Un’indagine delle Nazioni Unite fotografa la coscienza ecologica di 10mila ragazzi di 24 Paesi del mondo. Tutti d’accordo nel volere una vita più salutare e un ambiente meno inquinato

Vogliono meno inquinamento, una vita più salutare e maggior rispetto per i diritti altrui, ma non hanno ancora piena coscienza dell’impatto ambientale dei beni di consumo. Questo il ritratto dei giovani d’oggi che emerge da un’indagine condotta dall’Agenzia Nazionale per la Protezione dell’Ambiente, nell’ambito di un progetto di ricerca internazionale promosso dall’Unesco (l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura). La ricerca – dal titolo “Giovani e consumo sostenibile” – ha preso in esame 10mila ragazzi tra i 18 e i 25 anni, residenti in 30 grandi città di 24 Paesi sparsi nel mondo per sondare il loro grado di percezione dei problemi ecologici e la loro propensione ad assumere comportamenti rispettosi dell’ambiente, in particolare nel campo dei consumi. L’inchiesta è stata focalizzata sui giovani perché sono soprattutto loro, in particolare in quei Paesi considerati ricchi, ad influenzare in modo determinante l’andamento del mercato e la richiesta di beni di consumo primari e secondari il cui ciclo di vita ha un forte impatto sulla natura. Dalle interviste emerge che i ragazzi di oggi manifestano un forte interesse verso i problemi ambientali, ma che la maggior parte di loro non ha ancora maturato una piena consapevolezza del proprio ruolo di consumatore.

Infatti, per il 94 per cento dei ragazzi presi in esame la riduzione dell’inquinamento si piazza al terzo posto tra le principali sfide dei prossimi anni, dopo la lotta contro la disoccupazione e la battaglia per il rispetto dei diritti umani. Tuttavia solo l’11 per cento dei giovani vede un collegamento tra i propri acquisti e i danni ambientali: al momento della scelta di un prodotto, la maggior parte considera importante la qualità, il prezzo e la moda, solo il 40 per cento il suo impatto ecologico. È interessante notare che quest’ultima caratteristica, considerata poco rilevante dai giovani di Corea, Russia, Francia, Italia e Norvegia, diventa prioritaria per i giovani del Camerun e del Kenya che per le condizioni di vita disagiate sono evidentemente più inclini a riconoscere l’importanza della sostenibilità dei prodotti e a valutare le implicazioni sociali del consumo. Uno dei motivi principali che impedisce ai giovani di acquisire consapevolezza del proprio ruolo di consumatori risiede nella difficoltà di riconoscere l’influenza sull’ambiente dei beni di consumo nell’intero ciclo di vita.

Dal sondaggio è evidente che tutti concordano nell’attribuire un impatto sulla natura ai prodotti nella loro fase d’uso (il traffico) e di smaltimento (i rifiuti), ma non nella fase di produzione, come accade per i consumi energetici o alimentari, giudicati meno dannosi. Ma a chi spetta il compito di risolvere questi problemi e di migliorare il mondo? Secondo i giovani, la responsabilità è innanzitutto dei cittadini e dei governi, seguiti dalle organizzazioni internazionali, da loro stessi e dalle aziende. In particolare, in Kenya e Argentina molto viene delegato agli organismi umanitari, mentre in America, Australia, Francia, Filippine e Tailandia appare fondamentale il ruolo delle industrie. I dati italiani, analizzati dal Dipartimento di ricerca sociale e metodologia sociologica dell’Università la Sapienza, rispecchiano il panorama generale. Dalle 300 interviste effettuate a Roma emerge che anche i giovani della Capitale considerano la difesa dell’ambiente una questione di primaria importanza, ma nella pratica questo interesse per loro rimane ancorato ai temi consueti del traffico cittadino, dello smaltimento dei rifiuti, del consumo di energia e di acqua.

È ancora scarsa, infatti, la consapevolezza dell’impatto causato dallo sfruttamento delle fonti di energia e la conoscenza delle sperimentazioni in campo biotecnologico. Ma chi è cosciente dell’importanza della tutela ambientale vuole anche essere correttamente informato su di essa: il 94 per cento dei romani tra i 18 e i 25 anni, infatti, vorrebbe maggior indicazioni sulla fabbricazione dei prodotti, sulla maniera più razionale di usarli e sul loro smaltimento. L’elaborazione dei dati in rapporto al grado di cultura, al livello di informazione e al reddito degli intervistati ha permesso, inoltre, di distinguere due tipologie di giovani, gli interessati e i disinteressati. I primi sono caratterizzati da un titolo di studio più elevato, seguono criteri d’acquisto legati alla qualità dei prodotti, presentano un’elevata propensione al cambiamento e considerano efficaci le loro azioni per la costruzione di un mondo migliore. Al contrario, i disinteressati hanno un titolo di studio più basso, comprano i prodotti secondo le regole dettate dal conformismo, sono refrattari al cambiamento e considerano le loro azioni come ininfluenti sulla sorte del pianeta.

Il risultato più rilevante dell’indagine risulta la sorprendente somiglianza di alcune risposte date in varie parti del mondo, che non rivelano sostanziali differenze dovute alla eterogeneità delle culture e degli stili di vita. Sono stati intervistati giovani americani e giapponesi, abituati a un iperconsumo giornaliero di beni del tutto inutili, e ragazzi di Paesi come l’Uganda e la Bulgaria che hanno grandi difficoltà a procurarsi oggetti banali come i libri per studiare. In realtà, se ciascun abitante della Terra consumasse come l’europeo o il nordamericano medio sarebbero necessari più di sei pianeti per fornire le risorse necessarie a tutti. Ma al di là delle differenze, l’imperativo comune che emerge dall’indagine risulta quello di lottare per ridurre l’inquinamento. Le indicazioni essenziali fornite dalla ricerca saranno utilizzate dall’Anpa per orientare le proprie azioni educative rivolte a un pubblico giovanile, integrandole nelle attività istituzionali finalizzate alla promozione di prodotti ambientalmente sostenibili. A questo fine la Commissione europea ha già preparato una strategia per valutare la qualità ambientale dei beni di consumo con l’introduzione dell’Ecolabel, un marchio che premierà i criteri ecologici di ciascun prodotto tenendo conto dell’impatto sull’ambiente da esso generato nell’arco di tutto il ciclo di vita. L’Italia ha già assegnato il marchio a 99 prodotti posizionandosi al quarto posto per numero d’aziende etichettate tra i Paesi che hanno scelto di adottare l’Ecolabel. Che industrie, istituzioni e cittadini si impegnino a lavorare gomito a gomito appare l’unica strada possibile per migliorare realmente l’ambiente. E i giovani sono stati i primi a rendersene conto.

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