Assenza di progettualità

Vorrei esporre qui una riflessione su un film che mi ha colpito e che tratta secondo me molto bene una tematica centrale e ben presente nel nostro vivere quotidiano, l’assenza di progettualità. Il film in questione è Habemus Papam di Nanni Moretti. Già il titolo è ironico, perché nello sviluppo del film succederanno molte cose tranne quella di avere un Papa. E’ in questa incapacità l’assenza di progettualità. Un incapacità che colpisce non solo il vescovo francese Melville (Michel Piccolì) ma anche tutto il Conclave. Una scena di grande impatto è infatti il momento in cui i vescovi riuniti in Conclave sono concentrati nella scelta del futuro Pontefice romano. I loro pensieri non sono rivolti su un possibile candidato ma sono pieni di timore e paura, nessuno di loro vuole essere eletto Papa: “Non io Signore”, “Non sono all’altezza”, c’è un impotenza diffusa in tutto il vertice della chiesa. Quando Melville dopo essere stato eletto Pontefice si presenta al balcone per il rituale di presentazione davanti ai fedeli viene colpito da attacchi di panico e scappa.

Allo psicologo (Nanni Moretti) accorso in Vaticano per aiutarlo dirà: “Dio vede in me capacità che non ho”, “dove le vede non lo so”. Quindi il primo ostacolo che impedisce il formarsi di una progettualità è il non riconoscersi dei talenti delle capacità. Di fronte a questa grande possibilità Melville è preso dal panico perché se osserva la sua vita non vede nulla, tutto scompare, il suo passato, volti, persone, egli si sente solo nel buio. Non c’è nulla nella sua storia che riesce a dargli forza e consapevolezza nelle sue capacità, la sua carriera ecclesiastica è vissuta senza slanci e motivazioni. Quanti di noi si trovano in una condizione del genere, trovarsi in un percorso lavorativo che non ci appassiona, entusiasma, scelto per ripiego per una mancanza di rotta di obiettivi. La vera passione di Melville è il teatro, passione che ha abbandonato in gioventù perché la Commissione dell’Accademia teatrale lo rimandò non ritenendolo idoneo. Questa stroncatura ha segnato la sua vita e dopo il primo tentativo egli ha abbandonato ogni velleità di inseguire il suo sogno convinto di non avere talento: “avevano ragione loro non ero bravo”.

In questa menzogna esistenziale Melville sacrificherà se stesso. Dico menzogna esistenziale perché nel film il neo-Papa dopo essere scappato dal Vaticano, per tornare indietro nel proprio passato, avvicinerà una compagna teatrale e ne condividerà la bellezza, chiederà di poter fare il suggeritore di battute per lo spettacolo di Cechov, andrà a vedere le prove. Gli stessi attori lo sentiranno come uno di loro, una perfetta armonia con il mondo teatrale. Non è vero che non è bravo. Quindi la mancanza di fiducia in se stesso gli ha impedito in gioventù di riprovare, è stato più facile mollare ed odiarsi. Il rifiuto subito dall’Accademia è stata per Melville una conferma della sua mediocrità del suo non valore perché ripropone un rifiuto antico che il Papa ha già subito nel passato. La psicologa (Margherita Bui) gli parlerà di un “deficit d’accudimeno” da parte della madre subito in tenera età. Un rifiuto che nell’utero può diventare contatto con il vuoto, con la morte. Il feto è talmente piccolo che ogni mancanza d’amore può essere percepita come una minaccia di morte.

E’ questo il primo rifiuto che Melville riceve, ed è dal dolore e dall’angoscia di questo rifiuto verso la propria nascita e progettualità che iniziano le sue scelte d’odio sia verso la madre che verso se stesso. Pensieri d’odio e di negazione su cui si è costruita la sua personalità. Il problema è che tutto questo odio egli l’ha rimosso e non sa di attuarlo quotidianamente. Infatti nel film dopo aver parlato con la Psicologa dirà: “mi hanno detto che soffro di “deficit d’accudimento” ma non so cosa significa”. Il primo passo per ritrovare la propria progettualità è quindi diventare consapevoli delle scelte d’odio fatte nel passato, contattare nuovamente tutto il dolore e l’angoscia provati da piccoli e riattraversarli come adulti solo così può diminuire la paura e di conseguenza l’odio. Più abbiamo paura più ci sarà odio dentro di noi. Odio per non riuscire a vivere. Il secondo passo è iniziare a riempire quel vuoto con l’amore per noi stessi, perdonando le nostre fragilità e perseguendo le nostre passioni, sviluppare i nostri talenti, come per Melville il teatro.

Solo amandoci profondamente e con coraggio, confrontandoci di volta in volta con le nostre paure storiche (che si ripresentano nel quotidiano), possiamo darci alla vita e diventare sicuri nelle nostre scelte, seguire i nostri sogni e iniziare a riempire quel vuoto, quella bruttezza, che Melville sentiva dentro di se, in bellezza, calore, volti di amici. Solo con questa decisionalità d’amore possiamo essere artefici del nostro destino e cogliere con fiducia le possibilità che la vita, nostra alleata piena di doni e bellezza, di volta in volta ci propone, perché no, anche quella di diventare Papa. Lorenzo Limoncelli

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