsabile della propria vita e delle proprie azioni. Consapevole di non poter qui esaurire l’argomento, penso che il diritto alla vita è un diritto elementare e inalienabile.

Se lo Stato non accetta di legiferare, sempre più persone saranno abbandonate a se stesse e cercheranno da sole – come è sempre accaduto in passato – pericolose strade alternative. Lo Stato non deve essere ‘favorevole’ al suicidio, ma deve riconoscere che esistono situazioni estreme, circostanze dove le leggi del cosmo si modificano, così come accade approssimandosi alla velocità della luce, e tempo e spazio si curvano e si contraggono. Quando ci si trova in queste situazioni non-ordinarie, le ideologie e le dottrine filosofiche devono fare un passo indietro: ciò che deve prevalere è la volontà inalienabile dell’individuo, la sua piena e dolorosissima responsabilità, il diritto alla dignità umana, qualunque sia il modo con la quale ognuno liberamente la concepisce.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here