Il sottile confine tra arte e patologia

Mario- Ciao chi sei?. Gigi- Mi chiamo Gigi e tu? Mario- Io sono Poseidone il potente Dio del mare, fratello di Zeus, rispettato da tutto l’Olimpo; regno gli abissi del mare e abito in una casa d’oro; tutti, però, mi chiamano Mario, Mario ‘o scem. Mario- Tu, invece, Gigi hai detto no? Ma tu, che fai? Qual è il tuo regno? Gigi- Il mio regno è quello dell’arte, faccio l’artista! Anch’io sono conosciuto e rispettato in tutto il mondo; pensa: ieri ero Dante Alighieri, oggi sono Garibaldi, domani sarò Napoleone e ancora dopodomani un Santo del paradiso… E così via, via sarà per tutta la vita. Mario- Davvero? Un’artista? Gigi- Si, certo, indosso una maschera ogni volta, ed è fantastico! La maschera mi permette di vivere, trasformare e cambiare la mia identità ogni volta che voglio… Cerco in ogni posto, in ogni angolo del mondo uno specchio per vederci dentro sempre cose diverse, facce nuove e storie sconosciute. Mario- Come? Non capisco, spiegati meglio! Vuoi farmi credere che fingendo di essere qualcun altro ti senti te stesso? Gigi- Fingendo. Finzione, che parolone!!!!! No, la mia non è una vera e propria finzione, ma più un prestito che il passato, il presente e la prospettiva futura mi offre. Non fingo no! Ma piuttosto rivivo, simulo, fotografo. E poi, me stesso o no, vivo e respiro quella che è la mia vera libertà. I miei viaggi sono meravigliosi, in essi trovo la linfa che nutre me e le mie creature, apprezzate e venerate. Ah! E dovessi vedere che creature! Partorite dalla mia mente e dal mio corpo, proprio come dal ventre di una mamma. Mario- Sai, Gigi? Anch’io l’anno scorso ho fatto un viaggio, davvero fantastico, sulle ali del mio grosso pégaso sono arrivato fino in Cina, che meraviglia! Ho visto delle creature stravaganti, davvero fuori dal comune dell’Olimpo. Ma sai una cosa? Queste mie creature non sono state venerate, le persone non mi hanno apprezzato per questo, anzi, mi hanno rinchiuso tra quattro mura con tante pillole da inghiottire!

Un’idea piuttosto diffusa è quella secondo la quale l’artista sia affetto da disturbi del comportamento, essendo spesso una persona originale, instabile, ossessionata dal suo lavoro e dalle sue opere e, ai limiti estremi, vicinissimo alla follia. Da sempre la creatività, l’originalità e il “nuovo” fanno etichettare il portatore di tali “qualità” come folle o personaggio “strano”. Da Freud in poi, gli artisti sono diventati i “pazienti nevrotici” da studiare, ma ciò che rende l’artista diverso dal nevrotico è la libertà; la sua energia è flessibile, in quanto permette una trasformazione. Mentre il nevrotico, infatti, è costretto a reprimere la sua energia, l’artista la libera. Dunque l’arte appare come una specie di trattamento terapeutico, un mezzo per allontanare il conflitto ed evitare il cadere nella nevrosi.

E allora?
L’arte è davvero una salvezza? Un rifugio nel quale trovare la giusta cura ad una inevitabile follia? Può darsi che se Gigi non fosse diventato un grande artista oggi sarebbe un nevrotico? E che se Mario avesse trovato la sua valvola di sfogo nell’arte oggi non sarebbe uno malato di mente? E ancora, forse Gigi è un narcisista o un depresso o un maniaco-depressivo che nasconde la sua malattia dietro le sue stesse creature? Creature che riescono a dare il giusto equilibrio anche al caos più caotico? Ma l’arte tiene in incubazione la più terribile delle infezioni e cioè quella mentale? Oppure queste sono tutte seghe mentali che da Freud in poi la maggior parte degli psicologi si sono imposte e che ancora oggi continuiamo a farci?

Penso che ognuno, chi più chi meno, abbia insito in sé un dolore, o come scriveva Aldo Carotenuto una ferita, che sembra rimarginata ma che è pronta a sanguinare, da un momento all’altro.
La polvere cicatrizzante per gli artisti è l’arte che permette loro di trasformare la sofferenza in altro, soprattutto dandole un significato che diventa di tutti, lasciando a loro creatori, il posto ad una maschera.

Salutandovi vi lascio riflettendo sulle parole di Starobinski.
“…c’era un tipo di uomo particolare che si interessava alle maschere o piuttosto vedeva le maschere dappertutto: il malinconico. Il malinconico vive un tempo che non è il tempo degli altri, un tempo rallentato, un tempo sul quale la sua malattia proietta un’ombra, ed è lui che crede di non vedere intorno a sé altro che maschere (…). Legge il mondo come un teatro dove ciascuno recita la propria parte, ciascuno recita il proprio ruolo. Ma il teatro è come una scena di illusioni, di suggestioni…”.
(J. Starobinski (1990), “La maschera e l’uomo”, Bellinzona)

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