I primi esperimenti risalgono agli anni ‘70. E da allora la ricerca transgenica ha prodotto solo una lunga serie di insuccessi e rischi.

Proprio rischi e convenienze dei cibi transgenici sono stati l’argomento del Convegno organizzato da Legambiente nell’ambito di Sana, il Salone internazionale dell’Alimentazione naturale, Salute e Ambiente. “Nonostante gli enormi investimenti – ha messo in chiaro il coordinatore del convegno Roberto Della Seta di Legambiente -, in tutti questi anni di ricerca sono stati prodotti con successo solo due geni per modificare i vegetali in modo da renderli resistenti ad erbicidi e parassiti e nessun animale. Questa linea di ricerca si è rivelata sostanzialmente un fallimento e l’insistenza con cui le multinazionali difendono i pochi Ogm prodotti deriva allora evidentemente dalla necessità stringente di recuperare le somme investite. Le finalità strettamente commerciali su cui si è mossa la ricerca hanno infatti impedito che si approfondisse l’analisi sulle diverse implicazioni dell’immissione di Ogm in ambiente. Se oggi la ricerca è all’avanguardia nella descrizioni meccanica dei genomi, pochissimo si sa sull’interazione tra i geni e sulla loro modulazione”.

COLTIVAZIONI CONCENTRATE NEGLI USA
Manuela Panzacchi, responsabile nazionale organismi transgenici per Legambiente, ha ricordato che gran parte della produzione transgenica è attualmente concentrata negli Usa.

Ma da anni è in corso il tentativo di numerose multinazionali di esportarli anche in Europa. “Le direttive europee prevedono valutazioni di rischio ambientale prima di immettere i prodotti sul mercato. E’ giusto che il prodotto transgenico sia identificabile tramite l’etichetta. E non solo quando è rilevabile nel Dna del prodotto finito, ma anche l’eventuale presenza nella filiera, non più riscontrabile attraverso il Dna. Per questo è importante che l’importatore abbia la certificazione”. Ma c’è un punto nero nella normativa europea in materia: “Si tratta della possibilità di commercializzare prodotti che contengono sostanze che sarebbe ritenute illegali se queste non superano la soglia dell’1%”. Una clausola accettata dopo le minacce di portare il caso davanti all’organizzazione mondiale del commercio.

CELLI: “COSI’ NON SI ELIMINANO I PESTICIDI”
Giorgio Celli, etnologo e parlamentare europeo, ha confermato la posizione di numerosi ambientalisti: “La ricerca è libera ma deve restare negli ambiti della ricerca, nei laboratori, non essere trasferita nella produzione”.

Ma Celli si è soffermato soprattutto sul problema dei pesticidi. “Sono sempre stato contrario all’utilizzo di pesticidi. Ma non è vero che le piante transgeniche permettono di evitarne l’utilizzo. C’è il rischio di un effetto boomerang”. I geni modificati nelle piante transgeniche servono infatti a tenere lontani gli insetti. “Ma avere una pressione continua, rischia di rendere rapidamente resistenti gli insetti, costringendo a sempre nuove modifiche transgeniche. Il vero scopo di questi tentativi è soprattutto l’affare legato ai brevetti”

ELEVATO RISCHIO INTOLLERANZA
Luciano Pecchiai, del Centro di Eubiotica Umana e Primario dell’Ospedale dei Bambini Vittore Buzzi di Milano, ha messo in guardia dal rischio intolleranza: “Qualsiasi nuovo alimento che viene introdotto in una determinata zona provoca dei casi di intolleranza. La maggioranza degli individui si assuefa, ma in altri casi emerge l’intolleranza”. Il rischio con i cibi geneticamente modificati è che questi casi di intolleranza siano destinati a moltiplicarsi. Pecchiai ha puntato il dito sulla mancata applicazione delle norme sui prodotti per i bambini con meno di tre anni.

“E’ vietato l’utilizzo di componenti geneticamente modificati. Nessuno è obbligato a produrre alimenti dedicati per bambini con meno di tre anni, ma deve dire che chiaro che il prodotto che non risponde a certi requisiti non deve essere utilizzato per bambini con meno di tre anni. E su questo aspetto sono inadempienti anche strutture pubbliche come gli ospedali.

L’ECONOMISTA: RISCHI PER IL SETTORE AGRICOLO, IL TRANSGENICO NON SERVE A COMBATTERE LA FAME NEL MONDO
Una grave minaccia per l’agricoltura italiana. Questo il giudizio di Claudio Malagoli , docente di Economia e Ingegneria Agraria dell’Università di Bologna. “I vantaggi derivanti dall’eventuale riduzione dei costi dei prodotti transgenici per l’agricoltore italiano sarebbero limitati nel tempo. Per l’agricoltura la conseguenza sarà quella di una riduzione del proprio potere d’acquisto”. La strada non è quella di ridurre i prezzi dei prodotti italiani: produzioni a costi minori si trovano ormai ovunque nel mondo. Puntare sui prodotti tipici, biologici, di nicchia, un’agricoltura di qualità, non anonima e senza garanzie.

Altrimenti il rischio è quello di trovarsi con un grande potere dei produttori di sementi e bassi margini per gli agricoltori. Conseguenza? Un ulteriore esodo dalle campagne. “Dal l’80 al ’98 gli occupati del settore si sono più che dimezzati: tre milioni a meno di un milione e mezzo. Il rischio è la scomparsa degli agricoltori. E si può anche perdere l’agricoltura per scopi produttivi ma i rischi e le conseguenze per il territorio italiano sarebbero pesanti”. I cibi transgenici, secondo Malagoli, non servono nemmeno per ridurre la fame nel mondo: “E’ un problema di reddito che non c’è, non di prezzo dei prodotti. Basti pensare che l’India è un grande esportatore di riso e cereali. Il problema è che in quei Paesi mancano i soldi per comprare”. E da parte del mondo agricolo, rappresentato dalla CIA con Isabella Roncolini, l’analisi non è molto diversa. Ma non si chiudono tutte le porte alla ricerca: “La ricerca transgenica in ambiti delimitati e ben controllata può essere utile. Siamo critici, ma il discorso non va chiuso a priori”.

PRINCIPIO DI PREVENZIONE PER LA RICERCA
Per il futuro è soprattutto necessario puntare su una ricerca che trovi il suo fondamento sul principio di prevenzione.

Lo sostiene Gianni Tamino, biologo dell’Università di Padova e membro del Comitato nazionale per la Biosicurezza e le Biotecnologie. Tamino ha ricordato che il rischio più grande è il fatto che tutte le ricerche siano finanziate dalle industrie. “E’ evidente che questo comporta dei rischi. Noi sosteniamo che l’inserimento dei geni può provocare degli effetti pericolosi. Non diciamo che certamente li provoca. Ma può provocarli. E’ chi lo produce che deve dimostrare che non fa male al di là di ogni ragionevole dubbio”. Si tratta di quel principio di prevenzione accettato dall’Italia e dall’Europa ma non dagli Stati Uniti e dal Wto. “Se ci si affida solo alle ricerche delle aziende e non a delle contro ricerche, ci sono rischi inevitabili. E la ricerca dei pericoli è invece fondamentale”.

LA CAMPAGNA MANGIMI PULITI
Legambiente ha lanciato una Campagna Mangimi Puliti. “ Una campagna – ha spiegato il responsabile Guglielmo Donadello – che è ora entrata in tutta la filiera”. Le condizioni imposte sono accettate lentamente dai produttori di mangimi e dagli allevatori.

Pochi i casi di adesione, mette in chiaro Donadello. Ma la sperimentazione di questi prodotti che ora si possono fregiare del simbolo di Legambiente ha dato buoni risultati: “Costano circa un trenta per cento in più, ma dalle prime prove i consumatori hanno premiato questi prodotti”.

LA LUNGA BATTAGLIA DI COOP
Un distributore che è impegnato nella battaglia contro i cibi transgenici è certamente Coop. Ugo Pinferi, responsabile del Gruppo Lavoro Coop Biotecnologie, ha ricordato che sono ormai centinaia i prodotti Coop a filiera certificata. “La strada del controllo della filiera è però infinita e può continuare a migliorare. Per questo un anno fa abbiamo fatto un accordo con le associazioni degli agricoltori per andare ancora più avanti con 100.00 ettari da dedicare alla produzione di mangimi sicuri”.

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