Convegno organizzato dalla Regione Emilia-Romagna, Assessorato Agricoltura Ambiente e Sviluppo Sostenibile, in collaborazione con Centro TeTa – Centro Italiano Servizi dalla Terra alla Tavola – e SANA

Per i consumatori finali sicuramente non è una parola nota. Ma la rintracciabilità vuole essere la capacità di ricostruire la storia di un prodotto e delle sue trasformazioni con informazioni documentate dalla terra alla tavola. Di rintracciabilità si è parlato in un convegno organizzato dalla Regione Emilia Romagna al Sana, la Fiera del naturale, una tra le più importanti del mondo. Il convegno è stato anche l’occasione per presentare le strategie e gli strumenti che la Regione Emilia Romagna intende adottare con “Ora 2005 – Obiettivo Rintracciabilità Alimentare per le produzioni dell’Emilia Romagna”. Con questo progetto, che si dà per scadenza il 2005, la Regione intende accompagnare il sistema delle imprese agroalimentari verso la completa rintracciabilità delle loro produzioni, per la razionalizzazione dei sistemi produttivi e per la sicurezza del consumatore. In particolare alla platea presente al Sana è stata presentata in anteprima la bozza per una proposta di legge regionale relativa a intervenire sullo sviluppo dei sistemi di rintracciabilità. La bozza definitiva arriverà a novembre.

E’ la prima legge regionale di questo tipo in Italia. Questo primato arriva grazie a un grosso lavoro svolto in passato dalla Regione. Vasco Errani, che ne è Presidente da due legislature, spiega che “la vera risposta alla questione della globalizzazione sta nel rafforzare la qualità. Da tempo noi lavoriamo per la rintracciabilità. Vogliamo costruire nuove generazioni di imprenditori e qualificare il rapporto tra produttori e consumatori. E’ su questo che si gioca l’identità di questa Regione”. Dalle linee guida politiche della Giunta ai risvolti pratici. Ne parla Guido Tampieri, Assessore regionale all’Agricoltura e Ambiente (anche Tampieri ha più di un mandato alle spalle). “La rintracciabilità è la continuazione naturale delle politiche portate avanti in questi anni. Adesso siamo in grado di fare la rintracciabilità sia per tranquillizzare il consumatore che per valorizzare le produzioni di qualità. Oggi è un’innovazione, ma presto la rintracciabilità sarà uno strumento ordinario fino a diventare condizione per l’accesso al mercato”. In questa politica della qualità, l’assessore Tampieri auspica nell’assegnazione dell’Authority Europea per la sicurezza alimentare alla vicina Parma (che è candidata ufficiale per l’Italia).

Il verdetto dovrebbe arrivare entro la fine dell’anno. Tampieri parla anche del ruolo delle istituzioni: “Esse devono accompagnare le imprese. Anzi serve un raccordo interistituzionale – penso ad es. a Regioni e Camere di Commercio – per aiutare al meglio il mondo dell’impresa”. E’ in questa direzione che va la bozza di legge regionale per “Interventi per lo sviluppo dei sistemi di rintracciabilità nel settore agricolo ed alimentare”. La versione definitiva arriverà a novembre: quella presentata in anteprima al Sana è un’anticipazione funzionale a raccogliere le osservazioni e le integrazioni di tutti i soggetti portatori di interesse. E’ la prima legge di questo genere in Italia. “Si va oltre il limite già conosciuto del certificato – spiega l’assessore –. Siamo di fronte a una cosa nuova che vuole dare garanzia del controllo dei dati nell’intera catena di un sistema territoriale di qualità”. Nel 2002 verrà varato il bando per assegnare i finanziamenti dei primi progetti. La Regione ha affidato il lavoro preliminare sul Progetto ORA 2005 a un Comitato scientifico composto da Giovanni Ballerini, Giovanni Galizzi e Raùl Green.

Tocca a Galizzi relazionare il lavoro svolto, partendo dalla descrizione della tecnica della rintracciabilità. La tecnologia della rintracciabilità si fonda sulla capacità di gestire tre tipiche funzioni del processo informativo. Primo, la funzione della raccolta delle informazioni che sono richieste da parte di ogni impresa che partecipa al programma di rintracciabilità. Secondo, la funzione della trasmissione alle altre imprese della catena interessate al programma di rintracciabilità delle informazioni necessarie. Terzo, la funzione della gestione delle informazioni. Le tre funzioni possono essere svolte concretamente solo grazie alle moderne tecnologie dell’informazione. La rintracciabilità esige quindi che le imprese della catena dell’offerta alimentare si associno a dei partner tecnologici specializzati nelle tecnologie dell’informazione. Inoltre la rintracciabilità esige l’omogeneità di linguaggio nella comunicazione tra i vari soggetti della catena dell’offerta, l’adozione cioè di standard comuni nel trattamento delle informazioni (codice a barre, etichetta di radiofrequenza ecc.

). Se dunque la rintracciabilità comporta una serie di costi significativi, comporta però vantaggi largamente superiori perché consente di razionalizzare la produzione, differenziare il prodotto, migliorane la qualità (infondendo maggior fiducia al consumatore) e farne un prodotto concorrenziale vero. “Lo stato della rintracciabilità nel sistema agroalimentare dell’Emilia Romagna” è il tema di una ricerca svolta dal Consorzio TeTa (il Centro Italiano Servizi dalla Terra alla Tavola di Parma). Luca Lanini, consulente di TeTa spiega che l’indagine è stata svolta su 300 imprese agroalimentari di 23 filiere – prodotto, su consumatori e enti di controllo pubblico (Nas, Asl, ecc). Da un campione di 384 consumatori è emerso che vi è una domanda crescente di qualità e sicurezza alimentare. Alla domanda “preoccupato?” il 39% ha risposto “abbastanza”, il 14% “molto”. “Non so” lo zero% (il che indica che i consumatori su questo tema hanno le idee chiare). Fasi a rischio vengono considerate ugualmente la produzione agricola (24%) e la trasformazione (33%). La paura aumenta di fronte a prodotti di provenienza extra-UE (53%).

Dalla ricerca risulta che il sistema dei controlli pubblici (Asl, Nas, Arpa..) è efficace ma non vi è coordinamento né messa in rete dei controlli effettuati dai vari enti. Sul sistema agroalimentare sono state prese a campione 300 aziende regionali e sentiti come osservatori privilegiati i rappresentanti della GDO e dei servizi alle imprese. E’ emersa l’esistenza in Emilia Romagna di un atteggiamento favorevole allo sviluppo dei sistemi di rintracciabilità per tre ragioni fondamentali:
– Cultura della qualità
– Cultura di mercato
– Cultura dell’informazione

Le imprese pensano che la rintracciabilità rappresenti:
– Risposta all’inquietudine del mercato e dei consumatori;
– Gestione interna del rischio;
– Strumento di vantaggio competitivo;
– Strumento di coordinamento di filiera (clienti/fornitori).

Per quanto riguarda la progettazione e implementazione dei programmi di gestione dei dati, le aziende pensano a risorse interne coadiuvate da imprese di servizio esterne. Per quanto concerne l’applicazione di sistemi di controllo, la verifica e il monitoraggio le aziende usano le risorse interne.

La ricerca però rileva il ritardo nella gestione delle informazioni, affidate al supporto cartaceo e rilevate in forma manuale. “L’Emilia Romagna è all’avanguardia nel settore agroalimentare – commenta Paolo Scarpa Bonazza Buora, Sottosegretario al Ministero delle Politiche Agricole –. Il vero federalismo consiste nel coordinare le dinamiche delle varie regioni. Per quanto riguarda il processo verso la qualità, sarà di grande supporto l’assegnazione a Parma della sede dell’Agenzia Alimentare Europea per la quale come Governo stiamo lavorando. D’intesa con il Ministro della Salute abbiamo deciso di dar vita anche a un’Agenzia Alimentare Italiana che faccia da diretto raccordo con le direttive europee”.

TAVOLA ROTONDA: LA RINTRACCIABILITA’ E IL SISTEMA DELLE IMPRESE.
Volontarietà o obbligatorietà per la tracciabilità? Autocontrollo o organismi di controllo? E per i coltivatori solo oneri? E poi gli onori (leggi “guadagni”) alla grande distribuzione? Una tavola rotonda per esaminare i problemi e le prospettive aperti della rintracciabilità. Ecco il punto di vista dalle associazioni dei produttori, dagli industriali della trasformazione e dal sindacato dei lavoratori.

GIOVANNI BATTISTA AIUTO (Copagri): Al di là della Bse, nei cittadini europei e in particolare italiani c’è una più ampia consapevolezza verso il cibo sano e la produzioni tipiche. Si registra anche una crescita esponenziale della disponibilità di reddito dei consumatori per soddisfare questa esigenza, come dimostra la crescita del biologico. E’ una fase tipica di una società di benessere cui deve fare fronte un’adeguata risposta dei produttori, dell’industri di trasformazione e di tutta la filiera (trasporto, distribuzione). Il CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro) sta approntando un valido sistema di linee guida.

GIOVENALE GERBAUDO (Confcooperative): All’inizio del 2000 quando uscì il Libro Bianco sulla sicurezza alimentare (erano tempi non sospetti), nel mondo delle Coop discutemmo sui contenuti intrinseci di qualità che noi, per le nostre caratteristiche, siamo in grado di garantire. Poi l’emergenza Bse ha fatto scattare la precauzionalità fai-da-te dei consumatori che, in assenza di informazioni, hanno rifiutato gli alimenti a rischio. La prevenzione pubblica ha fatto un flop: per eliminare un capo malato ha creato una strage.

A quel punto tutti hanno evocato un nuovo patto tra i soggetti della filiera. L’Emilia Romagna fa da battipista tra le istituzioni. Le aziende sono predisposte ad assumere norme nuove ma chiedono leggi chiare e comparabili con la normativa mondiale. La Rintracciabilità deve fare da vettore vantaggioso e competitivo. E lo può fare solo se è riconoscibile dai consumatori.

SERGIO MARINI (Coldiretti): Perché la rintracciabilità sia una leva di competitività per l’impresa, bisogna differenziare le aziende che la fanno. E poi la rintracciabilità deve essere normata da legge (quindi obbligatoria) o volontaria? Inoltre il mondo imprenditoriale deve decidere se fare rintracciabilità di alto o basso livello. Quando lo avrà deciso, sarà il mercato a stabilire se va premiata o no.

LUIGI CREMONINI (INALCA): Nel mio settore, quello delle carni bovine, la rintracciabilità è già molto avanti. Dal 1 gennaio 2002 saremo obbligati a portare al consumatore tutti i dati del passaporto dell’animale (ora si indica solo dove è nato e dove è stato macellato). Ma il nostro settore ha vissuto un momento tragico e non per responsabilità degli operatori italiani ma di altri.

A sedici anni dal primo caso di Bse in Europa, noi possiamo dire che in Italia la Bse non esiste. Finora non è mai stato trovato un animale vivo con sintomi manifesti della malattia (i test hanno trovato in 25 casi qualche cellula deviata). Il problema c’è stato in altri Paesi e a Bruxelles nessuno in sedici anni ha avuto il coraggio di fare chiarezza. Ora bisogna cominciare a rassicurare i consumatori fornendo loro la carta d’identità dell’animale dalla nascita fino alla vaschetta del supermercato.

MASSIMO PACETTI (Confederazione Italiana Agricoltori): Il mercato è molto aggressivo, la rintracciabilità offre la capacità di rispondere. Nella rintracciabilità c’è anche la valorizzazione delle origini: in questo modo difendiamo il business del “Made in Italy”. Per quanto riguarda l’attuazione della rintracciabilità, sono più per l’autocontrollo che per i controlli polizieschi.

GIORGIO SAMPIETRO (Federalimentare): Tutta l’industria è impegnata nella sfida per la qualità. L’altro obiettivo è la sicurezza, che è un problema di filiera. Quindi l’industria italiana è aperta alla rintracciabilità e ha la tecnologia informatica necessaria per attuarla.

Se vogliamo fare un progetto di rintracciabilità, lo dobbiamo mirare alla sicurezza. Se lo allarghiamo, usciamo dal seminato. Volontarietà o obbligatorietà? L’industria non ha pregiudizi. La soluzione potrebbe essere l’obbligatorietà delle regole generali che poi lasci la discussione delle norme applicative ad ogni singola filiera.

EMILIO BERTUZZI (Confagricoltura): La rintracciabilità è difficile e costosa ma è un dovere e anche una grande opportunità per differenziarsi nel mercato globale. Quindi penso a una obbligatorietà eccetto per il tipico dove la rintracciabilità potrebbe essere volontaria. Il progetto della Regione è concreto. Noi possiamo affrontare i costi alti, se le istituzioni ci sostengono; però il valore aggiunto deve restare alle aziende agricole.

PAOLO CATTABIANI (Anca Legacoop): Il nostro grande problema è mettere in una nuova relazione il territorio con i consumatori. La fiducia è fondamentale e tutto ciò che serve a ristabilirla va fatto. Ma va ristabilita, appunto, non dal produttore ma dal territorio. Se qualcuno non ci “spegne” in Senato, noi cooperative in questo abbiamo un plusvalore: i nostri soci.

FRANCO CHIRIACO (Flai Cgil): giudizio positivo sulla legge regionale, che è quasi un unicum in Europa. Rilevo che però non tiene conto della forza lavoro che in questo settore è particolarmente importante. La volontarietà è fuori luogo perché fa cadere la fiducia dei consumatori. Ci può essere solo l’obbligatorietà. Sono d’accordo sul fatto che la rintracciabilità non può partire dal produttore ma già dal territorio e dall’ambiente (devo saper se vi sono discariche, com’è la qualità di acqua e aria..).

RENZO PIRACCINI (Apofruit): Nel biologico, settore in cui operiamo noi, i controllo dei Nas ci sono eccome. Per il consumatore, la marca è la prima tutela: una marca fa per forza i controlli perché uno scandalo la porterebbe al fallimento. La rintracciabilità può essere una grande opportunità o una grande fregatura per il mondo agricolo.

LUCIANO SITA (Granarolo): la qualità dei prodotti dovrà diventare una costante per chi vuole restare sul mercato e la rintracciabilità diventerà strategica. La nostra azienda è impegnata nella rintracciabilità con controlli sulla filiera dalla stalla alla distribuzione.

Stiamo spendendo più di quanto in questo momento ci riconosce il mercato.

PIERLUIGI STOPELLI (Esselunga): la rintracciabilità non sarà una fregatura per nessuno: né i produttori, né i consumatori, né i distributori. La rintracciabilità oggi è possibile: facciamola.

VINCENZO TASSINARI (Coop Italia): Nella rintracciabilità, no all’autocontrollo: serve una garanzia super partes al di là della firma che noi mettiamo come marca. Non perdiamo di vista il tema della convenienza: perché le nostre produzioni si trovano a concorrere con altre produzioni extra Ue che hanno costi molto diversi (in Italia un’ora di manodopera costa 22mila lire, in Egitto mille).

CONCLUSIONI
GIOVANNI ALEMANNO, MINISTRO POLITICHE AGRICOLE E FORESTALI
Serve un tavolo operativo che costruisca un primo embrione per una legge che recepisca a livello nazionale la rintracciabilità: il consumatore se la aspetta. Partiamo con una legge dal profilo basso e prudente che però ci consenta di sperimentare in breve la rintracciabilità e poi apportare i correttivi. Il prossimo 29 novembre a Parma faremo un grande Forum proprio su questi temi con il capo del Governo, Berlusconi.

In occasione di Sana a Roma, nel giugno del 2002, organizzeremo la seconda conferenza nazionale del biologico perché anche questo settore deve essere un elemento forte nella produzione italiana.

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