L’esperienza di una psicoterapia analitica

Uscire dagli attacchi di panico è possibile. Bisogna volerlo! Sembrerebbe la cosa più semplice del mondo, ma non è sempre così. Queste sono le esperienze di Grifis e Alfonso (pseudonimi) che a 25 anni e 31 anni decidono di far fare un salto di qualità alle loro esistenze. Entrambi dichiarano di soffrire di crisi di ansia con attacchi di panico. Sebbene si tratti di storie e vicende molto diverse tra loro, esse sono accomunate da un comune senso di diffidenza iniziale ma anche da conquiste precoci e veloci, alcune anche al di sopra delle mie aspettative.

Alla fine del gennaio 2004, Grifis intraprende una psicoterapia analitica: dichiara di soffrire di attacchi di panico da quando aveva 19 anni. Grifis è spaventato ma anche affascinato e incuriosito dal cambiamento che sta per avvenire. Dopo 6 anni di DAP e vari inutili tentativi farmacologici, e dopo soltanto 5 mesi circa di psicoterapia, questo è il suo bilancio all’inizio del Luglio 2004. Grifis avvia la psicoterapia con un atteggiamento del tipo “… Va tutto bene. Solo che soffro di DAP”. In realtà è estremamente provato dai lunghi anni di sofferenza e dalle continue delusioni rispetto ai tentativi farmacologici che nel tempo erano stati sperimentati. Lo scoraggiamento è tanto forte quanto il suo desiderio di uscirne. Sfiorare il suo nucleo di dolore è una sofferenza davvero grande, che però – prima girandoci intorno, poi con maggiore sicurezza – decide di affrontare. Il coraggio che viene fuori non è quello dell’incoscienza, ma quello di chi impara a fronteggiare le proprie paure e i propri mostri interiori. Grifis comincia con fermezza ad erodere il monolite di dolore che si porta dentro e i primi risultati non si fanno attendere.

La prima esperienza
Non è semplice fare un bilancio della terapia e di come essa mi abbia cambiato perché mi rendo conto che su di me, sulla mia situazione, ho due opinioni totalmente differenti l’una dall’altra, eppure al tempo stesso entrambe plausibili in quanto dettate dai diversi stati d’animo in cui mi posso trovare. A livello di conoscenza indubbiamente i progressi sono stati notevoli, ma più che a conoscermi ho imparato a capirmi, a comprendere le mie emozioni e a non averne paura, a capire cosa mi fa star male e a non farmi sopraffare da esso, a rimanere calmo e applicare le tecniche di difesa che ho appreso in questi mesi. E questi successi mi spingono a sperare, ad avere fiducia nelle mie possibilità, a considerare me al centro della vita e non il mio malessere, e quindi fare le cose per me, senza pensare in conseguenza di esso come invece avevo iniziato a fare in questi anni. Eppure nei momenti in cui stò male, pur rimanendo calmo, c’è una paura che ancora mi assale, si è insidiata in me col passare del tempo, e paradossalmente è rafforzata proprio dai successi. E’ che nonostante tutto continuo a star male e intimamente temo che il processo di trasformazione che ho iniziato non coincida con lo stare bene definitivamente, mi sento prigioniero dei malori che mi colgono dove come e quando vogliono, quando sono triste come quando mi diverto, in solitudine come in compagnia, in casa come all’aperto. Questa spada di Damocle la sento pendere su di me continuamente e quando finalmente me ne dimentico anche se solo per pochi istanti, irrompe all’improvviso cancellando quell’attimo di normalità che avevo assaporato. Ho come la sensazione che mi punisca quando dimostro il mio valore, quando assaporo la vita, quando mi accorgo di essere vivo. E questa trasformazione che in certi momenti non mi convince, quando invece stò bene la sento mia, sento questa spinta al cambiamento in meglio, ad abbandonare i vincoli che chiaramente mi hanno portato a star male ma ai quali nonostante tutto sono così legato. E sò che mentre nel processo di conoscenza sono stato guidato, la mia parte era quella dell’allievo attento a non lasciarsi sfuggire nemmeno una parola dei preziosi insegnamenti, nel processo di trasformazione sono io il protagonista, e la riuscita o meno del progetto dipende dalla mia volontà e capacità. E’ un processo interiore e di vita che sento di aver appena intrapreso e al tempo stesso ne sono affascinato e intimorito, perché una strada nuova – per me che ho sempre temuto i cambiamenti – è una strada pericolosa.
– Grifis, 25 anni, 5 mesi di psicoterapia.

Alfonso è nel pieno completamento del suo passaggio tra adolescente e uomo. È sposato da poco tempo e la vita vera sembra essergli piombata addosso prima che lui potesse accorgersi che la fanciullezza stava svanendo. Mostra diversi talenti e capacità, che però al momento solo parzialmente utilizza nella sua vita quotidiana e di relazione. Il lavoro profondo sul ‘senso di colpa’ diventa rapidamente un focus importante che cerchiamo di sviluppare al meglio, e anche quando vengono toccate tematiche esistenziali esse hanno sempre una tangibile ricaduta sul vissuto quotidiano e concreto. Questo è il suo resoconto dopo solo 2 mesi di psicoterapia.

La seconda esperienza
Un anno! Questo è il tempo che è trascorso da quando un giorno al mio risveglio, il mio corpo con la complicità della mia mente (o forse è il contrario?) ha issato la bandiera dell’anarchia. Ogni movimento sensazione percezione di malessere, frantumavano ora dopo ora le mie garanzie di realtà, la paura ha fatto il resto. Quando decisi di rivolgermi alla psicoterapia, temevo l’inutilità di un simile percorso, cosa avrei fatto se il dolore l’ansia la paura, non fossero svaniti? Come avrei reagito se il giorno, dopo aver impegnato un ora a raccontare la mia vita ad uno psicoterapeuta mi fossi trovato poi la sera incatenato nella gabbia dei pensieri a chiedermi nelle lacrime cosa stesse accadendo? Questa è stata la mia grande prima sfida, convincermi che la psicoterapia era ed è l’unica strada percorribile, nessun fallimento, solo un lento successo stimolato da piccole conquiste. Al primo incontro di psicoterapia, ho sentito forte l’impulso di cedere, di rinunciare: è cosi forte il mio nemico? Ed io cosi debole? Incredibilmente la paura fino a quel momento ostile, è stata l’ancora che mi ha cementato i piedi costringendomi ad andare avanti. A distanza di settimane non saprei dire con esattezza cosa sia cambiato, o cosa stia per cambiare in me, di sicuro dalla prima seduta psicoterapeutica dove mi presentai con la mia valigetta carica di tremori vertigini e debolezza e privo di ossigeno, mi ritrovo oggi non privo di questo pesante carico, ma con una lucidità mentale rinnovata. Ora respiro nuove sensazioni a cui non so dare forma o nome, ma sono consapevole che esse sono i primi risultati di un lavoro che sarà lungo e faticoso, oggi posso concedermi il lusso di regalarmi qualche risposta alle tante domande che mi circondano, oggi comincio a comprendere che le critiche i commenti e tutto quello che minava la mia sicurezza, non è sempre reale, ma forse solo il timido tentativo di altri di fuggire dalle loro paure, ecco il primo passo verso la riconquista dell’auto–stima. Oggi forse ho raggiunto la prima tappa.
– Alfonso, 31 anni, 2 mesi di psicoterapia

Ho voluto pubblicare integralmente le esperienze di Alfonso e Grifis (con il loro esplicito consenso), anche nei punti dove sono ancora presenti l’ambivalenza e il dubbio, volendo testimoniare la concretezza e il coraggio che essi dimostrano nell’affrontare le proprie fragilità. Ma è importante anche porre l’attenzione sugli importanti spiragli che si sono aperti, sulle profonde verità che essi vanno intuendo e scoprendo e sull’evidente processo di trasformazione che – in pochi mesi – è stato avviato.

Matrix
Per confrontare i passaggi che Grifis ed Alfonso stanno affrontando, riporto di seguito un brano tratto dal film “Matrix”, relativo al primo dialogo tra Morpheus e Neo, al momento del loro primo incontro:
– Morpheus: Immagino che in questo momento ti sentirai un po’ come Alice che ruzzola nella tana del Bianconiglio.
– Neo: L’esempio calza.
– Morpheus: Lo leggo nei tuoi occhi: hai lo sguardo di un uomo che accetta quello che vede solo perché aspetta di risvegliarsi. E curiosamente non sei lontano dalla verità. Tu credi nel destino, Neo?
– Neo: No.
– Morpheus: Perché no?
– Neo: Perché non piace l’idea di non poter gestire la mia vita.
– Morpheus: Capisco perfettamente ciò che intendi. Adesso ti dico perché sei qui. Sei qui perché intuisci qualcosa che non riesci a spiegarti. Senti solo che c’è. È tutta la vita che hai la sensazione che ci sia qualcosa che non quadra nel mondo. Non sai bene di che si tratta, ma l’avverti. È un chiodo fisso nel cervello, da diventarci matto. È questa sensazione che ti ha portato da me.

Il cammino che porterà Neo, il protagonista di Matrix, a completare la sua liberazione è ancora lungo e mancano ancora molti colpi di scena e molte vicende. Così è anche per i nostri eroi, che pur dopo anni in cui il dolore sembrava essersi cristallizzato per sempre, hanno ormai intuito di quale materia sono fatte le sbarre della prigione interiore e hanno cominciato a sviluppare i muscoli della volontà profonda. E malgrado il timore di avviarsi lungo un sentiero che appare oscuro, al tempo stesso ne sono anche affascinati. Come Ulisse lascia l’isola natia per affrontare l’odissea della propria vita, la quale lo riporterà – ormai uomo fatto – alla sua amata Itaca.

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Giampiero Ciappina
Direttore dell'Istituto Solaris - Sophia University of Rome. Allievo del Prof. Antonio Mercurio. Psicologo, Psicoterapeuta, Antropologo cosmoartista, Counselor Trainer della FAIP Counseling. Ha scritto otto libri, centinaia di articoli per molte riviste, tenuto numerose conferenze e partecipato a molti congressi nazionali e internazionali.

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