Appunti sul rapporto psicologico del bambino con il suo ambiente

Le mie riflessioni sono scaturite avendo come punto di partenza la teoria dello psicoanalista Heinz Kohut, attualmente meglio conosciuta come Psicologia del Sé. La scarsa diffusione al gran pubblico italiano di ciò che egli ha scritto richiede che, per migliore chiarezza, dedichi una parte del mio lavoro ad una breve e, per ovvie ragioni, sicuramente non completa, esposizione dei concetti principali da lui elaborati. Per coloro che volessero avere ulteriori informazioni consiglio di visitare il sito: www. selfpsychology.org . Ho diviso in tre parti tra loro consequenziali le mie considerazioni.

Parte prima
Heinz Kohut ha considerato il Sé come il centro dell’indagine psicologica e lo ha descritto come un concetto derivato empiricamente dall’ osservazione empatica dell’insieme dell’esperienza soggettiva che l’individuo ha di sé stesso e dell’ambiente circostante. Egli sostiene che le premesse per un Sé forte e coeso si fondano su una relazione di comprensione empatica continuativa tra il Sé e l’altro, da lui denominato oggetto-Sé, durante i primi anni di vita.

L’oggetto-Sé deve rispondere a tre bisogni fondamentali del Sé: l’esigenza di rispecchiamento del Sé che si espone al mondo, quella di essere unito con un altro Sé concepito come forte e rassicurante e quella di sentire la somiglianza e la condivisione tra pari della propria esperienza interiore. Le sue ipotesi provengono da molti anni di lavoro clinico come psicoanalista freudiano con pazienti adulti. Dall’ascolto dei suoi pazienti egli ha progressivamente modificato le teorie di Freud fino a formulare una nuova metodologia terapeutica, aprendo la strada ad una diversa concezione della salute psichica. La sua concezione dello sviluppo del bambino nell’ interazione con l’ambiente, inteso come oggetto-Sé, sarà l’argomento delle mie riflessioni, sia in questo scritto, in cui parlerò dei presupposti teorici, sia nei due articoli successivi in cui farò alcune considerazioni personali sui problemi di empatia nell’ambiente psicologico di accoglienza del bambino fin dalla nascita. La relazione duale genitore-bambino viene denominata da Kohut di oggetto-Sé per porre l’accento sull’ intrinseca natura di questa relazione, contemporaneamente intrapsichica ed ambientale.

Ogni rapporto affettivo può essere una relazione di oggetto-Sé nella misura in cui è sperimentato dal soggetto come funzionale al suo sviluppo psichico, e non come un rapporto tra due individui distinti e separati. Lo stesso rapporto può essere un’ interazione tra due esseri con individualità distinte, e contemporaneamente essere indispensabile all’equilibrio del Sé dei due partner. Kohut esprime la convinzione che le relazioni di comprensione empatica con gli oggetti-Sé sono indispensabili allo sviluppo psichico umano, tanto quanto le relazioni di amore, le quali presuppongono uno scambio di sentimenti e di passioni. Egli afferma che tale bisogno non è circoscritto alla fase di immaturità emotiva dell’uomo (prima dell’età adulta) o a soggetti immaturi o fragili psichicamente, ma si esprime in ogni individuo per tutto l’arco temporale della vita, evolvendosi e maturando parallelamente ai bisogni psicologici di ciascun periodo( infanzia, adolescenza, maturità, vecchiaia ) I rapporti empatici d’oggetto-Sé si trasformerebbero da arcaici (usando una terminologia tipicamente psicoanalitica, per la quale arcaico indica sia precoce che immaturo) fino a relazioni sempre più mature.

Il processo maturativo nelle relazioni d’ oggetto-Sé si attuerebbe con la progressiva internalizzazione delle stesse in ideali ed ambizioni del Sé relativamente indipendenti dal sostegno delle persone circostanti. In via ipotetica l’individuo si sente forte e sicuro di ciò che desidera ed in cui crede anche se non ha un forte supporto e sostegno delle persone intorno a Sé ma lo stesso Kohut afferma che tale obbiettivo è poco raggiungibile e che, purtroppo, essendo molto difficile la presenza di un ambiente empatico ideale nelle’età evolutiva, livelli di immaturità e fragilità del Sé possono permanere anche nella vita adulta. La salute mentale non sarebbe rappresentata quindi dal raggiungimento di una maturità completa ma da un equilibrio osmotico tra il Sé e gli oggetti-Sé, favorevole alla progressiva realizzazione dell’individuo lungo l’arco di tutta la sua vita. Ritornando al momento della nascita, possiamo affermare che la prima relazione di oggetto-Sé è rappresentata per la grande maggioranza dei casi dal rapporto continuativo e quotidiano con i propri genitori naturali ed è lì che si esprime il nostro primo bisogno di empatia.

La ripetitività di un rapporto interpersonale empatico quotidiano con altri esseri umani fonda la possibilità che il piccolo dell’uomo acquisti con il tempo tutte le caratteristiche specifiche delle nostra umanità. Queste ultime sono state descritte e glorificate da arte, letteratura, religione e storia, da migliaia di uomini e di donne prima di noi e rappresentano insieme un modello ed una aspirazione, ma anche una profondo bisogno di ogni individuo di sentirsi di appartenere al genere umano, sviluppando le proprie potenzialità individuali e al tempo stesso specie-specifiche. I più recenti studi osservativi del neonato ci forniscono le seguenti informazioni: il cucciolo dell’uomo nasce con alcune caratteristiche della specie umana già mature e forti. Gli occorre uno specchio umano che gliele confermi empaticamente e lo aiuti a consolidarle nel tempo. Lui è geneticamente predisposto ad attirare su di sè l’interesse dell’adulto (vedi l’abilità innata del bambino di sorridere e di riconoscere il volto umano). La madre naturale è l’individuo umano biologicamente più disponibile a farlo perché durante i nove mesi di attesa del suo bambino la mente ed il corpo della donna si predispongono in modo semplice e spontaneo a questo compito, vissuto anch’esso come profondamente radicato negli scopi biologici e psicologici del nostro essere uomini e donne.

Quando tutto ciò non accade ( e per fortuna accade migliaia di volte ogni giorno nel nostro mondo), dobbiamo pensare che qualcosa di profondamente grave ha avuto il potere di sviare lo sviluppo di questo processo altrimenti così naturale e potenzialmente gioioso.
Ma come ci si accorge che tutto ciò non è avvenuto tra madre e bambino?
Molto spesso c’è un bambino che soffre psicologicamente e fisicamente in modo ripetitivo e continuo a tal punto che il suo sviluppo può essere gravemente deviato od interrotto.

Parte seconda
La gravidanza ed i primi mesi di vita.
Se la madre può essere per il bambino la prima fonte d’ empatia, ella, per potersi decentrare ed entrare empaticamente in contatto con i bisogni del suo bambino, ha però l’esigenza, a sua volta, di essere compresa nei suoi bisogni fin dal momento della gravidanza Descriverò ora la mia visione del vissuto di una donna in gravidanza nella nostra attuale epoca storica con i cambiamenti sociali ed organizzativi che essa ha comportato nel prendersi cura dei bambini e nell’ organizzazione della vita familiare.

Vorrei dipingere inoltre lo scenario emotivo e sociale in cui a mio parere si affaccia il piccolo dell’uomo nell’Italia metropolitana del terzo millennio. Ripeterò una frase ormai consueta e comune nei giornali e nei libri: il mutato ruolo della donna nella società e nella coppia. Lo sforzo femminile di entrare come soggetto storico nel flusso delle idee e delle realizzazioni fuori delle mura domestiche ha portato molte soddisfazioni soggettive e porterà senz’altro una trasformazione sociale e culturale nel mondo occidentale, ma come si coniuga con la gravidanza? L’elemento empirico più rilevante è la notevole riduzione del numero di gravidanze negli ultimi vent’anni che vede il nostro paese in testa alla classifica nei paesi industrializzati: si grida all’invecchiamento della popolazione, ai danni economici, al problema morale e religioso ecc. Poco è stato detto sulle difficoltà emotive ed ambientali che ogni donna deve attualmente affrontare per poter avere un bambino ed allevarlo con cura ed affetto. Una donna che attende un bambino è molto più bisognosa di sostegno che in qualsiasi altro momento della sua vita.

Premetto che non è una retriva difesa della debolezza costituzionale femminile che le impedirebbe quindi di accedere ad un ruolo attivo nella società e nel mondo del lavoro, ma l’affermazione della specificità e della delicatezza del ruolo femminile nell’educare il bambino nel primo periodo della vita. Farò un altro preambolo: non affermo che le difficoltà femminili nell’allevare la prole fossero minori, anzi probabilmente erano molto più gravi, nei secoli precedenti, quando malattia, povertà e problemi sociali d’ ogni tipo gravavano sulla durata della vita di vastissime popolazioni e le donne spesso morivano nel partorire, o vedevano morire i loro bambini in larga percentuale nel primo anno di vita. Nel ventesimo secolo la vita si è prolungata di oltre un terzo rispetto al secolo scorso, molte cause di mortalità infantile sono state sconfitte, il livello economico di un terzo della popolazione mondiale si è enormemente elevato; in questa parte del mondo non siamo perciò nell’emergenza. Non lottiamo più per strappare ogni giorno della nostra vita alla morte che incalza alle spalle.

In questo secolo così tormentato i bambini arrivano all’alba del terzo millennio spesso inseriti in ambienti affettivi spesso molto difficili. Ritornando al rapporto tra una futura madre ed il suo bambino inserito in una famiglia di una metropoli europea come Roma, con le richieste provenienti dal’ambiente sociale e culturale e dai nuovi modelli di coppia, appare interessante una riflessione. Il differente ruolo che la donna ha nella famiglia la porta ad assumersi molte responsabilità relative sia al lavoro domestico sia a quello fuori di casa. Le distanze abitative sono molte e vi possono essere pochi scambi con le famiglie di origine; permane un forte coinvolgimento della figura femminile nella responsabilità della cura del bambino senza una valorizzazione culturale ed ambientale del suo ruolo ed adeguati supporti collettivi, familiari e no. In questo contesto la donna stessa vive la futura nascita del suo bambino più come una fonte d’ angoscia che di gioia. Aggiungerei che la donna in gravidanza riceve supporto ed aiuto più come affetta da una malattia da curare,che come una persona che sta vivendo un evento biologico ed esistenziale che le porterà gioia ed arricchimento.

La mancanza di un ambiente empatico intorno alla futura madre, che la valorizzi e le dia il supporto affettivo necessario mette alla prova la stabilità, la forza e la coesione del suo Sé. Infatti, la gravidanza rappresenta, come ho detto, per ogni donna un evento psicologico molto complesso, che richiede molte energie fisiche ed emotive. Durante tale periodo si possono evidenziare perciò, in assenza di un adeguato ambiente d’ oggetto-Sé empatico e di supporto affettivo, le eventuali fragilità personali. Alcune donne possono vivere emozioni di forte confusione e debolezza fisica, possono cominciare ad aver paura riguardo alla loro salute e quella del bambino al di là d’ ogni realismo: queste paure sono collegate al senso di coesione del Sé, messo alla prova dalle trasformazioni fisiologiche della gravidanza. In me è ancora forte il ricordo della mia gravidanza e di quella di amiche, conoscenti e pazienti. Un elemento significativo del vissuto soggettivo è stato spesso quello dell’isolamento psicologico dovuto alla scarsa comprensione e partecipazione delle condizioni di fragilità fisica e psichica conseguente alla gravidanza sia da parte del partner che della famiglia di origine.

Anche l’organizzazione sociale di vita e del lavoro in una grande città ha la sua responsabilità: Raggiungere il proprio lavoro nel traffico cittadino, mantenere un ritmo lavorativo adeguato nonostante le oscillazioni fisiologiche, stare con gli amici in serate tranquille e non con il modo di divertirsi di sempre, trovare qualcuno che ti faccia compagnia dal dottore o scegliere il luogo dove partorire nel miglior modo possibile con un budget ristretto; tutti problemi affrontati spesso in grande solitudine. E le paure di non sentire il bambino vivo e vitale nella pancia, di non farcela a partorire per il dolore o per i problemi del bambino, spesso liquidate come esagerazioni e vissute in solitudine, quasi con vergogna. In una situazione poco empatica fragilità psicologiche, prima non evidenti alla persona stessa e agli altri, si possono trasformare in veri e propri disturbi. Può accadere quindi che quando il bambino nasce non trovi una madre pronta ad accoglierlo che sia sana e forte. La madre, fragile ed angosciata, tenderà a disconoscere la naturale forza e vitalità del figlio, sarà pronta a vederlo debole e malato al di là d’ ogni dato realistico: il bambino rappresenta la sua parte fragile ormai attivata che la rende incapace di comprensione empatica dei bisogni psicologici specifici di questo nuovo individuo, soffocati da quelli di lei.

In altri casi la donna si allontanerà dalle cure empatiche del bambino per interessarsi esclusivamente agli aspetti organizzativi, per dimostrare a sé stessa la propria validità personale. Ne scaturiranno un insieme di richieste inconsce perfezionistiche a sé stessa, in una concezione in cui i limiti personali , la fatica e la debolezza sono spesso rimosse sia durante la gravidanza che dopo la nascita del bambino e tutto deve continuare come prima che lui nascesse: la presenza di questo nuovo piccolo individuo è negata e lui deve comportarsi in maniera tale da confermare la sua sostanziale mancanza di esistenza (deve essere buono, accettare di buon grado le cure materne, non protestare né ammalarsi o dare problemi.). Lo si accudisce seguendo i modelli collettivi, stupendosi e vergognandosi quando il bambino non ne vuol sapere di essere come lo si desidera, tentando per tutto il resto della sua vita di farlo diventare diverso da Sé stesso. Ciò che risulta traumatico, capace di distorcere e/o bloccare il suo sviluppo, è però, in entrambe le situazioni, la sostanziale mancanza d’ empatia dei genitori che fa sì che il bambino non possa esistere per loro nella sua specificità ed individualità fin dal momento della sua nascita.

Chiaramente tutto ciò non avviene in modo così assoluto, per cui esistono le più infinite sfumature emotive ed ambientali in tutto il susseguirsi dell’ età evolutiva. La mancanza d’ empatia risulta traumatica psicologicamente quando è ripetuta e continuativa e non se avviene transitoriamente o in casi particolari e/o eccezionali. Gli avvenimenti che contraddistinguono la vita del bambino e della sua famiglia sono molteplici e soggetti ad una miriade di variabili. Non sono le situazioni straordinarie che sembrano incidere sullo sviluppo del Sé del bambino ma i piccoli eventi di “ordinaria follia”. Essi possono essere ricondotti, allo stato attuale delle nostre conoscenze, a questo comune denominatore: l’impossibilità del bambino di “essere compreso empaticamente” nella sua specifica ed unica personalità fin dal momento della nascita. Gli impedimenti interni relativi alla personalità della madre, assieme alla mancanza d’ adeguati supporti ambientali, possono diventare degli ostacoli insormontabili e portare gravi distorsioni dello sviluppo psicologico infantile.

Parte terza
Il padre, la famiglia allargata, la scuola ed il tempo libero Il ruolo deleterio per lo sviluppo del bambino di un padre disempatico appare nei casi più frequenti meno traumatica poiché il padre è spesso poco presente nella vita dei bambini, almeno nell’area metropolitana romana del terzo millennio.

È quindi spesso più urgente porsi il problema della cura dei disturbi profondi sia della madre e del bambino, vedendolo dal punto di vista d’ igiene mentale globale della famiglia, ossia cercando intorno alla coppia madre-bambino supporti ambientali sufficientemente empatici. In molti casi, se adeguatamente aiutata emotivamente e praticamente, una madre con una fragilità del Sé non molto grave può avere quel livello d’ empatia necessario affinché il bambino non sviluppi gravi problemi emozionali. Gli interventi ambientali di supporto, quali l’inserimento precoce del bambino nel contesto scolastico, la ricerca di sostituti materni, ed il maggiore coinvolgimento del padre, si sono rivelate, infatti, buone modalità di fornire al bambino un contesto emotivo compensativo rispetto ad un oggetto Sé materno fragile e disempatico. In tali situazioni, nella misura in cui il lavoro profondo sulla personalità della madre richiede molto tempo, nel mentre il bambino ha bisogno di un rapporto empatico per sviluppare adeguatamente il suo Sé, è bene attivare altre figure che si offrano al bambino come oggetti-Sé empatici, tanto che ormai tutti gli psicologi dello sviluppo non parlano più di madre o di padre ma di caretakers, persone che sono di supporto al bambino ( anche diverse dai genitori) fornendogli nel rapporto quotidiano e continuativo la comprensione empatica dei suoi bisogni in modo ugualmente efficace.

Tali interventi creano spesso un circolo benefico: il bambino, potendo usufruire d’ altri rapporti empatici, diminuisce le sue richieste nei confronti della madre, e quest’ultima, sentendosi meno invasa e messa in pericolo nella sua identità dalle richieste del bambino, riesce maggiormente a decentrarsi per andare incontro alla specifica individualità del figlio; il rapporto diviene più soddisfacente per entrambi. Il ruolo compensativo del padre si può attuare se il padre è meno fragile psicologicamente della madre e si rende disponibile al rapporto; se è disposto a concedere al bambino parte del suo tempo, che spesso dedica interamente alla ricerca di un’ affermazione sociale. La presenza d’ altri membri della famiglia è sempre meno frequente: il miglioramento delle condizioni economiche della nostra società permette di evitare la coabitazione che era caratteristica delle famiglie degli anni Cinquanta. Naturalmente ciò ha migliorato le condizioni oggettive di vita ma tiene prigionieri i bambini nel rapporto disturbato con la loro madre senza un’altra possibile valvola di salvataggio: gli unici adulti che possono esser presenti fisicamente sono i nonni, a volte anziani, a volte troppo deboli fisicamente e/o stanchi per avere le energie emotive per crescere un bambino da soli.

Le strutture educative: la scuola La scuola pubblica presenta una crisi organizzativa e di valori molto grave ormai da circa 30 anni. Faticosamente gli insegnanti cercano di valorizzare il loro ruolo, sia nell’ istituzione scolastica che nella società intera. La svalorizzazione sociale del ruolo dell’insegnante ed i problemi organizzativi della struttura li demotivano alla creatività ed all’impegno psicologico con l’alunno. Gli insegnanti, visti come entità globale, escludendo l’impegno dei singoli, fanno molta fatica ad assumere quel ruolo compensativo dei genitori nel sostenere il Sé del bambino, quotidianamente traumatizzato “dalla dolorosa mancanza d’ esistenza nella mente degli altri ” Se anche il bambino viene “visto”, stenta a ricevere quel supporto alla sua individualità di cui avrebbe assoluto bisogno. La risposta difensiva degli insegnanti rispetto a tali esigenze è “ il programma” e “la disciplina”: ossia il loro bisogno di valorizzarsi, o almeno di evitare critiche o attacchi da parte del mondo esterno. Viceversa, se gli insegnanti fossero più consapevoli dell’importanza di costituire una figura adulta che può offrire una relazione empatica d’ oggetto-Sé rispecchiante al ragazzo, a volte compensativa di carenze familiari, o che si va ad aggiungere a quella di genitori sufficientemente empatici, allora comprenderebbero che buona parte delle loro energie dovrebbero essere spese per creare un clima empatico e di rispecchiamento favorevole per ciascun bambino.

Ciò comporterà di conseguenza una partecipazione ed un impegno scolastico dei bambini completamente diversi. Le strutture extrascolastiche Coloro che lavorano nell’ambito dell’infanzia, psicologi, pedagogisti ed insegnanti, spesso consigliano per il bambino problematico attività di sport e di tempo libero. Come mai accade tutto ciò? Si è notato empiricamente che, se ben inserito, il bambino migliora. La motivazione principale a mio avviso può essere legata all’esperienza emotiva di incontrare un adulto disponibile a vederlo, a stimolare le sue potenzialità individuali, a concedergli quel sostegno necessario a sviluppare e a mantenere la coesione del suo Sé. Infatti, gli adulti che operano in tali strutture sono spesso persone disponibili al rapporto con i ragazzi ed il contesto deresponsabilizzante facilita la loro capacità empatica “di vedere ogni singolo bambino con le sue specifiche caratteristiche.” Non sempre ciò accade: gli sport collettivi rappresentano spesso un contesto competitivo e di confronto troppo grande, ma al di là del tipo d’ attività è la personalità del maestro che la rende efficace per il bambino sofferente psichicamente.

Egli nutre il bisogno assoluto che un adulto, almeno uno, nel suo ambiente “si accorga di lui” e lo incoraggi nello sviluppo della sua individualità. Le attività dove vi è meno competizione, gruppi meno numerosi, facilitano il rapporto empatico individuale, e quindi permettono una riduzione della sofferenza psichica. Gli specialisti notano che il bambino si diverte e sta meglio. Leggendo il fenomeno dal punto di vista della Psicologia del Sé il bambino sta meglio non perché gioca e si diverte, ma gioca e si diverte perché ha trovato un adulto che lo comprende e lo sta a guardare con interesse ed orgoglio.

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