Considerazioni libere sull’empatia nei rapporti umani

Empatia, simpatia, benevolenza, affetto, amore: parole spesso usate come sinonimi per descrivere le sostanziali propensioni positive verso sé stessi e verso gli altri. Vorrei qui distinguere e valorizzare il termine empatia rispetto agli altri. Questo termine fece la sua prima comparsa in una opera stampata nel 1798, con la stesura di DISCEPOLI A SAIS del poeta romantico NOVALIS. Esso stava ad indicare una modalità di conoscenza del mondo non razionale ed oggettiva, che richiedeva immedesimazione e partecipazione emotiva tra il soggetto- conoscente e l’oggetto da conoscere. Usato inizialmente per descrivere il rapporto di conoscenza dell’artista con il mondo si è poi allargato alla conoscenza della realtà psicologica complessa. “Empatia è il modo di cogliere informazioni di carattere psicologico su altre persone, e anche quando queste esprimono il loro pensiero o sentimento, il modo di raffigurarsi la loro esperienza interiore, che non è accessibile alla nostra esperienza diretta. Attraverso l’empatia noi cerchiamo di discernere in un singolo atto certamente riconoscibile, configurazioni psicologiche complesse che sono determinabili solo attraverso l’accurata osservazione di un gran numero di dettagli oppure che sfuggono del tutto alla nostra possibilità di definizione” ( H. KOHUT – Potere, coraggio e narcisismo- Astrolabio 1986).

Empatia vuol dire immedesimazione in ciò che può provare un’altra persona attraverso l’uso della nostra introspezione circa situazioni analoghe da noi vissute ed il riconoscimento emotivo della sostanziale somiglianza tra noi e l’altro, grazie al nostro essere appartenenti ad un insieme che ha problemi, emozioni, vissuti simili etc. Un allargamento della capacità empatica di ciascuno di noi implica che, progressivamente, cominciamo a sentire che le persone intorno a noi ci sono sostanzialmente simili, anche se si comportano e hanno avuto esperienze differenti, perché ciò che ci accomuna tutti è la nostra natura di esseri umani, quell’essenza di similitudine che ci permette ci comunicare pur nella diversità ed individualità di ognuno. Questa percezione è il presupposto dell’accordo, dell’amore e di tutti i sentimenti positivi, ma non ne è necessariamente accompagnata. Possiamo comprendere che i nostri avversari politici e religiosi sono uomini come noi che lottano per la loro sopravvivenza e per i loro principi, ma non per questo condividerli.

Nel momento in cui si uccideva un nemico in battaglia si riconosceva però il suo coraggio e la sua dignità di uomo che lotta: era questo il principio generale per cui le guerre e le battaglie potevano portare successivamente ad un accordo. La mancanza di riconoscimento di dignità umana ad altri esseri umani, pur nemici, sta creando le aberrazioni sanguinose che dalla metà degli anni 30 stanno dilaniando dolorosamente l’umanità. Gli appelli all’amore, alla pace e alla non violenza sono stupendi, ma non tengono conto della complessa realtà politica ed economica attuale, ma combattere e lottare con il riconoscimento reciproco di dignità tra nemici è l’unica forma di battaglia che possa portare poi ad una pace. Il cantautore Fabrizio De Andrè, nella sua canzone “La guerra di Piero”, ha espresso senz’altro meglio di me questo pensiero. Il concetto di empatia quindi va molto oltre il suo uso in psicoanalisi ed in psicologia: esso ci offre un punto di vista per entrare in contatto con il mondo. Allora cosa dire dei rapporti familiari visti secondo l’ottica dell’empatia? Le festività natalizie rappresentano per tutti noi una occasione importante: sia per coloro che ne vivono in pieno la religiosità che per i laici esse sono momenti di riposo, di divertimento, di incontro con i familiari e con gli amici.

Incontrarli vuol dire in via preliminare comprenderli ed immedesimarsi più o meno profondamente nel loro punto di vista. Occorre perciò ribaltare l’ottica che abitualmente usiamo per l’incontro: invece di aspettarci di essere capiti da madre, padre, coniuge o figlio, partiamo dal tentativo di capire il loro punto di vista sul mondo, immedesimandoci nei loro vissuti. Da lì può iniziare un dialogo in cui il nostro punto di vista, che rimane comunque per noi fondamentale, lascia per un momento il posto a quello dell’altro. Lo spazio ed il tempo delle vacanze, delle pause fuori dalle routines ci possono servire per decentrarci e favorire l’immedesimazione. L’empatia non prevede altro: di per sé è neutrale, non agente, concordante o sintonizzante. Si può comprendere il punto di vista dell’altro senza essere d‘accordo, rispondere alle sue richieste, provare simpatia o amore. Ma la comprensione implica l’accettazione globale( non solo razionale)del suo punto di vista come appartenente al genere umano, a ciò che è possibile, a tutte le infinite variabili dell’essere che hanno valore e ragione di esistenza.

In tal modo diamo all’altro ciò che implicitamente chiede: essere legittimato ad esistere nel suo essere più spontaneo ed autentico. Mi si obbietterà: ma Io? Anch’io vorrei la stessa cosa dall’altro. Ebbene, nel nostro sforzo di capire aggiungiamo quello di “farci capire”, anche se può essere molto doloroso accorgersi che l’altro non vuole, o più spesso, non può capirci. In questa concezione l’empatia rappresenta comunque la condizione necessaria per cui i rapporti umani implichino il nostro modo psicologico di esistenza. La negazione dell’essere umano psicologico trasforma i rapporti in qualcosa di meccanico, inanimato, senza vitalità e viene vissuto dalle persone che si sentono negate, come una progressiva disumanizzazione e meccanicizzazione. Non è l’uso delle macchine per comunicare( telefoni, computers etc.) che ci sta disumanizzando, ma la mancata percezione che gli altri ci possono capire empaticamente e che noi possiamo capirli. Senza l’amore, la compassione, la simpatia possiamo concepirci vivi, anche se dolenti e tristi, ma senza la legittimazione di esistenza l’uno rispetto all’altro non può esistere un incontro: si vive in un mondo deserto, popolato solo da mostri meccanici che ci possono divorare o lasciarci morire di inedia, come tanta letteratura fantascientifica immagina.

Risulta vitale quindi che, prima di ogni sentimento, scatti tra noi la possibilità di legittimazione reciproca profonda: essa parte dalla immedesimazione nel modo di essere dell’altro e dalla accettazione globale di esso come esistente ed umano. La componente emotiva e partecipativa, al di là della logica e della ragione, rappresenta la matrice coesiva del sentire. L’empatia è lo strumento del nostro sentire: ciò che permette la partecipazione e l’emozione condivisa. Ciò risulta ovvio con i nostri cari; eppure il provare amore, affetto, attaccamento in un legame di sangue non ha come implicito l’incontro empatico. Infatti se l’empatia è , i rapporti affettivi familiari possono essere permeati di sentimenti, a volte positivi, a volte negativi senza una comprensione profonda dell’altro. A volte vi può essere l’interferenza di altre componenti del sentire: ad esempio i nostri bisogni di essere capiti sono maggiori verso le persone che ci sono più vicine e quindi le delusioni in questo senso generano più rabbia, scoraggiamento, ritiro, impedendoci così di avvicinarci con empatia proprio a coloro che amiamo.

Molti genitori si lamentano che i loro figli non capiscono le loro fatiche, le esigenze di stare tranquilli con figli obbedienti e bravi che li ricompensino dei sacrifici fatti. I figli non si sentono compresi nei bisogni di appoggio per la crescita, di incoraggiamento all’indipendenza e all’autonomia, di rassicurazione dalle paure. Alcune mogli vorrebbero più protezione dai loro uomini; i mariti più dolcezza dalle loro compagne. Ciascuno è ben radicato nel suo modo di sentire e non è disposto a comprendere la validità anche del punto di vista dell’altro, senza essere per questo costretto ad assecondarlo. La qualità dei rapporti umani ne soffre: noi ne soffriamo come essere umani psicologici e ci ammaliamo nel corpo, nella mente e nello spirito.

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