Validità e attendibilità della grafologia

Nello scorso numero di “Psicologia contemporanea” si è tentato di fare un confronto tra grafologia e test psicometrici per verificare l’attendibilità e la validità dell’analisi di personalità effettuata attraverso lo strumento grafologico. Tale confronto, a parere di chi scrive, non fa altro che creare ulteriore ambiguità e confusione tra questi due “fronti”(grafologia e psicologia) che di fatto sono legati da un inscindibile rapporto di circolarità. Gli psicologi che si dichiarano disposti a considerare “attendibili” i risultati della disciplina accusata di a-scientificità esclusivamente se coincidenti con quelli dei loro sistemi, di fatto non sempre la conoscono a fondo, magari non hanno neanche provato a capirne la metodologia, né la hanno sperimentata prima di svolgere delle valutazioni o critiche. L’analisi grafologica di una personalità è infatti, secondo alcuni psicologi, “corretta” se presenta un profilo corrispondente ai dati di test psicometrici: come se alla grafologia potesse essere concesso un permesso applicativo solo subordinatamente ai risultati dei metodi di indagine propri delle scienze psicologiche.

MA QUALI SONO I “DATI” CHE INTERESSANO GLI PSICOLOGI DELLA PERSONALITA’?
Sul banco di prova sono stati posti i profili di personalità tratteggiati attraverso analisi grafologica e quelli emersi tramite il Big Five Questionnaire (Test standardizzato che sulla base di procedure sperimentali fornisce i cosiddetti dati-T). Ricordiamo che gli psicologi della personalità hanno definito quattro categorie di informazioni usati nella ricerca e questi sono: dati-L, dati –O, dati-S e dati-T. Si tratta di quattro differenti metodi per raccogliere dati sulla persona rispettivamente attraverso:
-storia o resoconto della vita dell’individuo;
-osservatori esterni quali parenti e amici;
-auto-descrizioni;
-test sperimentali quali il big five o il test d’intelligenza.

Prima di poter considerare l’eventuale sovrapponibilità tra grafologia e test psicometrici sarebbe peraltro opportuno chiederci fino a che punto le misure ottenute dai differenti tipi di dati concordano tra loro: se un individuo si definisce molto estroverso, avrà un punteggio alto in una situazione di laboratorio progettata per misurare quel tratto? E’ un fatto che i punteggi ottenuti tramite questionari sono spesso discrepanti rispetto ai punteggi ottenuti da procedure di laboratorio.

Laddove infatti i questionari implicano giudizi estendibili ad un’ampia gamma di situazioni (es: in genere ho un buon carattere), le procedure sperimentali misurano caratteristiche di personalità in contesti più specifici. Che dire poi della relazione tra auto-descrizioni e osservazioni esterne? Se l’attributo classificato è permeato da un giudizio di valore (es. affettuoso) l’accordo tra dati-S e dati-O potrebbe essere ridotto da distorsioni di auto-percezione che interferiscono sul processo di classificazione. Inoltre alcune caratteristiche della personalità, come ad es. la socievolezza, sono più semplici da osservare e valutare rispetto ad altre, quali ad es. il nevroticismo. Se le diverse misure della personalità non sono sovrapponibili, possiamo forse dire che una misura sia migliore o più precisa di un’altra e che un test sia più attendibile o più valido di un altro? Ogni tipo di dati presenta sia vantaggi che svantaggi e gli psicologi preferiscono un test piuttosto che un altro: alcuni ad es. rifiutano i dati-S osservando che le persone non solo mentono con consapevolezza, ma spesso distorcono la realtà inconsciamente.

Peraltro anche all’interno di una stessa categoria di dati non mancano le discrepanze, ad es. il NEO-Personality Inventory Revised, messo a punto da Costa e McCrae per misurare proprio i Big Five, presenta delle differenziazioni con altri strumenti approntati allo stesso fine in relazione alla specifica sottolineatura delle sfaccettature. Goldberg, ad es. nelle misure del fattore ‘apertura’, che preferisce chiamare intelletto o immaginazione, mette in evidenza gli aspetti creativi e intellettuali anziché comportamentali, sentimentali, valoriali ed estetici. Inoltre Costa e Mc Crae collocano la sfaccettatura cordialità nel fattore estroversione mentre per altri ricercatori del Big Five tale sfaccettatura sarebbe riferibile per lo più all’amabilità. Allora cosa dovremmo fare? Dovremmo dare più fiducia ad una fonte di dati piuttosto che a un’altra? Oppure dovremmo semplicemente cercare di capire il perché di tali differenze? Anche all’interno della stessa “ortodossia psicologica”, come possiamo ben notare, ci si continua a confrontare con il problema delle discrepanza delle misure di personalità fornite da fonti differenti.

Valutare le persone nella loro unicità, irripetibilità e complessità pone il ricercatore di fronte a problemi scottanti, costringendolo ad accettare risposte tutt’altro che definitive e ad aprire sempre nuovi interrogativi. Poiché sul banco degli imputati non c’è la psicologia ma la grafologia, mi limiterò a sottoporre a mia volta

LA GRAFOLOGIA ALLA PROVA DEI TEST DI PERSONALITA’ E D’INTELLIGENZA
Il confronto tra grafologia e test convalidati che misurino un aspetto specifico della personalità o dell’intelligenza ha già spinto in passato sia gli psicologi che i grafologi ad ipotizzare un collegamento diretto con alcuni items grafici indicativi degli stessi aspetti ed a misurarne poi il grado di correlazione, e già allora ne è derivata una delusione da parte dei grafologi ed un disconoscimento della grafologia in quanto scienza da parte degli psicologi. Esperimenti di questo tipo sono stati condotti nel 1978 da Rosenthal e Lines, nel 1986 dallo stesso Eysenck (ideatore di diversi questionari per ottenere le misurazioni delle persone rispetto all’introversione-estroversione) con Gudjonson, nel 1987 da Furnham e Gunter, nel 1994 all’università di Nanterre e nel 1997 da Michel de Grave.

Senza entrare nel merito di ciascun esperimento ciò che emerse confrontando la grafologia con il test Extraversion Personalità Inventory o il test di Gordon (che permette di assegnare punteggi in otto dimensioni della personalità), fu la stessa mancanza di correlazione emersa dalla ricerca di Dazzi e Pedrabassi, spesso addirittura i risultati divergevano. Chi ai test era risultato ad es. ambizioso ed alla ricerca di potere, non presentava segni grafici indicativi di tali tratti, quanto piuttosto una grafia fragile ed incerta. Chi esprimeva un desiderio di cambiamento ai test aveva una grafia rigida e schematica. Cosa significa tutto ciò? Quale può essere la spiegazione? Perché continuo a portare prove apparentemente a sfavore della grafologia pur volendo invece difenderla? Secondo molti grafologi i motivi di tale apparente sconfitta sono numerosi e dovuti a diversi fattori, infatti nei test a questionario le risposte possono essere falsificate dalle persone per dare una certa immagine di sé, o semplicemente possono riflettere un’ideale che gli individui vorrebbero raggiungere.

Inoltre risentono spesso delle condizioni del momento, tendono ad essere per lo più affermative e positive sul piano sia individuale che sociale; dipendono d’altra parte dal grado di conoscenza che la persona ha di se stessa e da un’interpretazione soggettiva della domanda posta. Anche sul versante intellettivo le cose non sono andate differentemente: lo stesso Alfred Binet, inventore del primo test d’intelligenza, condusse una serie di prove volte inizialmente a riconoscere il sesso e l’età attraverso la scrittura e poi per individuare il livello d’intelligenza attraverso la grafia. Per verificare l’eventuale rapporto tra intelligenza e scrittura egli condusse un esperimento a due tempi:
-Nel primo sottopose ad alcuni grafologi (tra i quali lo stesso Crepieux-Jamin, fondatore della scuola grafologica francese) 35 coppie di grafie, formate da persone di differente livello intellettivo, chiedendo agli esperti in materia di evincere il giusto quoziente intellettivo di ciascun autore.
– Nel secondo, mostrando due gruppi di scritture agli stessi grafologi, chiese di ordinarle in base alla maggiore o minore intelligenza.

I risultati furono vari, alcuni grafologi ottennero esiti eccellenti altre analisi furono invece sbagliate, comunque i successi furono trentadue su trentacinque: Lo stesso Binet dichiarò che “i segni grafici dell’intelligenza hanno una realtà incontestabile, ma non concordano con una grande intelligenza, anche se ciò capita il più delle volte”, infatti gli errori principali dei grafologi furono di non aver attribuito il giusto grado di intelligenza alla poetessa Louse Ackermann e all’autore Ernst Renan. Ma Binet di fronte ad alcune critiche del politico e matematico Emile Borel, condusse poi altri esperimenti “depurando” i testi da qualsiasi indizio che avesse potuto permettere di dedurre il grado di intelligenza degli scriventi e, come riportano i dati pubblicati in “une expérience cruciale en grphfologie” del luglio 1907, Crepieux-Jamin superò brillantemente tutte le prove. Naturalmente gli esperimenti sulla possibile correlazione tra i profili di QI e le analisi grafologiche continuarono per molti anni. Nel 1968 Michel confrontò i profili di cinque studenti emersi attraverso le matrici progressive di Raven e la somministrazione della WAIS (test d’intelligenza) con i loro profili grafologici e con i giudizi dei professori e le valutazioni semestrali: il risultato fu deludente per la grafologia dove ottenne una lieve correlazione positiva con il giudizio dei professori e con Raven ed una correlazione addirittura negativa con il WAIS.

Ancora una volta la domanda è se ciò sia sufficiente ad invalidare la grafologia. Secondo Oskar Lockowandt, un grafologo quando parla di intelligenza non si riferisce solo alle capacità di ragionamento logico richieste nel QI, ma all’insieme dello sviluppo personale e culturale dell’individuo, al suo livello di maturità globale. L’analisi grafologica non rivela infatti l’abilità nel completare sequenze numeriche o nella risoluzione di problemi matematici, d’altra parte è ormai noto che i test di QI non sempre offrono delle realistiche previsioni intellettuali in campo scolastico e lavorativo: non sempre un bambino con basso QI ha difficoltà scolastiche né è scontato che un ragazzo con alto QI riesca bene a scuola o sia destinato ad avere successo o dare prova di creatività. Il rendimento della persona dipende infatti da un insieme di fattori tra i quali giocano un ruolo fondamentale le componenti “emotive e comportamentali”.

CONCLUSIONI
L’accusa posta alla grafologia è dunque una mancanza di attendibilità e validità di tale disciplina, ma come abbiamo visto il campo della ricerca appare frastagliato, complesso e tutt’ora aperto. Il mio desiderio di replicare all’accusa mossa alla grafologia non nasce da un bisogno di rivalsa né dalla volontà di sollevare polemiche, bensì dalla volontà di esortare ad una maggior riflessione e soprattutto dall’auspicio che prima o poi psicologia e grafologia inizino a dialogare in prospettiva di un’integrazione interdisciplinare che possa arricchire entrambe.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here