Intervista a James Watson del 2000

Tutto il clamore sollevato in questi mesi dal Progetto genoma sembra averlo sfiorato appena. Eppure, pochi possono essere considerati più di lui tra i veri padri di questa avventura scientifica. A 73 anni, però, James Watson, l’ uomo che nel 1953 ha svelato insieme con Francis Creek e Maurice Wilkins la struttura a doppia elica del Dna, ha ben altro da fare. Sir Watson, infatti, adesso si sta cimentando in una nuova impresa: nientemeno che la ricerca della felicità. Non la sua personale (pare abbastanza soddisfatto di sé), quanto piuttosto il senso di questo sentimento in chiave biochimica ed evoluzionistica. No, non ha cambiato mestiere: nessuna elucubrazione puramente filosofica, bensì una vera e propria indagine scientifica, condotta con i crismi che si richiedono a un Nobel come lui. «In realtà, si tratta di una faccenda piuttosto semplice», ci racconta, con un understatment al confine con lo snobismo intellettuale, comodamente sprofondato su un divano del Palazzo reale di Napoli, dove è di passaggio per un convegno nell’ ambito del Giubileo.

SODDISFAZIONE -«Credo che la felicità sia sostanzialmente una ricompensa che il nostro organismo ci elargisce se ci comportiamo bene nei suoi confronti – spiega -. Per esempio, se mangiamo o se prendiamo il sole, siamo contenti. E ciò ha un profondo significato biologico, perché queste attività hanno una ricaduta positiva sulla nostra sopravvivenza. E così la natura ha messo a punto un meccanismo per farcelo capire: il piacere». Ricapitolando: il senso di soddisfazione che sentiamo dopo un lauto pasto è il segnale che il corpo ci dà per farci capire che ciò che abbiamo fatto è un bene per noi. Mister Watson: ci sta incoraggiando a diventare obesi?«Assolutamente no – si cautela il premo Nobel -. Ora di cibo ce n’ è in abbondanza, almeno nelle società occidentali, e non bisogna eccedere, ma questo stratagemma va giudicato in senso evoluzionistico. Quale strumento poteva essere migliore per la conservazione della specie?».

SESSO, SOLE E CIBO – In effetti, il ragionamento non fa una grinza: perché mai un uomo delle caverne si sarebbe dovuto preoccupare di andare a caccia se poi non avesse provato conforto dal cibarsi dell’ animale cacciato? Se mangiare fosse stata un’ esperienza spiacevole certamente non saremmo qui. E anche prendere il sole fa bene, perché permette la sintesi di vitamina D, indispensabile alla vita. Ma non è tutto, anche il piacere sessuale potrebbe rientrare nello stesso disegno. «Il sesso, dal punto di vista strettamente biologico, è fortemente legato al cibo e al sole – chiarisce Watson -. E infatti, secondo me, non è un caso che le popolazioni latine, o caraibiche, siano quelle cui si attribuiscono le maggiori capacità amatorie. Il termine latin lover non deve essere nato per nulla. Così come non mi sorprende che certe bellezze ritratte nei dipinti rinascimentali, tenendo conto della magnificenza, della felicità di quel periodo, fossero discretamente opulente».

RISCONTRI SCIENTIFICI – Teoria affascinante. Ma queste sembrano più osservazioni di carattere storico-sociologico. Dove sono, professore, i riscontri scientifici? «La chiave di quasi tutto sta, probabilmente, in un ormone che si chiama Msh (Melanocyte Stimulating Hormone), una sostanza che il nostro organismo produce in risposta all’ irradiazione solare» precisa il ricercatore. E qui forse vale la pena di fare un passo indietro e di raccontare come le «leggende metropolitane» narrino del modo in cui James Watson sia arrivato a porre la sua attenzione su questo ormone, noto da molti anni. La faccenda, sarebbe cominciata due anni fa durante una corsa in taxi, in Arizona.

INTUIZIONE IN TAXI – L’ autista che stava trasportando Watson all’ aeroporto probabilmente sapeva chi era il suo passeggero e non ha resistito a un piccolo esercizio di vanità, raccontando che anche lui si dilettava di ricerca. Oggetto delle indagini del suo gruppo era appunto l’ Msh, o meglio un suo derivato sintetico. Lo scopo era quello di mettere a punto un preparato che fosse in grado di produrre un’ abbronzatura naturale semplicemente ingerendo una pastiglia. L’ Msh è, infatti, l’ ormone che stimola i melanociti, cellule specializzate del derma, a produrre la melanina, il pigmento che dà l’ abbronzatura se ci si espone al sole. La faccenda destò l’ interesse di Watson, che, essendo di pelle chiarissima, da sempre ha il problema di essere soggetto a piccoli tumori della pelle che deve periodicamente asportare. Trovare il modo di avere un’ abbronzatura artificiale era per lui una prospettiva interessante in chiave preventiva. Approfondito il tema, sir James scoprì presto che l’ Msh sintetico era già stato provato, con risultati non apprezzabili, e in più con un effetto collaterale, se così lo vogliamo chiamare, un tantino imbarazzante. Un ricercatore che aveva provato a prenderlo, non aveva ottenuto l’ abbronzatura sperata; in compenso aveva avuto un’ erezione di… otto ore e mezzo.

I MAGRI E SHAKESPEARE – Il nostro premio Nobel decise che era il caso di approfondire. E da lì partirono le riflessioni e le ricerche, che lo portarono a elaborare la sua teoria. Che proviamo a riassumere per sommi capi. «L’ Msh agisce su recettori che mediano la produzione di melanina – ci spiega -, ma fa tante altre cose. Per esempio, agisce anche su altri recettori che, attraverso un complesso meccanismo che avviene a livello dell’ ipotalamo, fanno produrre una sostanza che si chiama pro-opiomelanocortina. Quest’ ultima ha la capacità di far passare l’ appetito». «E l’ appetito – aggiunge – può passare anche grazie all’ azione della leptina, un altro ormone che agisce allo stesso livello. E, in entrambi i casi, l’ effetto collaterale è che si spegne l’ appetito, ma si accende la sessualità». Queste osservazioni hanno indotto Watson a pensare che se non si è troppo magri (la leptina è sintetizzata dalle cellule grasse) e si produce anche Msh, probabilmente si avrà anche una sessualità più attiva. Inoltre, quando l’ Msh viene degradato, attiva la produzione di beta-endorfine, gli ormoni endogeni della felicità. Ed ecco che il cerchio si chiude. «E questo – sottolinea il genetista – potrebbe anche spiegare perché le modelle anoressiche non solo sono difficilmente felici, ma sono più facilmente dedite alla droga: essendo eccessivamente magre, producono meno “felicità” endogena. E ci fa capire anche perché, invece, i grassi di solito sono dipinti come rubicondi e contenti».

PRECOGNIZIONI POETICHE – Ma qui c’ è qualcosa che non torna: professor Watson, lei è alto e magro, di pelle chiarissima (quindi non può prendere troppo sole) eppure sembra contento. Come si spiega? «Io produco endorfine in altro modo: faccio costante esercizio fisico. Se non gioco a tennis sono molto infelice». La teoria di Watson, tuttavia, è ardita e nelle occasioni in cui l’ ha illustrata a colleghi scienziati non ha raccolto solo consensi. Molti hanno fatto notare che l’ Msh è un ormone con un’ attività molto più complessa di quella descritta e che nella sua teoria sulla felicità si è dimenticato di parlare della serotonina, altro ormone fondamentale a questo scopo. Il professore non se ne preoccupa più di tanto, anche perché un personaggio come lui può permettersi di non darsi troppa pena dei giudizi che raccoglie. «E del resto – fa notare – anche Shakespeare la pensava come me sui magri. Infatti, a Giulio Cesare fa dire che bisogna diffidare degli uomini magri come Cassio: meglio circondarsi di grassi. “Uomini come Cassio pensano troppo e sono arrabbiati. Sono uomini pericolosi”». Sappiamo come è andata a finire. «Il nostro problema, in Occidente, è ora, però, un altro – conclude Watson -. Stiamo costruendo una società di uomini troppo grassi e donne troppo magre».

CLIMA E «SCARPE ITALIANE» – Secondo James Watson l’ assenza di sole potrebbe contribuire a spiegare anche alcune dinamiche socio-politiche. «La carenza di sole – illustra – ci fa capire perché le popolazioni nordiche sono meno felici di quelle mediterranee. Non a caso, gli svedesi sono contenti soprattutto a giugno, quando hanno molta luce». «Addirittura – aggiunge Watson -, potremmo pensare che il dominio dei popoli nordici derivi proprio dalla carenza di sole: se sei scontento ti devi dare molto da fare per raggiungere la felicità e quindi sei più disponibile a lavorare sodo. Una nazione di successo non può essere una nazione felice, e viceversa. Dal che si deduce pure che la felicità dev’ essere per forza transitoria, altrimenti conduce alla pigirizia e, quindi, alla rovina. E dal che si deduce, infine, che se gli italiani fossero eccessivamente contenti non farebbero scarpe così belle». .

Fonte: Corriere Salute del 15/10/2000

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