Catastrofi naturali, estinzioni, carestie, malattie: sono alcune delle conseguenze dei cambiamenti meteorologici e del surriscaldamento terrestre
Stagioni pazze, piogge improvvise, caldo insolito, sbalzi di temperatura. I cambiamenti del clima sul nostro pianeta sono ormai sotto gli occhi di tutti, ma ancora pochi sono a conoscenza dei loro potenziali pericoli per la vita dell’uomo. Secondo gli esperti dell’Organizzazione mondiale della sanità, la variabilità meteorologica – causata dalle attività degli stessi esseri umani – è destinata a incidere profondamente sulle basi del nostro benessere: qualità della vita e salute, disponibilità di acqua potabile, insediamenti sicuri, ambiente. Si pensi ad eventi naturali straordinari come i recenti uragani che nei Caraibi hanno ucciso più di 13mila persone o gli enormi incendi dovuti alla siccità che in Brasile, Indonesia e Siberia hanno devastato migliaia di chilometri quadrati di foreste. Ma a destare allarme sono anche le malattie: quelle trasmesse da insetti e zecche che risentono direttamente della temperatura, dell’umidità, dei venti; quelle determinate dalla maggiore radiazione ultravioletta (melanoma); quelle respiratorie, per effetto dello smog; le infezioni estive legate al cibo (salmonellosi).

Malaria, infezioni e stress Tra le patologie infettive gravi, la malaria e la dengue sono quelle che risultano maggiormente influenzate dal riscaldamento del globo terrestre e dalla carenza di acqua. Secondo le ultime previsioni, la percentuale di persone a rischio di malaria “climatica” dovrebbe aumentare del 45-60 per cento nei prossimi anni, con una crescita esponenziale nell’Europa mediterranea e balcanica, mentre la dengue (malattia per lo più urbana dei Paesi tropicali) è destinata a diffondersi in modo massiccio in seguito ai movimenti migratori dalle aree rurali alle città e a causa della mancanza di acqua diretta negli insediamenti. Più di metà della popolazione mondiale vive già in zone a rischio d’infezione e sono almeno 100mila i casi di dengue che si verificano ogni anno. Ma i pericoli non finiscono qui: l’uso dei sistemi di irrigazione nei Paesi caldi ha provocato la rapida diffusione della schistosomiasi, una malattia causata da un verme che necessita delle lumache d’acqua per crescere. Dove le lumache incontrano parassiti umani, lì si diffonde l’infezione. Come è evidente, l’estremizzazione dei fenomeni meteorologici colpisce soprattutto i popoli più vulnerabili, le regioni più povere e carenti di infrastrutture sanitarie, i gruppi sociali tecnologicamente più arretrati.

Secondo le stime della Fao, circa 800 milioni di persone che vivono nei Paesi poveri non hanno cibo a sufficienza e un miliardo in tutto il mondo non hanno accesso alle risorse idriche. Quasi la metà della popolazione, poi, vive in aree urbane: l’alta densità demografica, la bassa qualità delle abitazioni, il traffico e l’inquinamento atmosferico sono elementi che inevitabilmente entrano in combinazione con le trasformazioni climatiche, rendendo ancor più vulnerabili gli abitanti. Uno dei tipici disturbi delle aree metropolitane è il cosiddetto stress da calore, per esposizione alle alte temperature. Mentre chi vive in regioni calde, come il sud degli Stati Uniti o della Cina, affronta bene il calore eccessivo, grazie all’adattamento dello stile di vita e a una sorta di acclimatazione psicologica, i cittadini delle grandi aree urbane e delle zone temperate ne risentono di più. Sempre più spesso, infatti, l’effetto “isola di calore” delle metropoli è causa di stress, malattie e anche di morte fra gli anziani. Secondo le previsioni dell’Organizzazione mondiale della sanità, in alcuni Paesi il numero di morti per effetto delle onde di calore è destinato a raddoppiare entro il 2020.

Come già detto, ai pericoli diretti per la salute dell’uomo si affiancano quelli che minacciano i sistemi naturali essenziali per la sopravvivenza del pianeta: tra essi, ghiacciai, barriere coralline, foreste, ecosistemi artici e montani, aree di pianura, pascoli primari. Il cambiamento climatico tenderà ad accentuare il rischio di estinzioni e di perdita di biodiversità. Molti insediamenti umani dovranno fronteggiare il rischio di alluvioni e decine di milioni di persone che vivono in zone costiere basse, delta fluviali o piccole isole potrebbero diventare “rifugiati ambientali”. E i governi cosa fanno? Gli scienziati di tutto il mondo ormai concordano: sono le attività dell’uomo a provocare il riscaldamento della Terra e far impazzire il clima. Dunque è l’uomo stesso a dover porvi rimedio. Uso dei combustibili fossili, risparmio energetico, riduzione del traffico su strada, sfruttamento dell’energia dai rifiuti sono fra le terapie applicabili a breve termine. Nel lungo periodo occorrerà invece puntare su motori a idrogeno, celle a combustibile ed energie pulite. Ma quanti di questi rimedi sono effettivamente allo studio dei Paesi industrializzati, responsabili di oltre il 70 per cento delle emissioni? Un primo passo per far fronte alle emergenze legate ai cambiamenti climatici è stato fatto il 7 dicembre 1997, con la firma dell’ormai famoso Protocollo di Kyoto, un accordo internazionale per la riduzione delle emissioni di gas serra, responsabili del surriscaldamento del pianeta, entro il 2012.

Il tasso di riduzione è differenziato per ogni Paese: il valore medio è pari a meno 5,2 per cento (per l’Europa meno 8 per cento, per gli Stati Uniti meno 7 per cento). A tutt’oggi, però, il Protocollo non è ancora operativo: per entrare in vigore deve essere ratificato da almeno 55 nazioni (finora sono solo 21) e queste nell’insieme devono rappresentare almeno il 55 per cento del volume totale delle emissioni di gas a effetto serra dei Paesi sviluppati. Allo stallo delle ratifiche deve aggiungersi il recente e clamoroso passo indietro degli Stati Uniti: il presidente George W. Bush ha deciso infatti di non appoggiare il Protocollo perché “troppo penalizzante per l’industria americana”. Nel 1999, a Londra, i ministri dell’ambiente e della sanità europei hanno posto le basi per la creazione di un network europeo per il monitoraggio, la ricerca e l’individuazione degli effetti del cambiamento climatico e della riduzione dell’ozono stratosferico. L’European Center for Environmental Health è l’organismo che dovrà occuparsi di coordinare il network alla luce dei programmi globali individuati dal Comitato sull’agenda climatica creato nel 1998 dalla World Health Assembly.

Intorno a questi programmi di studio lavora attualmente un gruppo ad hoc dell’Organizzazione mondiale della sanità, impegnato a progettare le misure necessarie per monitorare il clima e per circoscrivere gli effetti diretti e indiretti del riscaldamento globale, come gli eventi meteorologici estremi (le tempeste, le ondate di calore, la siccità), l’innalzamento del livello dei mari, le inondazioni, la siccità e di conseguenza tutte le morti a essi legate. Dopo il G8 sull’ambiente tenutosi nel marzo scorso a Trieste (è lì che è avvenuto il clamoroso voltafaccia Usa), la prossima maratona negoziale sul clima si terrà a Bonn dal 16 al 27 luglio, dove i ministri dell’Ambiente di 42 Paesi si siederanno al tavolo della trattativa per decidere il futuro del pianeta.

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