Un dono della Vita per “raddrizzare” la rotta

Viaggiando in auto, magari in città, prima o poi ci si può imbattere in un semaforo rosso, in un passaggio pedonale inspiegabilmente denso di uomini che vanno chi da una parte chi dall’altra; e allora? Allora chissà quale potrà essere la risposta o la reazione. Anche di fronte ad ostacoli, impedimenti, di cui si può prevedere, quasi con certezza, la loro presenza ed il loro superamento, possono essere assunti atteggiamenti, comportamenti, pensieri i più diversi tra loro. Qualche tempo fa, di sera in macchina, ad un incrocio, la mia macchina era quasi ferma, non ho visto un uomo che attraversava, con un cane al guinzaglio, l’incrocio stesso. Il mio lentissimo procedere diventava di colpo un arresto a seguito dello stupore della scoperta di una presenza laddove ipotizzavo dovesse esserci una assenza. Quell’assenza si sostanziava di presenza attraverso un gesto: l’uomo con la mano costruiva dei movimenti davanti al suo volto ad indicarmi e a sottolineare il mio agire; mi faceva capire che considerava il mio agire l’azione di un folle. Un ostacolo imprevisto diventava fulmineamente davanti ai miei occhi un denso aggrumarsi del mio essere: un folle, egoista, centrato solo su stesso, incurante dell’umanità che mi vive accanto.

Quell’impedimento, in quel preciso istante, superava, travalicava le leggi spazio-temporali per configurarsi su di una geometria multidimensionali, in cui, appunto, lo spazio e, soprattutto, il tempo erano simultaneamente nel passato e nel presente e nel futuro. Ho potuto vedere le mie parti più nascoste all’opera: quell’uomo, in quel preciso momento, rappresentava la verità e, interpretando anche la mia volontà di costituirsi come mio ostacolo, mi chiamava al suo superamento o, quanto meno, al suo riconoscimento. Ho detto che il tempo sembrava aver perso quella caratteristica distintiva e costitutiva, allo stesso tempo, che ci fa attribuire un prima e un dopo rispetto ad un determinato accadimento; infatti, la mia vita, la mia intera storia, passata presente e futura, si era condensata in quel momento. Quell’ostacolo imprevisto aveva aperto in me un varco, trasversale a tutta la mia persona; potevo vedere le mie energie costitutive risalenti al mio concepimento, al mio percorso intrauterino, alla mia nascita, alla mia infanzia e giovinezza, a quello che c’era e a quello che ancora non c’era; ognuna con un proprio linguaggio e con un proprio corredo; con altre parole, posso dire che il tempo si dilatava e collassava e condensava continuamente.

Ho vivo nella memoria il ricordo delle parole che ho fermamente, lucidamente pronunciato dirigendole, con occhi spietati, verso l’uomo con il cane che, intanto, era fermo, immobile, al lato della mia auto: “Cosa vuoi? Vuoi che scendo e ti spacco la testa?”. Queste parole salivano, decifrate dal loro codice antico, dalle profondità della mia persona, da quelle parti che si sono sviluppate nel continuo terrore di essere annientate, fisicamente e spiritualmente; che hanno dovuto, di fronte ad un ostacolo insormontabile, modificare, trasformare il loro progetto, incanalare l’identità nascente entro un modello altrui, dato ed imposto, incamerando al contempo una dose esplosiva di odio; odio sempre tenuto a bada, sempre nascosto. Ora, quell’odio veniva prepotentemente a galla, visibile nella sua potenza distruttiva; ed era mio, mi apparteneva. In modo improvviso, dopo aver proferito quelle parole, ho messo in movimento la mia auto e, velocemente, mi sono allontanato dall’uomo verso una direzione completamente diversa da quella che avrei dovuto percorrere. Ho compiuto un tragitto breve, un giro intorno all’isolato o, forse meglio, dire un giro, una capovolta intorno ai miei ostacoli interni: la scoperta così improvvisa di tanto odio dentro di me, generato, urlato dal mio orgoglio smisurato e ferito, mi ha sbattuto in faccia una possibilità nuova; quell’ostacolo mi parlava della falsità del mio essere nel mondo, del mio essere, cioè, sempre accondiscendente, sempre pronto a dimostrare di essere un “bravo bambino” e, nel farmi prendere coscienza della verità, dura e tagliente e fredda, mi diceva di appropriarmi del mio odio, di riconoscerlo e, quindi, di distillarne la straordinaria forza e di metterla al servizio del mio progetto che finora era rimasto nascosto, sepolto dalle mie falsità.

Un ostacolo può non essere solamente un intralcio momentaneo e reale, può essere molto di più. Può essere una occasione che la vita ci offre per intraprendere o per correggere un cammino che dalle profondità delle origini, dal concepimento alla vita intrauterina, vuole condurci ad un agire artistico, ad una continua trasformazione in sintonia con il nostro progetto profondo.

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