Una vacanza cosmoartistica

Eravamo in quindici domenica 22 Agosto 2010 a Vason, nella Riserva Naturale delle Tre Cime del Monte Bondone (Trento): un gruppo di persone che non si conoscevano tra loro, ma che in qualche modo avevano deciso di esserci. Ci aspettavano Toto Saporito (medico antropologo personalista esistenziale) e Lorenzo Inzigneri (guida alpina) ed insieme a loro abbiamo iniziato la nostra vacanza in montagna.
Con la visione del film “Himalaya – l’infanzia di un capo” abbiamo cominciato la nostra prima immersione nel buio. La storia di una comunità tibetana che vive sulle pendici dell’Himalaya, del loro capo e del loro viaggio verso la sopravvivenza. La determinazione di un capo che lotta per la salvezza della sua gente, che sa quanto la stupidità di un passo falso e la disubbidienza alle regole possano essere mortali. Lui sa di dover seguire la stella in cielo che pulsa, costi quel che costi. Il film mi ha messo immediatamente di fronte ai miei limiti: “E se io non ce la faccio? Potrei essere un pericolo per il gruppo? Perché sono qui? Ho paura. Il programma della settimana, le persone che mi sedevano accanto e le nostre guide, sono diventati gli aiuti grazie ai quali ho cercato subito di accogliere le mie paure.

Piano piano ho attinto agli esercizi sulla fiducia che abbiamo cominciato a fare e non mi sono sentita più sola. Ci siamo scelti ad occhi aperti un compagno di cui fidarsi, e poi lo abbiamo fatto ad occhi chiusi. Il contatto è stato fondamentale, sono andata a cercare aiuto e l’ho trovato! “Mi fido di te” mi hanno detto guardandomi negli occhi e anche io mi sono fidata di loro. Ma mi fidavo veramente di me? Sento il mio corpo distante dalla mia mente, non sento la forza delle mie braccia e non mi metto in gioco nell’esercizio per sostenere l’altro, in quel momento ho paura di non farcela. Perché mi sento così distante dal mio corpo? Contiene la mia mente, sostiene la mia vita, ma io non so più se posso fidarmi di lui. Mi affido alla mia compagna, mi lascio completamente andare nelle sue braccia, ho volato, ero sicura di lei! E’ da questo momento che ho cominciato a sentirmi nella coralità, in un organismo che si stava formando. Lo scambio, l’affidarsi, il donare ed il ricevere, l’altro mi può aiutare a ritrovare il mio coraggio. Non è solo del mio corpo che ho bisogno! La coralità ci aiuta a guardarci dentro, a confrontarci con le nostre bruttezze e a fare la sintesi degli opposti.

Perché sono qui? Sono qui per creare bellezza, sono qui perché il mio sé ha voluto che ci fossi, sono qui perché insieme agli altri posso creare quella bellezza che da sola non creo. L’altro è un valore per me. Decido di non fare la vittima, ma di fare l’artista.

Ed ecco il nostro prezioso programma: Lunedì
– La parete: “Affidarsi alla vita”
– Il Ponte: “La sfida”
– “Il deserto nel bosco”
Ci dividiamo in due gruppi, ci mettiamo l’imbraco e partiamo per la nostra avventura. Prima di cominciare ci uniamo in circolo, entriamo nel nostro respiro e ascoltiamo il rumori del bosco. Ecco di nuovo la mia paura che mi vuole far fuori, quella voce interiore mi disturba e mi vuole convincere che non sono in grado, ma io non sono sola e ce la farò. Ognuno di noi a turno si arrampica alla parete, su in cima c’è Lorenzo che ci assicura, ci siamo guardati negli occhi ed è li che ci aspetta e ci sostiene. All’inizio una voce mi ripeteva: “ Stai attenta, ti fai male, stai attenta, dove vai?” ma io volevo salire, ero sicura non ero sola, ho sorriso a quella voce e gli ho chiesto di lasciarmi stare.

Quante volte il nostro io psichico ci invia segnali negativi di sfiducia e di svalutazione, ma noi con il nostro Sé possiamo riuscire a farlo tacere, per poter andare avanti e raggiungere le nostre mete. Che emozione! Gambe, braccia, mani, ho messo tutta la mia forza per arrampicarmi sulla parete e anche lei me lo ha permesso. Attraversare il ponte, là sospesi nel vuoto, camminando su di una fune d’acciaio assicurandosi con i ganci a quelle laterali, decidere di andare avanti per riuscire ad arrivare dall’altra parte. Per attraversare quel ponte abbiamo usato tutto il nostro coraggio, abbiamo cercato di metterci in asse su quella fune e piano piano, sotto gli occhi amorevoli di noi tutti… ce l’abbiamo fatta! Il bosco, un altro limite. Restare soli addentrandosi nella natura, lontani dal sentiero sicuro, non avendo vicino nessun compagno di gruppo. La paura di restare sola – ero di fronte al mio limite – in un luogo sconosciuto che poteva farmi del male. Questo era il pensiero negativo. Ho cercato un posto che mi piacesse, ma ho dovuto prima camminare, ho ascoltato i rumori del bosco cercando di capire da dove venivano, e poi è arrivato il silenzio. Ferma, guardandomi intorno, sono riuscita a sentirmi parte di quella natura.

Martedì
– La Cordata: “Mamma mia che buio” + “ Teseo e il suo filo” Ci siamo incamminati verso una lunga passeggiata in discesa durata più di cinque ore. Abbiamo chiacchierato tra di noi facendo dei piccoli gruppi ed arrivati nella foresta ci siamo legati con una corda rossa, distanti circa sei metri l’uno dall’altro abbiamo creato una lunga cordata, ci univa la corda con un nodo all’altezza della vita. Una benda nera a coprirci gli occhi e le nostre guide a sostenere gli spostamenti, senza toccarci e senza parlare. Abbiamo cominciato a muoverci in avanti, ma dopo qualche istante non sapevo più quale fosse la direzione. Sentivo la fatica ma non avevo paura, ero in cordata con i miei compagni, non ricordavo più quale delle mie compagne avessi vicino, aspettavo che la corda davanti fosse un po’ tesa in modo da procedere e mi preoccupavo di direzionare quella dietro dopo eventuali ostacoli. Ho dovuto mettere le mani a terra per superare degli ostacoli, dei piccoli rami, un albero, e poi la corda ha incominciato a tirare forte da entrambe le parti, un’altro ostacolo, sono caduta, ho chiesto aiuto, volevo che quel gioco finisse.

Ma poi ho deciso di usare tutta la mia forza per tirare a me la corda e farla allentare, mi stava stringendo fortissimo la vita. E’ stato un momento duro, ma piano piano ha cominciato ad allentarsi ed io mi sono sentita più tranquilla. Pensavo fosse un gioco, invece era la mia nascita. Sì, pensavo proprio fosse un gioco e invece ero al buio dentro la pancia di mia madre. Il cordone poteva essere letale, ma la vita ha deciso che dovevo restare, io volevo nascere. Ed è arrivata la mano della guida che delicatamente ha aiutato ognuno di noi ad uscire dal bosco per arrivare alla luce. La luce si intravedeva oltre la benda e il calore del sole cominciava a scaldarci. Ci siamo fermati, abbiamo tolto le bende e la meraviglia della vita ci stava aspettando, una prateria ai piedi della foresta: sole, caldo, natura, e i nostri occhi bellissimi a guardare. Ho gioito nella bellezza! Che bello nascere!

Mercoledì
– La Vetta: “Arrivare al cielo”
Ci aspettava la vetta, 2100mt di altezza circa, 500mt in più rispetto a dove eravamo. Abbiamo dovuto accettare che Toto non fosse con noi, una storta al piede l’ha costretto a fermarsi, ma era comunque con noi! A guardarla da sotto la vetta sembrava impossibile, ma non ho mai pensato a me come individuo, mi sono sentita sempre in un unico organismo che voleva raggiungerla.

Lorenzo ci ha donato le sue conoscenze, ci ha dato coraggio e ha detto “Andiamo insieme!”. Chi con un passo più veloce, chi più lento, abbiamo cercato il nostro passo ed il nostro respiro, e ci siamo sintonizzati. La fusione armonica della nostra individualità ci ha permesso di creare un sé corale. Mi sentivo in un unico organismo, loro rappresentavano una mia parte ed io una loro. … E arrivati in cielo abbiamo abbandonato i nostri limiti, abbiamo scritto dei biglietti, li abbiamo legati tra loro con un filo e li abbiamo lasciati li su a sventolare tra le nuvole facendo una piccola preghiera alla montagna, chiedendo ognuno a se stesso di riuscire ad affrontare ciò che la vita ci offre. Dopo aver provato un’ immensa gratitudine per averci accolti l’abbiamo salutata e siamo scesi con prudenza, restando sempre in sintonia con i nostri passi.

Giovedì
– Escursione: “Una nuova Alba”
E’ notte, è buio, ma c’è una bellissima luna. Siamo noi tutti, ma anche oggi Toto non è venuto con noi fisicamente, io lo sento lo stesso, ho il suo bastoncino che mi aiuta a camminare. Siamo entrati nel bosco, non me lo aspettavo, Lorenzo ci ha detto che sarebbe stato bello, ma io contatto di nuovo la mia paura e la mente va via lontana. Non chiedo aiuto, non volevo spaventare i miei compagni. Ho creduto di svenire, ma una piccola strategia mi ha aiutato. Ho mangiato piano piano dei piccoli pezzetti di biscotto che avevo nello zaino, mi sono ripresa e ce l’ho fatta…eravamo usciti dal bosco! Perché questo buio mi fa così male? Perché non riesco a mantenere nessuna forza? Ho paura, paura di non farcela. Oltre la collina ci aspetta una bella distesa, uno spazio aperto ai piedi delle montagne dove potremo aspettare l’alba. Ci sediamo in circolo, con le musiche che ci ha dato Toto e con i nostri canti gli diamo il benvenuto. Lasciamo andare il buio della notte alle nostre spalle e la luna resta ancora un po’ a guardarci. L’aurora nasce davanti a noi, si appoggia morbida sulla vetta del monte Bondone, piano piano si espande e lascia spazio all’alba. Siamo lì tutti insieme a guardare le leggi della vita, la nascita di un nuovo giorno che viene alla luce energico, e con amore accompagna via la notte per prendere il suo spazio vitale. E’ difficile perdonare, è difficile lasciar andare, ma questa nascita così imponente mi insegna a farlo. Papà ho avuto tanta paura senza di te, il tuo amore mi è mancato tantissimo, ma ti ringrazio lo stesso per avermi fatto nascere, adesso so che posso camminare con le mie gambe, la vita e l’universo mi aspettano.

Venerdì
– La Parete 2 “La vita vuole te con le tue forze”
Ed ecco di nuovo la parete, il momento della verità. Ci vogliamo affidare veramente agli altri? Sono in grado di sostenere il mio compagno? Di avere la sua vita tra le mie mani? Prima di cominciare Lorenzo ci chiede di prenderci alcuni minuti e di ascoltarci. Ho toccato le mie gambe, ho respirato profondamente, ho sentito di avere la forza, volevo salire, potevo sostenere. Ci dividiamo in coppie e subito la vita mi mostra la sua generosità, siamo dispari e quindi avrò due compagne a sostenermi. Scegliamo insieme da quale parete cominciare, ci siamo imbracate, ci agganciamo e la prima di noi inizia a salire. A turno assicuriamo e saliamo, ci siamo guardate negli occhi. Siamo in due a tirare la corda per far in modo che si senta sempre sostenuta, ma poi quando inizia a scendere chiedo di poter manovrare da sola, voglio sentire la vita della mia compagna nelle mie mani e me ne voglio prendere cura.

Che gioia grande ho provato! Sentivo la fiducia nelle mie gambe, il peso del suo corpo e del mio pronto a sostenere. E poi mi sono arrampicata anch’io, ho abbracciato la montagna, ho sentito tutta la mia forza, non avevo paura. Nella calata la mia compagna mi ha permesso di scendere lentamente, ed io finalmente mi sono divertita a sentire la parete sotto i miei piedi. Ci siamo salutati alla fine della settimana esprimendo la nostra gratitudine e portandoci via la bellezza creata!

Ringrazio questo organismo perché ha permesso di scendere negli abissi della mia vita, mi ha permesso di dialogare con le mie parti sentendo il mio dolore, ma anche tutto il mio amore. Ringrazio il maschile sano e determinato, amorevole e presente, voglio abbandonarmi nelle sue braccia per godere della bellezza della vita.

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