I simboli sciamanici e taoisti legati alla Terra

Il nome più antico della Terra, ritrovato nelle remote iscrizioni di Mu, è “Uras”, che significa “sostanza grezza da plasmare”. Un altro nome è “Pneumas”, ossia “Spirito che dona la vita”; i Sumeri la denominavano “Qi”, cioè “energia”. Altri nomi erano: Agora, Gaia, Saras.…ecc. Il nome della Terra dovrebbe essere “Vita” e questo nome richiama la “Madre”. Gli sciamani chiamano la Terra la “Grande Madre”. Ma questa madre, esigente e criptica, va interpretata e controllata, perché può trarre in inganno o diventare distruttiva. Gli sciamani sono i guardiani della Terra, il ponte tra la “Civiltà Umana” e gli “elemeni” che costituiscono le intelligenze animiche creatrici del Pianeta. Gli Sciamani hanno trasmesso la saggezza per molte generazioni e hanno protetto l’ecosistema planetario per decine di migliaia di anni, lungo l’evoluzione di questa civiltà. Ora loro avvertono che l’uomo ha superato ogni limite della sua pazzia e malgrado gli avvertimenti già mandati negli ultimi anni, il cambiamento di coscienza ritarda la sua ascesi. Gli Sciamani sono consapevoli del cambiamento imminente del Pianeta che, per la sua natura di “Madre”, deve ora guarire per poter poi continuare a occuparsi della vita da lei generata .

Gli Sciamani dicono che la Terra è viva e che la sostanza vitale di cui è costituita è un fluido plasmoide ancestrale che fa evolvere le forme in base alla necessità di una continua armonia tra le parti che costituiscono il corpo della Grande Madre. Presso molte civiltà del passato, la magia ha assolto soprattutto il compito di dominare le forze della natura a beneficio degli uomini. Circa cinquemila anni fa una popolazione tribale si stabilì lungo le sponde del Fiume Giallo nella Cina del nord. Questa popolazione non aveva una identità nazionale e non si avventurava mai lontano dalle rive del fiume: le attività quotidiane consistevano nel cacciare, pescare, badare alle greggi e coltivare piccoli appezzamenti di terreno. Per queste popolazioni vento (feng) e acqua (shui) erano cose importanti: venti leggeri portavano buoni raccolti, le acque dei fiumi portavano cibo e assicuravano la sopravvivenza. D’altra parte i venti forti distruggevano i raccolti le acque stagnanti portavano malattie, le piene dei fiumi portavano disastrose inondazioni. Si credeva che il vento, l’acqua, la pioggia, la nebbia, il sole, le nuvole fossero l’energia (qi) del cielo e della terra, l’energia in movimento calmo portava nutrimento, l’energia stagnante o vorticosa era distruttiva.

Di notte, nei villaggi, le persone si raccoglievano attorno ai fuochi e si raccontavano di come avevano perso le greggi in seguito agli assalti delle belve feroci, oppure della violenza del fiume in piena che aveva spazzato via i raccolti. Ma parlavano anche di come i loro capi avessero scacciato le belve feroci e respinto le inondazioni. Le tribù primitive cinesi erano guidate da re-sciamani che possedevano poteri eccezionali: dominavano gli elementi, conoscevano le vie del vento e dell’acqua, i fiumi si piegavano al loro volere, le piante e gli animali rivelavano i loro poteri, parlavano con le forze invisibili, salivano ai cieli e si recavano sottoterra per acquisire nuove conoscenze utili alla tribù. I più famosi capi leggendari sciamani furono Fu Xi e Fu Yu. Fu Xi fu uno dei mitici sovrani cinesi, vissuto, secondo la tradizione, tra il 2952 e il 2836 a.C. Narra la leggenda che la madre, una ragazza chiamata Huaxu, un giorno soleggiato si divertiva accanto ad una palude; un’orma gigante la attrasse ed ella, piena di interesse, la calpestò con i piedi, rimanendo incinta di Fu Xi.

In quella palude, abitavano i draghi: sembra infatti che Fu Xi avesse quattro occhi e una coda di serpente; veniva rappresentato sempre allacciato, tramite la coda, alla sorella Nüwa, che prese in sposa, lei con un compasso, lui con una squadra in mano; i due strumenti indicano che i due sovrani inventarono norme, regole, standard. I riti e le pratiche religiose derivate dallo sciamanesimo hanno lo scopo di mettere in comunicazione con gli spiriti e proteggere dai demoni; si tratta dunque di una via per mitigare le sofferenze umane. Difatti, Fu Xi, è considerato il primo eroe civilizzatore cinese, in quanto a lui vengono attribuite l’invenzione, della metallurgia, della scrittura, del calendario, oltre ad essere stato anche l’iniziatore di varie attività umane, tra cui l’allevamento degli animali, la pesca, la musica. Secondo la tradizione, Fu Xi è reputato essere il fondatore dell’arte divinatoria in Cina in seguito alla sua scoperta di Ho Tu (la sequenza del fiume Ho) che costituisce il prototipo degli Otto Trigrammi del Cielo Anteriore (Tou Tian Ba Gua). Questa sequenza era scritta sul dorso di un cavallo che emerse dalle acque del fiume Ho.

Questa sequenza è utilizzata dal Feng Shui per la identificazione di luoghi propizi per la sepoltura dei defunti. Secondo la tradizione, il mitico Fu Yu sarebbe stato il fondatore della dinastia Xia (2200-1750 a.C.) che avrebbe contato in tutto 17 sovrani. Non sappiamo molto di questo periodo, all’infuori dei racconti mitici; tuttavia dai reperti archeologici in nostro possesso, è possibile stabilire che in questo periodo la Cina aveva già una società strutturata con una agricoltura ed un artigianato relativamente avanzati. Le leggende raccontano che Yu non era un comune mortale. Non aveva una madre ma fu generato direttamente dal corpo del padre Kun. Kun era stato scelto dal capo tribù Shun per respingere le inondazioni, ma fallì e perse la vita; il suo cadavere fu abbandonato alle pendici di un monte. Per tre anni Yu rimase dentro il cadavere del padre. Poi Shun risuscitò nelle sembianze di un orso bruno: si aprì allora la pancia e fece uscire Yu, che si trasformò anche lui in un orso. Si racconta che per tutta la vita l’aspetto di Yu continuò ad oscillare fra umano e ferino e che camminò sempre con un’andatura strascicata che divenne nota come il “passo dell’orso”.

Al tempo della dinastia Zhou, un migliaio di anni dopo la leggendaria epoca di Yu, i sacerdoti si vestivano ancora di pelli d’orso e quando eseguivano la danza della forza in onore di Yu il Grande grugnivano e trascinavano i piedi. Si racconta che quando Yu crebbe continuò il lavoro del padre e riuscì dove lui aveva fallito perché le forze sacre gli avevano fatto dono del mitico Libro delle Acque (Shui Jing). Inoltre Yu viaggiò spesso fino alle stelle per imparare dagli spiriti celesti. La danza di Yu, una danza della forza capace di far volare Yu fino al cielo, si è conservata nei testi taoisti, e fu danzata da generazioni di sacerdoti, mistici e stregoni: ancora oggi viene danzata dai praticanti delle arti alchemiche interiori. Yu non era solo in grado di assumere l’aspetto degli animali, ma li comprendeva e si fidava di loro; gli animali gli rivelavano in cambio i loro segreti. Quando le acque dell’inondazione si ritirarono, Yu vide una tartaruga emergere dal fiume: sul suo dorso c’era il disegno del quadrato Lo Shu (la sequenza del fiume Lo): esso contiene la disposizione dei numeri da 1 a 9 all’interno di una griglia quadrata di nove settori rappresenta la base degli Otto Trigrammi del Cielo Posteriore.

Questa sequenza è usata per predire il flusso dei cambiamenti dei fenomeni. Una caratteristica singolare di questa disposizione di numeri è che la loro somma risulta essere 15 in qualunque ordine (verticale, orizzontale obliquo) essi vengano sommati (quadrato magico). Nel XII secolo la scuola agopunturale alchemica e, ancora oggi, la scuola esoterica della “Tartaruga Meravigliosa” operante a Taiwan, segue il carattere rituale della rotazione degli aghi, secondo l’effetto desiderato, in relazione a questa sequenza. Tutti i tratti che la leggenda attribuisce a Fu Xi e Fu Yu li caratterizzano come sciamani: tra i poteri sciamanici sono infatti tradizionalmente inclusi le seguenti facoltà: il volo verso il cielo, il viaggio sottoterra, la danza della forza, l’estasi e l’improvvisa rivelazione, il potere di conversare con gli animali, il potere sugli elementi, il potere taumaturgico, la conoscenza delle virtù delle piante. Le più antiche testimonianze della pratica della divinazione in nostro possesso risalgono all’inizio del II millennio a.C. e consistono in iscrizioni, ritrovate su ossa scapolari di ovini e di bovini e su gusci di tartaruga.

Da questi reperti emerge una caratteristica peculiare della divinazione cinese: essa si esprime con oracoli assai chiari, pieni di buonsenso, del tipo «pioverà, non pioverà», «il raccolto sarà buono» etc. Il carattere aleatorio della divinazione non si traduce in un linguaggio sibillino, che richieda per essere interpretato la mediazione dello sciamano o dell’indovino, ma nella semplice alternativa del «si-no». Molte interrogazioni oracolari si presentano in forme di coppie di proposizioni parallele, l’una positiva e l’altra negativa: «il re deve allearsi a quella tribù», «il re non deve allearsi a quella tribù». l’uomo propone una semplice alternativa e le potenze divine non hanno altra scelta che rispondere sì o no. Non si ha qui alcun bisogno, per comunicare con il soprannaturale, di entrare in trance o di sospendere in qualunque modo il processo abituale del pensiero cosciente. Contrariamente a società come la nostra, dove la divinazione è un fenomeno marginale, nella società cinese antica costituisce una procedura normale nella pratica del diritto, della medicina e della vita quotidiana.

Nel dodicesimo secolo a.C. durante la prima fase della dinastia Zhou, i re e i nobili si servivano di sciamani in qualità di consiglieri, indovini e guaritori. Lo sciamanesimo divenne una istituzione e gli sciamani avevano il compito di esercitare i loro poteri a vantaggio della comunità.

I compiti principali degli sciamani erano:
• invocazione degli spiriti: lo sciamano danzando entrava in uno stato di trance, offrendo così il proprio corpo come dimora temporanea allo spirito.
• interpretazione dei sogni: i sogni, considerati portatori di presagi inviati dagli spiriti, venivano interpretati dagli sciamani
• lettura dei presagi: dall’osservazione dei mutamenti che avvenivano nel corso degli eventi, gli sciamani riuscivano a predire il corso degli venti
• preghiera per la pioggia: lo sciamano eseguiva danze e canti rituali per persuadere le forze sacre ad inviare la pioggia
• guarigione: gli antichi cinesi credevano che le malattie fossero provocate dagli assalti degli spiriti maligni. Era logico che la guarigione fosse aiutata dallo sciamano che sapeva affrontare sia gli spiriti buoni che quelli cattivi
• divinazione celeste: si credeva che se ci fosse stata armonia nei cieli ci sarebbe stata pace, prosperità e armonia anche sulla terra.

La chiave per raggiungere prosperità e pace era seguire La Via Celeste (Dao): gli sciamani quindi erano chiamati a corte per osservare i cieli ed interpretarne gli eventi. Questo ruolo centrale della pratica divinatoria nella civiltà della Cina antica va messo in rapporto all’importanza del culto degli antenati, a cui era rivolta in larga parte la religione. La Cina è un paese vastissimo e continentale: gli antichi cinesi credevano che la loro terra fosse il mondo intero: Zhong Guo, come viene denominata la Cina dai cinesi, significa “Paese di Mezzo” cioè «tutto ciò che sta tra i quattro mari». In quanto paese continentale, la Cina sviluppò principalmente l’agricoltura come mezzo di sostentamento: quindi lungo tutta la storia, la politica ed il pensiero sociale ed economico sono volti ai problemi della utilizzazione e della distribuzione della terra. Sia i contadini sia i proprietari devono vivere dove è la loro terra, là dove vissero il padre e il nonno e dove i figli continueranno a vivere: ecco che in un ambiente agricolo assume un ruolo primario la famiglia. La famiglia è stata la base del sistema sociale in Cina per millenni.

Per le stesse ragioni si sviluppò il culto degli antenati: il primo della famiglia che si era stabilito su quella terra diveniva il simbolo della unità della famiglia e dall’aldilà influenzava positivamente – se onorato – le sorti dei suoi discendenti. Si rendevano culti e sacrifici a diverse potenze della natura, come il Fiume Giallo, la Terra, i Venti, i punti cardinali, determinate montagne, ma la parte più cospicua dei sacrifici e degli atti divinatori era dedicata agli antenati reali, il cui culto appare notevolmente organizzato, in contrasto con la molteplicità incoerente dei culti riservati alle divinità naturali. Gli antenati sono percepiti come spiriti che dimorano nel mondo dei morti e dunque sono in grado di assicurare una mediazione con le potenze soprannaturali, ma al tempo stesso, in quanto membri di una comunità familiare, continuano ad esercitare un ruolo in seno a tale comunità. Dopo la dinastia Shang (1700 – 1100 a.C.) regnò la dinastia Zhou (1100 – 700 a.C.) fondata dal mitico re Wen, adepto alla divinazione. Nelle sue mani gli Otto Trigrammi divennero potenti strumenti per prevedere il corso degli eventi: Wen usò la sua comprensione della natura ciclica dell’universo per espandere gli otto trigrammi in 64 esagrammi.

Aiutato dal suo ministro Kiang Sheng, anche lui un maestro della divinazione, sviluppò il sistema di divinazione contenuto nel Libro dei Mutamenti (Yi Jing). Con l’Yi Jing cambia la tecnica divinatoria: dalla lettura dei disegni provocati dalle screpolature nelle ossa si passa ad un livello più astratto basato sul calcolo e sui numeri; questo probabilmente segna il passaggio da una mentalità religiosa ad un pensiero naturalistico, in quanto i segni non rappresentano più la manifestazione della volontà degli spiriti, ma come la figurazione di una situazione naturale, del modo con cui le cose e le situazioni attuali si sarebbero evolute. Lo sciamanesimo andò incontro ad un periodo di decadenza nell’ultimo periodo della dinastia Zhou: sacche di cultura sciamanica sopravvissero nelle regioni intono alla valle fluviale dello Yangtze (Chang Jiang) e lungo la costa cinese sudorientale. Questa zona era allora occupata da tre regni feudali: il regno di Chu (Si Chuan orientale, Chong Qin), il regno di Wu ( Shang Hai) e il regno di Yue (Zhe Jiang). Nel corso di tutta la storia cinese, anche dopo che i regni di Chu, Wu e Yue scomparvero come entità politiche, le loro culture regionali continuarono ad influenzare la filosofia, la religione e le pratiche spirituali della più ampia cultura nazionale.

La diretta influenza delle pratiche sciamaniche si può riscontrare negli aspetti religiosi e magici del taoismo della dinastia Han (206 a.C.-219 d.C). Un impatto ancora maggiore sul taoismo ebbe l’incontro tra lo sciamanesimo e le filosofie di Lao Zi e Zhuang Zi. Impatto che spesso passa inosservato perché molti studiosi considerano il Taoismo Filosofico (Dao Jia) in antagonismo con il Taoismo Religioso (Dao Jiao). Lao Zi era originario del villaggio di Li nella contea di Fu, nel regno di Chu: il fondatore della filosofia taoista visse dunque in una società con forte cultura sciamanica. Ci sono molti paralleli tra i poteri attribuiti a uno sciamano e un “immortale” taoista: entrambi sono immuni al veleno, viaggiano attraverso le stelle, hanno potere su gli elementi e possono compiere imprese incredibili. Ma con il tempo il Taoismo divenne una religione organizzata che aveva divinizzato Lao Zi, i riti e le cerimonie di sciamanesimo furono gradualmente abbandonati: sopravvissero solo nelle società segrete di arti marziali e divennero un mistico culto di pochi adepti. Pertanto, in conclusione, è chiaro che , la pratica della divinazione affonda le sue origini nella cultura sciamanica e questo non solo in Cina, ma in tutte le altre tradizioni (popoli artici, siberiani, sud-americani) tuttavia quella cinese sembra la più antica.

I racconti mitologici hanno, come sempre, idealizzato e ingigantito le figure di riferimento dell’epoca; in ogni caso, molto sopravvive ancora (gli sciamani oggi viaggiano in aereo …) e la pratica dello Yi Jing sembra avere riacquistato nuova vita. Pensate che ancora oggi a Jining, nella provincia dello Shandong, esiste la tomba di Fu Xi: il terzo giorno di marzo secondo il calendario lunare, gli abitanti dei villaggi vicini si riuniscono qui per sacrificare a questo fondatore della civiltà della nazione cinese. Dobbiamo qui chiarire, che lo sciamanesimo è uno dei fenomeni più antichi della nostra cultura, il suo contenuto è estremamente eterogeneo e vasto e nel suo ambito rientrano attività come la divinazione, le preghiere per la pioggia, l’interpretazione dei sogni, l’allontanamento delle epidemie, i sacrifici agli spiriti etc. etc. Esso costituisce una costante della cultura primitiva: in caso di malattia, lo sciamano prega gli spiriti e allontana i demoni, prevede il futuro interpretando le crepe nei gusci di tartaruga, danza per ottenere la pioggia, placa gli spiriti dei morti e fa’ sì che tornino a rinascere.

Esistono diverse varianti di questi rituali, come i sacrifici a dei e antenati, i canti e le danze, le maledizioni… Lo sciamanesimo abbraccia dunque diverse tradizioni e può apparire privo di un filo conduttore, bizzarro ed eccentrico; tuttavia esiste un fattore centrale che unisce ogni tipo di sciamanesimo in un’unità organica, e cioè “l’unione dell’uomo con le forze degli spiriti”. E’ infatti appoggiandosi alle forze degli spiriti, di gran lunga superiori a quelle umane, che gli sciamani sconfiggono le malattie, ottengono buoni raccolti, fanno sì che le anime dei morti salgano al cielo e prevedono il futuro. Così l’uomo unito alle forze degli spiriti, o l’uomo per metà divino e per metà umano, è lo “stregone”, e in ogni arte sciamanica il requisito fondamentale è “penetrare gli spiriti” (tong shen). Ecco dunque che quando lo “Shuo wen” spiega il carattere “wu” sottolinea che lo sciamano “ha rapporti con gli spiriti, e li doma attraverso la danza”. (…) Non bisogna esagerare eccessivamente la portata delle forze razionali all’interno dello sciamanesimo (come Cassirer); bisogna invece convenire con Lévi-Strauss che “il pensiero magico non è un principio, uno spunto o un abbozzo, la parte di un tutto ancora in via di realizzazione, ma un sistema ben articolato, indipendente, per questo rispetto, da quell’altro sistema che la scienza sta costruendo.

” Esso trae origine dal pensiero primitivo, che crede sinceramente all’esistenza degli spiriti e all’esistenza di forze che superano quelle umane; quindi anche Frazer ha ragione nell’affermare che nello sciamanesimo si manifesta chiaramente la dipendenza dell’uomo dagli spiriti. Fra le forze che partecipano a questa “unione tra uomini e spiriti” le più importanti sono appunto quelle degli spiriti; sono essi infatti a conferire allo sciamano quelle forze soprannaturali che ne determinano i poteri magici. Dunque, lo sciamano non può dirigere e manipolare gli spiriti a proprio piacimento, ma deve attenersi severamente alle procedure e ai metodi da essi decisi; ed è così che si sono formati i riti rigorosi e complicati dello sciamanesimo. I riti e i metodi dello sciamanesimo non sono dunque creati dallo sciamano a proprio piacimento, ma si sono gradualmente formati a partire dalla conoscenza che l’uomo ha di spiriti e demoni. Il pensiero cinese non ha neppure conosciuto il dualismo spirito-materia e l’opposizione fra anima e corpo – caratteristici della tradizione occidentale – e la conseguente distinzione fra il sensibile ed il razionale.

Il termine xin indica la mente ma anche il cuore, vale a dire la sede del pensiero e allo stesso tempo delle emozioni e delle reazioni sensoriali. La funzione razionale non è intesa in Cina come la più alta nell’uomo, contrapposta alle passioni e agli istinti. La ragione non è neppure prerogativa dell’anima che, secondo la dottrina ad es. cristiana, avrebbe la capacità di discernere fra il bene e il male, e di compiere liberamente il bene o il male. In Cina si preferisce un universo in continua trasformazione, costituito da una sostanza fondamentale, la cui dinamicità (evoluzione ed involuzione, nascite e morti, contrazione ed espansione) è dovuta alla polarità di energie opposte ma complementari. In Cina è assente una concezione assoluta ed esclusiva degli opposti, intesi piuttosto come bipolarità complementari, come interazione e alternanza, a partire dalla prima nell’ambito cosmogonico e creativo, quello fra il Cielo e la Terra. Fertile e creativa, nutriente e rigogliosa, la Terra racchiude in sè sia le caratteristiche piu’ poetiche di grembo accogliente e materno che accoglie la vita e la nutre, che quelle piu’ “pratiche” della costanza, la pazienza, la forza.

La Terra è al tempo stesso materna e nutriente, ed anche pratica, concreta, solida e potente. Con il termine di Terra (Di) nella cultura classica Cinese, si fa riferimento al pianeta su cui compare la vita, opposto al Cielo (Tian), di natura Yin come quello è Yang, sede di permanenza dell’uomo, che dalle influenze terrestri e celesti deriva. Nella mitologia cosmogonica taoista dunque non c’è nessun demiurgo, nessuna divinità creatrice, ma un’unica legge pervasiva e ordinatrice rappresentata dal Tao, motore dell’universo, concepito come un principio impersonale da cui promana tutta la realtà. Il più antico racconto cosmogonico cinese, risalente al li secolo a.C., narra del tempo in cui Cielo e Terra non avevano ancora preso forma e l’unica cosa esistente era una tenebra profonda, insondabile e desolata. Il Tao si trovava infatti inizialmente in un stato chiamato Wu Chi, termine traducibile come “Vuoto” o “Non Essere”, che consiste nella totale assenza di differenziazioni: a questo livello il Tao è sconfinato, invisibile, senza qualità e senza nome e coincide con l’inizio e la fine di tutte le cose.

Il Tao si configura, quindi, come sconfinato vuoto primordiale, dal quale in un secondo momento presero forma, attraverso lo sprigionarsi di soffi energetici sottili, le dimensioni dello spazio e del tempo. Dal Wu Chi si pervenne al Tai Chi, l”Essere” o “Grande Uno”, stato dal quale si svilupparono la coppia di principi, tra loro opposti ma complementari, più universalmente nota del sistema taoista: lo Yin e lo Yang. Gradualmente, poi, i soffi emanati dal Tao assunsero una consistenza materiale: l’essenza più leggera e pura, diffondendosi, diede forma al Cielo, mentre le particelle più pesanti e grossolane tracciarono i contorni della Terra. I soffi d’energia sprigionati dal Cielo e dalla Terra costituirono lo Yin e lo Yang, dalle cui forze concentrate derivarono le quattro stagioni. Le energie sprigionare dalle quattro stagioni diedero vita a tutte le creature viventi. I soffi caldi dello Yang generarono il fuoco, che addensandosi si fece Sole. Dai soffi freddi dello Yin defluirono le acque e dalla loro essenza nacque la Luna. I soffi sfuggiti al Sole e alla Luna divennero infine astri e costellazioni.

Il processo di creazione del cosmo è dunque pensato come il progressivo differenziarsi dei fenomeni a partire da una totalità originaria indifferenziata. Nel momento in cui le cose sono designate da un nome, acquistano un’esistenza individuale definita: le acque vengono separate dal Cielo, il Cielo viene separato dalla Terra e, tra queste due realtà, viene stabilito il campo d’azione dell’Uomo. Le antiche popolazioni cinesi, dedite all’agricoltura, affermavano che la forma della Terra era quadrata, quella del Cielo emisferica e il cielo combaciava perfettamente con i 4 lati della Terra. Questo concetto è espresso chiaramente nell’affermazione: “la Terra è il carro, e il cielo il suo coperchio”. La Terra era costituita da 9 continenti, ognuno circondato da un “piccolo mare” e da un “grande mare”, il quale andava a congiungersi con il cielo sui 4 lati. La Stella Polare era il “punto limite di altezza”, intorno al quale girava il firmamento senza fermarsi, proprio come una ruota di carro attorno al mozzo. Tale teoria scomparve dalla scena perché minata alla base da una incredibile contraddizione: un quadrato (la Terra) e un cerchio (il Cielo) non possono combaciare perfettamente.

Secondo una antica teoria chiamata “Xuan Ye”, il Cielo non ha forma né sostanza (a differenza della Terra), e il colore azzurro è dovuto al fatto che gli occhi non possono vedere oltre un certo limite mentre il cielo è sconfinato. Ne segue che il chiarore e l’oscurità non sono altro che fenomeni apparenti e che il cielo è privo di sostanza e colore. L’idea dell’Universo limitato è presente persino nel sistema copernicano e i cinesi furono tra i primi a concepirlo infinito, con questa teoria. Il “Tao”, motore universale, è concepito, dalla cultura taoista che riprende dal naturismo primigenio, come un principio d’ordine impersonale, unitario, da cui deriva una dualità: lo “yin” e lo “yang”, il sistema di alternanza e di combinazione degli opposti, che inizia dalla opposizione fra l’informale Cielo e la materiale Terra, che, interagendo, producono i tre “qi”, soffi di energia da cui vengono tutti i cambiamenti e nascono i diecimila esseri (il tao genera l’uno, l’uno genera il due, il due il tre, il tre i diecimila esseri, cioè tutte le creature viventi). Esiste tuttavia un immaginario più mistico, che non esclude magia e sciamanesimo, poggiando sulla credenza in un mondo reale invisibile, cui lo sciamano può accedere per attingere l’energia riparatrice degli squilibri e dei disordini del mondo.

Presenze misteriose animano l’universo: spiriti del cielo e della terra, dei monti e dei fiumi, demoni, antenati che hanno raggiunto dopo la morte la sede degli dei, fantasmi inquieti che appaiono nei sogni in circostanze particolari o si manifestano con grida e lamenti. Durante i periodi Song e Yuan (dal X al XIV secolo), l’alchimia interna (attuata con pratiche psicoginicche, estatiche, dietetiche e farmacologiche), cercano di rendere l’uomo sempre meno legato alla materia terrestre ed incline all’informale vuoto celeste, nella convinzione che solo trasformando la materia in Energia e Spirito, si può raggiungere una vita completamente realizzata in tutti i suoi aspetti. Già nella cultura naturalista a sciamanica pretaoista, l’uomo e il mondo formano un’unità indissolubile e si influenzassero vicendevolmente. Vari tipi di nozioni, che per la nostra logica sono di ordine completamente diverso, venivano associati a volte in virtù di una rassomiglianza esteriore di suono, di numero o di forma. Esistevano, inoltre, delle correlazioni costanti tra il Cielo, la Terra e l’Uomo, i tre piani principali nei quali spazia il pensiero umano.

Come il lavoro dell’uomo nel giusto momento è necessario per far crescere le messi con la fertilità della terra e la pioggia del cielo, nello stesso modo si manifestano le relazioni in tutti gli altri ambiti della vita. Al movimento degli astri e dei pianeti corrisponde il Tao, o Via, del Cielo, alla quale si sincronizzano il Tao della Terra e il Tao dell’Uomo. Non appena si manifesta un ostacolo su una via, ne sorge uno sulle altre. Un passo del Tao Te Ching afferma: “Prima della formazione del Cielo e della Terra, c’era qualcosa in stato di fusione… Io non ne conosco il (vero) nome, ma la designo con l’appellativo di Via. Sforzandomi per quanto possibile di definirla con un nome la chiamo grande. Grande significa procedere; procedere significa allontanarsi; allontanarsi significa tornare (al proprio opposto)”. L’idea fondamentale è che nella natura come nelle situazioni umane si presentano configurazioni di andata e ritorno, di espansione e concentrazione. Questo concetto, tratto dall’osservazione dei movimenti del sole e della luna e dell’alternarsi delle stagioni, è diventata una regola di vita nella cultura cinese.

I Cinesi, infatti, credono che ogni situazione che si sviluppa fino alle sue estreme conseguenze origini il germe che ne invertirà il proprio corso e la trasformerà nel suo opposto. Questo movimento ciclico del Tao si concretizza con l’introduzione delle polarità opposte Yin e Yang, i due poli archetipi entro i quali l’essere si manifesta in tutte le sue forme. In principio i termini Yin e Yang indicavano i fianchi in ombra e in luce di una montagna. Successivamente fu considerato Yin l’elemento femminile e materno, ricettivo, oscuro, associato alla Terra, mentre Yang, il potere creativo maschile, forte, associato al Cielo. La Terra, immobile (secondo la vecchia concezione geocentrica) e il Cielo, mobile, diventano simboli rispettivamente della quiete (Yin) e del movimento (Yang). Il carattere dinamico dello Yin e dello Yang è illustrato dall’antico simbolo T’ai-chi T’u o Diagramma della Realtà Ultima, il quale è una disposizione simmetrica dell’oscuro Yin e del luminoso Yang in forma rotazionale che richiama alla mente un movimento ciclico continuo. I due punti nel diagramma rappresentano l’idea che ogni volta che una delle due forze arriva al suo massimo, essa ha già in sè il seme del suo opposto.

Questa concezione permea tutta la cultura cinese dando forza e coraggio nei momenti di sofferenza e cautela e modestia nei momenti di successo. Da ciò scaturisce una dottrina analoga all’aurea mediocrità di oraziana memoria, in cui credono sia i taoisti che i confuciani. Secondo Alan Watts, eminente studioso della cultura orientale, i taoisti considerano l’universo inseparabile da sé stessi, il che implica un’arte di vivere intesa come una navigazione, piuttosto che come una guerra, dove è importante capire i venti, le maree, le stagioni, i principi di crescita e di decadimento in modo tale da mettersi in sintonia con tutti gli elementi e non lottare contro di essi. Il taoista coltiva l’inazione, non discute neppure sul Tao, insegna senza parlare, rinuncia alla scienza a al sapere generale, perché ha imparato che “niente al mondo è più molle e debole dell’acqua, ma nell’avventarsi contro ciò che è duro e forte, niente può superarla.” Nel passaggio da sottile filosofia intellettuale e religione popolare, il Taoismo diede vita a diverse pratiche per potenziare e per rendere immortale il corpo: diete alimentari di vario tipo (inclusa l’ingestione di prodotti ottenuti tramite ricerche alchemiche), tecniche respiratorie, ginniche, sessuali e contemplative.

Nelle numerose leggende taoiste, un posto di rilievo è assegnato ai cosiddetti “Otto Immortali” (Baxian), un gruppo di uomini e donne che, avendo ottenuto in vita poteri soprannaturali, sono stati santificati dopo morti. Oltre agli Immortali, e accanto a Laozi – identificato spesso con Huanlao (Il Vecchio Giallo), uno dei cinque creatori del cosmo – c’è un numero elevatissimo di divinità eterogenee, organizzate gerarchicamente, come i protettori di mestieri e dei fenomeni atmosferici; gli spiriti degli elementi della natura; le anime di diverse località (cimiteri, luoghi, guadi, strade); i demoni; le anime degli impiccati, degli annegati e degli antenati; ma anche i santi taoisti, confuciani e buddhisti, il bene e il male, o meglio gli aspetti benevoli e malevoli, celesti e terrestri di una stessa realtà, retaggio di uno sciamanesimo Wu a cui questa filosofia è restata sempre legata. Le maledizioni per allontanare i demoni e gli spiriti malvagi e rimuovere gli elementi non propizi, e le invocazioni per realizzare desideri concreti sono elementi che il taoismo ha mutuato dall’antico sciamanesimo.

(…) Come abbiamo detto, nell’antichità era universalmente diffusa la credenza che i demoni fossero simili agli uomini, che avessero tabù e punti deboli e conoscendoli si potevano prendere in prestito le forze degli spiriti e assoggettare le forze maligne. Uno di questi punti deboli era appunto il timore degli incantesimi e delle maledizioni, ed ecco perché nelle culture primitive gli incantesimi sciamanici sono universalmente diffusi: ad esempio presso i maori della Nuova Zelanda, gli indiani d’America e gli eschimesi della Siberia è sempre presente uno sciamano abile nella recitazione degli incantesimi; e anche nell’antica Cina era diffusa la credenza negli incantesimi e nelle maledizioni. Nella poesia “Ondeggiare” contenuta nella sezione “Daya” dello “Shijing” appare il carattere “zhu” che sta ad indicare le maledizioni, e lo “Zuozhuan” riferisce che “lo stato di Song è insignificante, ma possiede zu e zhu”, e con ciò si intende che nello stato di Song vi erano sacerdoti (wuguan) specializzati nella recitazione di maledizioni e incantesimi. Probabilmente questo tipo di sciamanesimo interveniva particolarmente nella cura delle malattie; Su Jian nello “Yijing bianqi” (Trattato sulla rimozione dell’essenza e sulla trasformazione del soffio) dice: “La cura di Yu Wengu non è altro che rimuovere l’essenza e mutare il soffio, e lo si può fare con incantesimi” (Yu Wengu zhi zhibing, wei qi yijing bianqi, ke zhu you eryi).

Il commento dice: “You significa ‘da’ e indica che gli incantesimi mettono in comunicazione con gli spiriti, e la malattia può venire curata senza ricorrere a metodi esterni”, così questo tipo di incantesimi viene anche detto “formule di tipo you”1; si riteneva inoltre che il migliore nelle arti mediche sciamaniche fosse Wu Yue, così questi incantesimi vengono anche detti “Metodi di Yue”2. Ge Hong, nel quinto capitolo della sezione interna del “Baopuzi”, “Il principio perfetto” (Zhi li), riferisce in particolar modo che “Wu Yue possiede le tecniche delle proibizioni e delle maledizioni”. Nei diari di Yun Meng e Qin Jian , in alcuni testi huang di Mawangdui come “Wushier bingfang” e “Huangdi neijing” e nello “Hainan wanhua shu” si trovano annotazioni sulle formule d’incantesimo (zhouyu), ad esempio: “Ahimè! Quanto a Bo Qi (che si ciba particolarmente degli spiriti degli incubi), chiunque sia vittima di un incubo gli si può rivolgere. Egli beve e mangia voracemente, e concede a chiunque grande prosperità: non denaro ma abiti, non seta ma cotone”. Questa è la formula d’incantesimo che si recita dopo aver fatto un incubo, così chi ha avuto l’incubo può volgere la sventura in fortuna; ma ecco un altro esempio: “Gli spiriti del cielo portano in basso la malattia, la sciamana (shen nu) si affida alla sequenza delle parole degli spiriti: non lasciate che l’ernia non abbia più spazio! Altrimenti sarà come l’ascia che spacca.

” Questa è una formula d’incantesimo recitata da uno sciamano di Wuchu durante un rito detto “Antico”; tratta di un uomo che soffre d’ernia. Lo sciamano si rivolge agli spiriti del cielo con una formula che significa: “io, l’ernia, crescerò fino a non avere più spazio, fammi guarire immediatamente o ti taglierò la testa con una grande ascia”. Ancora un altro esempio: “Il topo è sfortunato, chi lo incontra riceve la sua sfortuna.” Questa formula tratta degli inconvenienti notturni causati dai topi; si dice che quando i topi fanno rumore la notte si possa, coi capelli in disordine e rivolti verso nord, recitare questa formula d’incantesimo che è particolarmente efficace. Anche nell’antico e solenne rito “Grande esorcismo” per scacciare le pestilenze vi è una formula di questo tipo: “…che i dodici spiriti inseguano il demone, che si occupino del suo corpo, che gli taglino il tronco, che dividano la sua carne, che strappino i suoi polmoni e i suoi intestini; se non scappa velocemente diverrà il loro cibo.” I metodi magici del taoismo nascono e si sviluppano proprio da questo tipo di arti sciamaniche, quindi anche i metodi fondamentali sono gli stessi.

Gli incantesimi sono dunque metodi magici che fanno uso di schemi orali fissi che esprimono le forze soprannaturali attraverso “codici segreti”; i talismani e i registri (fu e lu) sono invece dei metodi magici che fanno uso di “caratteri” fissi (o figure), scritti su particolari materiali (come carta, seta, legno, pietra) che esprimono le forze soprannaturali attraverso “simboli” (fuhao). La tavoletta di pesco con la scritta per “chiedere la prosperità e allontanare la sventura” e la seta fine costituiscono la forma più antica di talismani e registri, in quanto sono oggetti simbolici per scacciare il male e allontanare i demoni; essi hanno un testo concreto e possono richiamare gli spiriti abili nel soggiogare i demoni, possono inoltre essere diretti contro ogni tipo di demone specifico. Si riteneva avessero grandi poteri, e che potessero proteggere la sicurezza e la salute delle persone, che fossero insomma come un balsamo che cura tutti i mali. Questo tipo si talismani era in origine retaggio esclusivo degli sciamani, ma in seguito il taoismo si appropriò anche di questo tipo di arte magica a cui unì i diagrammi degli esperti della divinazione e dei talismani, aggiungendovi così più mistero, e ne ampliò notevolmente il campo d’azione.

Ad esempio il Dao di Zhang Ling, agli inizi del taoismo organizzato, non era più quello di Laozi e Zhuangzi, ma poneva l’accento su talismani e registri; Zhang Jue curava le malattie con bevande magiche e invocazioni, Gan Ji preparava pozioni per curare le malattie. Nel “Taipingjing” sono registrati per la prima volta circa quattrocento talismani – nel testo vengono definiti “scritti complessi” – divisi in quattro categorie: “Allontanare il male”, “I superiori guidati dagli spiriti non incontrano difficoltà”, “Il retto comportamento è propizio”, “Protezione degli spiriti”, che a prima vista appaiono misteriosi, ma ad un attento esame si rivelano essere l’unione di più caratteri. Considerandoli separatamente, il loro significato è chiaro; ad esempio fra gli “scritti complessi” della sezione “I superiori guidati dagli spiriti non incontrano difficoltà”, vi sono i caratteri “controllare la situazione”, “distribuire i compiti”, “prima che accada”, a significare la preghiera che gli dei facciano sì che i superiori controllino le situazioni, distribuiscano i compiti e siano in grado di prevedere gli avvenimenti prima che accadano, non incontrando così difficoltà.

Naturalmente queste formule sono ancora grossolane e semplici, tuttavia dopo i Jin orientali, con la maturazione del taoismo, questo tipo di scritti diventarono sempre più elaborati, il loro contenuto sempre più minuzioso e complesso, i tratti sempre più astrusi e difficili, la forma più misteriosa ed enigmatica, i materiali sempre più vari: ve ne sono di pietra, di legno, di seta, di carta. Vennero divisi nelle due categorie di “talismani” e “registri”; i registri portano scritti i “nomi delle potenze del mondo inferiore, delle categorie ufficiali e degli ufficiali minori” degli spiriti del cielo e della terra cui ci si rivolge, e la lista dei termini delle invocazioni1, e possono essere paragonati a “registri di comunicazione amichevole”, una volta che lo si possiede gli spiriti del cielo e della terra possono accordarci speciale protezione. (…) I maestri taoisti riferiscono che il possesso di questi registri garantisce la protezione degli spiriti e può mettere gli uomini in comunicazione con essi, ma che tuttavia non può risolvere i problemi in modo radicale: quando si porta un registro è anche necessario avere un talismano.

Il talismano è anche il tesoro segreto del maestro taoista e quindi non può essere tracciato da chiunque; il detto “Demoni e spiriti ridono di chi dipinge i talismani senza conoscerne i segreti; chi invece li sa tracciare con perizia li lascia a bocca aperta”, ben esprime quest’idea. “Il talismano è unione, è fiducia, unisce il mio spirito con lo spirito dell’altro”, ma solamente l’abilità del maestro taoista può realizzare la comunicazione fra uomini e spiriti; questa è l’arma magica del maestro taoista e non può essere rivelata con leggerezza: ecco una delle ragioni per cui i talismani devono essere tracciati in modo bizzarro e strano. Ad esempio, il talismano per eliminare i tre vermi è ancora semplice: nel tracciarlo, si deve per prima cosa scrivere il proprio nome sul “registro della quiete”, poi si devono tracciare dei caratteri speciali su un foglio bianco sottile o su un foglio di carta di bambù. I caratteri di questo tipo vennero in seguito chiamati “talismani dei demoni”. Fondamentalmente non c’è modo per decifrarli, possiamo solo ipotizzare approssimativamente che abbiano una relazione col carattere “shi” (cadavere) dell’espressione “san shi” (tre cadaveri o vermi); il primo talismano è analogo al carattere “shi”, e rappresenta il primo verme, nella parte superiore del secondo talismano vi sono due linee curve che rappresentano il secondo verme, e le tre linee curve nella parte superiore del terzo talismano indicano il terzo verme.

Alcuni talismani sono invece ancora più difficili da decifrare, come il talismano in pietra per l’entrata nella montagna contenuto nella sezione “Scalare e attraversare”(dengshi) del “Baopuzi”. Di cosa si tratta? Probabilmente al centro vi sono i caratteri “alto” e “montagna”, il che sta a indicare forse che si può scalare un’alta montagna senza pericolo. I talismani e i registri successivi sono ancora più bizzarri e misteriosi. Nelle tombe di Turfan, nello Xinjiang, vennero scoperti tempo fa talismani e registri dell’epoca dei Wei del Nord, avvolti in fasce di seta, dati al morto probabilmente perché ne facesse uso nell’aldilà. “In alto c’è uno spirito del Cielo dipinto di vermiglio; nella mano sinistra ha un enorme coltello, nella destra una lancia lunghissima; il talismano del libro vermiglio è di quattro righe, la scrittura è frettolosa, e non la si può comprendere totalmente”. Questo è un talismano che si rivolge anche alle immagini degli spiriti del Cielo; fra i manoscritti ritrovati a Dunhuang vi è anche un talismano misterioso ed enigmatico (S2615), tracciato in modo tortuoso e per noi inspiegabile, simbolo del labirinto e della Terra, del percorso difficile che, su questo pianeta, l’uomo deve percorrere, senza smarrirsi, per tornare al cielo.

Sono questi elementi che, probabilmente fusi con convinzioni pregresse ed autoctone, generano molte altre culture sciamanico-religiose, come, ad esempio la concezione del mondo del bön, l’antica religione autoctona del Tibet, secondo tutti i fenomeni possono ricondursi a cinque sacri elementi: terra, acqua, fuoco, aria e spazio. Lo studio delle loro interazioni domina la cultura tibetana e costituisce la base della medicina, dell’astrologia, della psicologia e delle tradizioni spirituali dello sciamanesimo, del tantra e dello dzogchen. Ma la comprensione delle loro interazioni deve essere messa in relazione con l’esperienza e usata per migliorare la qualità della vita. In questo modo sciamanesimo e taoismo offrono al’uomo la capacità di interpretare la Terra, di seguirne ritmi e percorsi, di nutririsi attraverso lei, spegnendone i pericolosi, distruttivi demoni interni.

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