grasso umano è una fonte abbondante di cellule staminali da usare per riprodurre una grande varietà di tessuti in laboratorio. L’insolita scoperta è di un gruppo di ricercatori dell’Università della California e dell’Università di Pittsburgh, che hanno usato proprio cellule provenienti dal tessuto adiposo umano per ricreare diversi tipi di tessuti, fra cui ossa e muscoli. Il grasso è stato estratto da alcuni pazienti che si erano sottoposti a interventi di liposuzione per motivi estetici: da fianchi, glutei e pancia si sono ottenuti così quattro diversi tipi di cellule staminali, impiegate appunto per “riparare” tessuti umani danneggiati da malattie genetiche e non. Finora le principali fonti di cellule totipotenti (cioè non ancora differenziate e dunque in grado di trasformarsi in qualunque tessuto dell’organismo) sono stati il midollo osseo e soprattutto gli embrioni nelle prime due settimane di vita, che si possono ottenere tra l’altro attraverso la clonazione terapeutica. Di qui le pesanti implicazioni etiche e morali della scoperta (l’embrione è o non è già una persona?), anche se i benefici per la nostra salute saranno sempre più numerosi: organi creati in laboratorio per essere trapiantati, neuroni sani al posto di quelli degenerati, nuovi muscoli, nuove cellule e così via.

“Occorre procedere con molto equilibrio – dice il premio Nobel Rita Levi Montalcini – e considerare che da questo campo potrebbe arrivare una cura per malattie terribili come l’Alzheimer e il Parkinson”. La disponibilità e l’abbondanza delle cellule staminali provenienti dal grasso dovrebbe accelerare lo sviluppo di nuove procedure genetiche per riparare i tessuti umani danneggiati, limitando al massimo il ricorso agli embrioni congelati. Meglio gli ovociti E’ proprio di pochi giorni fa la presentazione da parte del ministro della Sanità Umberto Veronesi di un protocollo sperimentale per ridurre fino all’80 per cento il numero di embrioni congelati. A finire in frigo per essere fecondati in vitro saranno, secondo le nuove procedure, soprattutto gli ovociti, ovvero le cellule ancora grezze. Il compromesso scientifico si chiama Tnsa, trasferimento nucleare di cellule staminali autologhe, e consiste appunto nell’inserire un nucleo di cellula adulta prelevata dal paziente in un ovocita privato del proprio nucleo. “Nei mesi scorsi il dibattito con il mondo cattolico sull’uso degli embrioni è stato molto acceso – ha detto Veronesi -.

Abbiamo rischiato d’impantanarci in diatribe senza via d’uscita. Adesso, con il protocollo sperimentale sugli ovociti, le riserve etiche e religiose di una parte degli italiani dovrebbero essere superate. La crioconservazione degli ovociti, infatti, non pone problemi perché sono delle cellule neutre senza alcuna potenzialità, quindi non possono in nessun modo essere considerate come persone”. Cellule che potrebbero conciliare i bisogni della scienza, il diritto alla procreazione femminile e le esigenze del mondo religioso, anche se le difficoltà maggiori ora sono di ordine tecnico. I centri italiani in grado di crioconservare gli ovociti sono solo 25 sui 384 che praticano la fecondazione assistita. Il ministro Veronesi, però, si dice ottimista: “Se questi studi andranno nella direzione voluta, credo che l’embrione congelato sparirà dalle nostre cliniche”. Secondo le cifre ufficiali fornite dal ministero della Sanità, oggi gli embrioni congelati conservati presso i centri di fecondazione assistita italiani sono poco meno di 25mila, di cui 250 già “orfani”, perché abbandonati dalla coppia cui appartenevano.

Per il ministro Veronesi, il destino di quei 250 embrioni “resta un problema aperto. Sono pochi, ma sono probabilmente destinati ad aumentare. Dobbiamo quindi prepararci fin da ora per trovare una soluzione intelligente”. Secondo l’ipotesi più accreditata, gli embrioni in sovrannumero (dunque destinati non all’impianto in utero ma alla distruzione) potrebbero essere comunque utilizzati per ottenere le cellule staminali oppure per fare attività di ricerca. Uno scenario peraltro già ipotizzato nel dicembre scorso dalla Commissione di studio sulle cellule staminali istituita presso il ministero della Sanità e presieduta dal premio Nobel per la medicina Renato Dulbecco. Oltre al protocollo sull’uso degli ovociti, la Sanità ne ha in programma un altro, che servirà a studiare le condizioni di salute dei bambini nati da cellule congelate. Attualmente sono poco più di 30 nel mondo, la maggior parte dei quali qui in Italia. Cellule preziose Le cellule staminali sono ormai divenute risorse essenziali per combattere tumori, malattie ereditarie e neurodegenerative, grazie alla terapia genica e cellulare che permette di manipolare il loro Dna e riprodurre in laboratorio tessuti, pelle, muscoli e ossa.

In base a meccanismi non ancora del tutto chiari, queste particolari cellule possono infatti mutare la loro funzione all’interno del corpo e trasformarsi da un tessuto all’altro. Grazie alla loro prodigiosa capacità di riprodursi, permettono di ricreare interi tessuti del corpo umano. Riuscire a coltivare in provetta queste cellule immature fino a produrne grandissime quantità contribuirebbe in modo decisivo a risolvere il problema della carenza di organi nei trapianti (non sarà più necessario il trapianto da cadavere) e a eliminare i rischi di rigetto. La prima applicazione della terapia genica sulle cellule staminali in un uomo prenderà il via fra un mese (manca solo il via libera dal ministero della Sanità) nei laboratori dell’Idi di Pomezia, diretti da Michele De Luca. Da un giovane di 29 anni affetto da una rara malattia della pelle sarà prelevato un gruppo di staminali. “Il gene difettoso – spiega De Luca – verrà corretto e le cellule sane creeranno un nuovo strato di pelle perfettamente normale”. Se la cura avrà successo verrà immediatamente ripetuta su un uomo di Torino. Oltre al trapianto di pelle e cornea, il trattamento di questa speciale categoria di cellule permetterà di effettuare trapianti di fegato, midollo, ossa, produrre persino sangue in laboratorio.

Tutto ciò nella speranza di creare una vera e propria banca genetica. La banca biologica Un’esperienza simile è già stata avviata dall’Istituto di clinica ostetrica e ginecologica dell’Università Cattolica di Roma. Le cellule staminali vengono prelevate dal cordone ombelicale dei neonati e poi conservate in una sorta di “riserva biologica” personalizzata, da utilizzare in età adulta in caso di malattia. Il progetto, diretto dal professor Salvatore Mancuso, si basa sul meccanismo di raccolta, al momento della nascita, del sangue del cordone ombelicale e della placenta, da cui si estraggono appunto le preziose cellule. Queste sono poi conservate a bassissima temperatura e tenute a disposizione della persona o dei familiari o, ancora, di coloro che grazie all’affinità immunitaria ne potranno usufruire. In futuro, quindi, ogni donatore proprietario, grazie ai progressi dell’ingegneria genetica, potrà usare le cellule staminali per combattere un tumore, una malattia degenerativa o per riparare tessuti malati. Ma queste scoperte e queste nuove possibilità di cura sono davvero già alla portata di tutti noi? Secondo Edoardo Boncinelli, direttore del laboratorio di biologia molecolare del San Raffaele di Milano, per usare in modo completo le cellule staminali a scopo terapeutico dovremo aspettare ancora vent’anni.

“Una decina d’anni per imparare a farlo negli animali superiori, altri dieci per l’uomo – spiega Boncinelli -. Quando si avrà una buona sicurezza con gli animali, allora ci si potrà muovere anche per l’uomo, e mettere in moto un protocollo che dia affidamento. Il passo tra la sperimentazione sugli animali a quella sull’uomo è grande, e questo tempo non è comprimibile”. L’obiettivo, ovviamente, vale l’attesa.

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