Vata è il principio del movimento, della propulsione e della forza di eliminazione; pitta la combustione e la trasformazione; kapha il consolidamento, l’assimilazione, l’inerzia.

Secondo l’antica medicina indiana, gli “agenti” regolatori della natura e quindi anche del corpo umano sono i dosa. Anche salute e malattia conseguono dalla loro condizione e interrelazione. Vata è il principio del movimento, della propulsione e della forza di eliminazione; pitta la combustione e la trasformazione; kapha il consolidamento, l’assimilazione, l’inerzia. Microcosmo e macrocosmo, secondo un fondamentale principio vedico, sarebbero in dinamica unitaria interrelazione, anche per causa di questi tre principi presenti in entrambi gli aspetti della manifestazione e, per conseguenza, la natura eserciterebbe una vitale influenza sul complesso psicosomatico umano. Per questa ragione, l’uomo, ad esempio, non solo sarebbe influenzato dalle caratteristiche ambientali ma risentirebbe del passaggio da una stagione all’altra. Nell’interpretazione ayurvedica, il concetto di dosa è dunque un punto focale da cui partire per effettuare, ad esempio una diagnosi clinica e un trattamento terapeutico prevede il tentativo di riportare queste tre forze in equilibrio. Vediamo ora di prenderle in esame un po’ più da vicino sia come primaria localizzazione dal punto di vista patologico, sia funzionale.

Vata, normalmente, alla presenza di squilibrio, si va principalmente ad accumulare nell’intestino colon ma anche in altre zone dell’organismo come le cosce, le anche, le ossa, le orecchie, la trachea, il cervello, la pelle. I cinque costituenti di vata o subdosa, infatti, determinano funzioni che si possono ritenere principali e si dislocano in varie aree del corpo: Il prana vata (prana: aria prima o principale) alimenta il cervello, i polmoni, il battito cardiaco, i cinque sensi sopratutto udito e tatto. L’udana vata (aria che va verso l’alto) lo ritroviamo nella gola, nel torace, nei polmoni, nell’ombelico, nei seni nasali. Esso alimenta l’espirare, l’esprimersi (anche come parola), la tosse, l’eruttare. Il samana vata (aria che uniforma o equilibra) alimenta la peristalsi ed è perciò diffuso in tutto l’apparato alimentare, principalmente nell’intestino tenue. E’ collegato all’assimilazione ma soprattutto alla digestione. L’apana vata (aria che si muove verso il basso) è situato nel colon. Governa ogni tipo di espulsione come quella relativa alle feci, all’orina, al flusso mestruale, al parto o all’eiaculazione.

Il vyana vata (aria diffusa o penetrante) risiede nel cuore, nei vasi sanguigni, nella cute, nelle ossa, nei muscoli e nei nervi. Alimenta, dunque, principalmente, la circolazione, ma anche i movimenti del sistema muscolo-scheletrico e l’innervazione degli organi di senso. Quando pitta si squilibra va ad accumularsi specialmente nell’intestino tenue, ma questo dosa si ritrova presente in maniera determinante anche nel fegato, nella milza, nello stomaco, nella cute, negli occhi, nel cuore e nel cervello, grazie all’azione funzionale dei suoi subdosa che sono: Pacaka pitta (il pitta digestivo) si trova nell’intestino tenue e nella parte finale dello stomaco, negli acidi dello stomaco stesso, negli enzimi, nella bile e negli ormoni. Collegato ad agni (il fuoco digestivo) regola anche la temperatura del corpo. Il ranjaka pitta (il pitta che dà calore) è principalmente collocato nel fegato, nella milza, nell’intestino tenue, nello stomaco, nel sangue, nella bile e nelle feci. Contribuisce, inoltre, alla produzione di globuli rossi. Il sadhaka pitta (il pitta del discernimento) lo si ritrova soprattutto nel cervello e nel cuore.

Genera sia la comprensione attraverso il pensiero logico sia il coraggio. Permette anche la digestione mentale e psicologica dei fatti dell’esistenza. L’alocaka pitta può essere considerato il pitta degli occhi e permette di comprendere ciò che si vede ma più propriamente, in senso psicologico, consente di sperimentare una corretta visione del mondo. Bhrajaka pitta è il fuoco che determina la luminosità della pelle e la sua temperatura. Situato soprattutto nella cute è tuttavia presente anche nel sudore e nelle secrezioni sebacee. Il kapha, il cui letterale significato è acqua rigogliosa, quando si aggrava va accumulandosi principalmente nell’apparato respiratorio. Tra i dosa, come ho già affermato in altre occasioni, è il più grossolano ma di vitale importanza nella costituzione dei fluidi corporei come il plasma, i muchi, la flemma, il liquido cerebro-spinale e sinoviale.I suoi subdosa sono: Kledaka kapha (la forma dell’acqua che umidifica) che ritroviamo nello stomaco a proteggere le pareti dall’azione acida di pacaka pitta e a liquefare il cibo nella prima fase della digestione.

Avalambaka kapha (la forma dell’acqua che sorregge) localizzato principalmente nel cuore, nella spina dorsale e nella membrana pelvica. Esso lubrifica il cuore ed i polmoni ed è responsabile dei sentimenti affettivi e, qualche volta, degli stati depressivi che conseguono in caso di insoddisfazione. Il bodhaka kapha (la forma dell’acqua che dà percezione) sta nella lingua, nella saliva e nella bocca ed è associato al gusto non solo in senso fisico ma anche psicologico. Il tarpaka kapha (la forma dell’acqua che dà appagamento) risiede invece nel cervello, nel fluido cerebro-spinale, nei seni nasali e nel cuore ed è anche associato alla tranquillità emotiva nonché alla serenità. Lo slesaka kapha (il kapha della lubrificazione) è il fluido sinoviale che si trova nell’interno delle giunture corporee e delle articolazioni in generale. Per concludere, dosa e subdosa, sono, nella medicina ayurvedica, i fondamentali costituenti del corpo insieme ai dhatu (tessuti), upadhatu (tessuti secondari), dhara kala (membrane e rivestimenti), srotas (canali circolatori), e mala (secrezioni ed escrezioni corporee).

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