Non si tratta di illudersi, come nella favola di PollyAnna, che il mondo sia tutto bello e meraviglioso…

Certamente esiste il dolore, esiste la guerra e la cattiveria umana è reale quanto la sua bontà. Ma se non vogliamo rischiare di perderci nel buco nero dell’angoscia, se non vogliamo rischiare di scivolare lungo il viscido sentiero della depressione, allora dobbiamo rimboccarci le maniche e – faticosamente, con amore e disciplina –imparare a creare. Detto altrimenti: imparare a fare gli artisti della vita.

La risposta di Antonio Mercurio al problema del dolore è la “creatività”. Così come l’artista plasma la materia (il marmo, le note, immagini o colori), così l’artista della vita deve imparare a plasmare il proprio dolore, a lavorare sulla propria angoscia esistenziale. La materia da sagomare in questo caso sono le nostre vecchie abitudini, i nostri piccoli piaceri negativi a cui non vogliamo rinunciare, il nostro orgoglio, il cinismo, l’egocentrismo, la critica e il giudizio, la competizione a tutti i costi, il bisogno di potere sull’altro e il possesso. Si tratta di materiali che sono molto rigidi, cristallizzati dentro il nostro animo, davvero poco disponibili ad essere plasmati.

La prima difficoltà è generata dalla presunzione di esserne immuni, come se si trattasse di argomenti che non ci riguardano direttamente. La seconda difficoltà risiede nel fatto che – anche quando ci armiamo della migliore disposizione d’animo per sradicare le cause del nostro stesso male – esso sfugge alla nostra sorveglianza. È come se il meccanismo scattasse automaticamente, quasi fuori controllo. Capita così che ce ne accorgiamo sempre un attimo dopo: ascoltiamo le nostre parole solo dopo averle pronunciate, osserviamo e riflettiamo sulle nostre azioni solo dopo averle compiute, quasi fossimo soltanto spettatori piuttosto che attori. L’obiettivo dell’artista della vita – come dice Antonio Mercurio – è quello di creare “bellezza” a partire dalla propria esistenza e per la propria esistenza e di quella degli altri. L’artista della vita deve digerire bocconi spinosi.

Solo per fare qualche esempio: accettare l’imperfezione, accettare di sentirsi all’interno di un viaggio che è un cammino di conoscenza, accogliere il buio della notte con lo stesso amore come si accoglie la luce del sole, accettare che senza disciplina e senza tanti errori è difficile imparare davvero.

Imparare a creare bellezza è l’unica speranza per l’uomo del terzo millennio.

La tecnologia ci aveva illuso che avrebbe risolto tutti i mali del mondo. Ha migliorato sì la nostra quotidianità, ma ha tradito le attese e ci ha lasciati altrettanto vuoti, ancora sgomenti di fronte al mistero della vita e del cosmo. Imparare a creare bellezza significa non rimanere immobili di fronte al dolore, non essere complici dell’angoscia, della bruttezza. È come se avessimo ricevuto un’educazione che dice: “se non sei perfetto, allora non sei degno di amore”. Questo messaggio non è conservato nei nostri ricordi, nella nostra memoria consapevole, ma è inciso nel nostro inconscio, in una sorta di memoria cellulare. Viviamo condizionati da questo falso pensiero, senza neppure sapere di averlo. Bisogna invece cominciare a credere in se stessi fino in fondo, ad amarci e ad accoglierci a partire proprio dalle nostre imperfezioni. Sono queste che ci impediscono di essere omologati, di essere tutti uguali, di godere della ricchezza infinita del creato. Per ognuno di noi esiste un sentiero per uscire dal bosco nero dei nostri antichi dolori.

Ci vuole forza, fiducia ed arte: bisogna provare senza mai perdere la speranza, altrimenti perderemmo veramente noi stessi. Non è facile, ma si può fare.

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