L’ansia è connaturata alla condizione umana: non esiste forse persona che non la conosca bene, più o meno dolorosamente, e non esiste quindi grafia che non ne mostri i segni, facili da rintracciarsi per il grafologo. Ma sarebbe una costatazione abbastanza inutile e pleonastica se si limitasse a schedare un’ovvia presenza o anche se cercasse di quantificarla. La Grafologia può essere assai più utile osservando se l’ansia presente in quella certa scrittura è mobilizzante o paralizzante. E per fare ciò osserva soprattutto la gestione dello spazio, ossia il rapporto profondo tra bianco e nero, il movimento del filo grafico, la continuità del tratto. Spesso un’impostazione molto compatta, con un nero di realizzazioni e di scarsa apertura al nuovo e all’imprevisto, può rivelare un’ansia che si esprime nell’esserci e nel resistere fortemente, nel riempire produttivamente tutto lo spazio della vita, anche sbarrando un po’ l’accesso all’inconscio. Un movimento in fuga può indicare compensazioni nella vita professionale, in uno stile mobilizzante di “fare per essere”. I ritocchi, le saldature, i lacci e i ritorni possono invece indicare che l’ansia è esorcizzata con l’accuratezza, la precisione, a volte con tratti di personalità ossessiva – senza che questo faccia parlare di vera nevrosi di tal genere.

Più preoccupante è invece l’ansia che paralizza, ostacolando i rapporti umani e la realizzazione dello scrivente. Di solito ciò si manifesta con un ritmo stagnante, come se il filo grafico non riuscisse a snodarsi, a procedere; con un tratto povero, spezzettato, senza vita; con forme immature, deboli, instabili sul rigo; con un bianco preponderante ad indicare l’invadere dell’inconscio. Solo l’occhio allenato del grafologo può interpretare questi segnali all’interno di un piano di lavoro tecnico preciso e prudente, senza fare diagnosi ma sapendo ascoltare la sofferenza che emerge da un grafismo.

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