Veleni che inquinano la nostra vita

I due termini, superbia ed onnipotenza, appaiono spesso associati e usati l’uno a rinforzo dell’altro. Nell’uso comune, le aree semantiche ed i significati che veicolano sono fortemente influenzati da secoli di cultura cattolica. A sottolineare quest’ultimo dato, riporto le definizioni tratte da “Il dizionario della lingua italiana” di G. Devoto e G. C. Oli:
• Superbia: radicata convinzione della propria superiorità (reale o presunta) che si traduce in orgoglioso distacco o anche in ostentato disprezzo verso gli altri. Nella teologia cattolica, uno dei sette peccati capitali, consistente nell’amor di sé spinto fino all’eccesso di considerarsi principio e fine del proprio essere, disconoscendo quindi la propria condizione di creatura;
• Onnipotenza: potenza assoluta e illimitata, specialmente in quanto attributo essenziale della divinità in filosofia e teologia; potere che non ammette e non conosce ostacoli, talvolta con una sfumatura di ostilità.

La teologia cattolica, dunque, annovera tra i peccati capitali la superbia e la considera il peccato più grave poiché, chi lo compie, elevandosi allo stesso livello di Dio, pone lo stesso Dio ad un gradino inferiore a come dovrebbe essere considerato. Lucifero, Adamo ed Eva si macchiano del peccato di superbia. Onnipotente, per la teologia cattolica, è Dio, creatore del cielo e della terra, della vita e dell’Uomo. Nessuno, all’infuori di Dio, può dichiararsi o essere onnipotente; per cui, chiunque trasgredisce si macchia del peccato capitale della superbia, condannandosi alla dannazione eterna. Per superare il legame forte tra superbia ed onnipotenza ed i significati che la cultura cattolica ha delineato ed imposto, viene in aiuto la mitologia, la tragedia greca e, in particolare, l’opera di Omero. In Omero troviamo un concetto, la hybris, che supera ed incorpora la superbia. Il termine hybris indica propriamente, in greco, la tracotanza, la dismisura, la superbia e il superamento del limite. In un primo momento la parola indicava soprattutto la disobbedienza e la ribellione contro il principe; in epoche successive passò invece a indicare la sfida dell’uomo nei confronti degli dei. Nella tragedia, la hybris genera la collera divina, e se l’eroe che la commette può apparire grandioso nella fierezza con la quale osa contrapporsi agli dei, vedi la Medea di Euripide, la sua azione lo condanna a un destino di terribile solitudine e isolamento, lontano dagli altri uomini e inviso agli dei, che diventano allora, come li definisce Erodoto, «invidiosi e sconvolgenti».

A differenza del biblico peccato originale, anch’esso una forma di superamento del limite imposto da Dio all’uomo nel Paradiso terrestre, la hybris greca non macchia indistintamente e indelebilmente tutti gli uomini dalla loro nascita, obbligandoli a confidare in un intervento divino purificatore e liberatore, ma rappresenta, piuttosto, un pericolo sempre in agguato nella natura umana che è ogni singolo uomo, con le sue sole forze, a dover contrastare. La grandezza dell’eroe greco sta, così, nello sconfiggere la hybris, nel rinunciare al desiderio di eccessiva grandezza, nel suo sapersi arrestare una volta giunto al fragile e talvolta indistinto confine della possibile azione umana, per non entrare in aperta competizione con gli dei. Perché, se tale limite egli supera, se osa gloriarsi eccessivamente dei propri successi e della propria felicità, può scatenare l’invidia degli dei, che non è meschina gelosia degli immortali nei confronti di una piccola porzione di successo sperimentata dagli uomini, bensì è il meccanismo attraverso il quale gli uomini vengono ricondotti al loro ruolo, appunto, umano.

Nell’Odissea, i Proci sono visti come esempi di hybris: il porcaro Eumeo, nel lungo colloquio con Ulisse, ancora sotto false sembianze, li dipinge come superbi e violenti al massimo grado; Telemaco li definisce insolenti ed arroganti. Dall’altra, Ulisse, l’uomo dai mille patimenti, è il campione della rinuncia alla hybris, ottenuta attraverso un percorso lungo e difficile, durato vent’anni. E’ ancora la mitologia greca e l’epica omerica che offrono spunti per ulteriori riflessioni. Omero narra le gesta di Achille nell’Iliade e nell’Odissea dove, nel suo viaggio nell’Ade, Ulisse incontra il pelìde. Achille è figlio di un umano, Peleo, e di una dea, Teti. La dea Teti vuole per il figlio l’immortalità; immerge, così, Achille nel fiume Stige e ne rende il corpo invulnerabile tranne che per il tallone per cui lo teneva. Chirone si occupò di lui fin dall’infanzia e gli attribuì il nome di Achille che vuol dire “senza labbra” perché non fu mai possibile allattarlo ad un seno femminile. Successivamente, per sfuggire alla predizione dell’indovino Calcante, secondo cui Troia sarebbe caduta solo ad opera dell’intervento di Achille, Teti lo nascose sotto spoglie femminili tra le figlie del re Licomede.

Uno stratagemma dell’astuto Ulisse lo tradì ed Achille fu costretto a partire alla volta di Troia. Qui, dopo innumerevoli gesta eroiche, trovò la morte ad opera di Paride o di una freccia scoccata da Apollo, secondo la versione omerica. La madre Teti, alla morte del figlio, dispose che le sue armi, forgiate da Efesto, fossero assegnate al più valoroso tra i greci. I condottieri greci scelsero, contrariamente ai reali valori, Ulisse e non Aiace Telamonio. Talmente grande fu il dolore che provocò questa decisione che Aiace impazzì: uccise due arieti e mise in atto folli gesta. Tornato in sé, oppresso dalla vergogna, si uccise. Nell’Odissea, Ulisse incontrerà Aiace nell’Ade; sollecitato dalle domande di Ulisse, Aiace non darà risposta, allontandosi sdegnato nel suo eterno dolore e rancore. Il prof. Antonio Mercurio ritiene i testi omerici “testi sapienziali”, metafore della vita dell’uomo da cui è possibile estrarre o, forse ancor meglio, distillare significati profondi. Seguendo gli insegnamenti del prof. Antonio Mercurio, possiamo inquadrare le vicende di Achille, di Aiace e di Ulisse all’interno di una analisi capace di condurci alla costruzione di nuove prospettive; in particolar modo, cercheremo di arricchire il discorso intorno alla superbia ed alla onnipotenza e di tracciare delle traiettorie, in forma di ipotesi, intorno alle loro origini.

Teti, una dea, vuole per il figlio, umano, l’immortalità. Ma ciò non è possibile: può solo renderlo invulnerabile. Ma l’invulnerabilità contiene in sé un tarlo: il tallone per cui Teti tiene Achille nell’immergerlo nel fiume Stige non viene bagnato dall’acqua del fiume e, quindi, non è invulnerabile, rappresenta una fragilità. Questa fragilità lega Achille alla madre Teti in modo indissolubile: Achille deve alla madre la sua onnipotenza. La forza, il coraggio di Achille si fondano sulla superbia dell’onnipotenza, sull’essere allo stesso tempo uomo e dio, sulla continua negazione della profonda impotenza rappresentata dal suo tallone. Ma l’impotenza è sempre presente dove regna l’onnipotenza, è l’altra faccia della medaglia. Se viene negata, agisce silente e mina l’intero impianto della persona, conducendolo alla distruzione. E’ interessante notare come, nella vicenda di Achille, la madre Teti agisca sul figlio una propria decisione. E’ Teti, infatti, che fonda e costruisce un progetto per Achille. Achille accetta il progetto materno, rinuncia alla propria condizione umana e va oltre i limiti, vedendosi e sentendosi un dio onnipotente; collude con il progetto materno, ne è complice.

Nei termini del prof. Antonio Mercurio, questo costituisce una colpa, un attacco alle leggi della vita. La vicenda mitologica di Aiace Telamonio conduce ancor più nelle conseguenze reali, fattive della superbia e dell’onnipotenza. Aiace, il più coraggioso, dopo Achille, tra i guerrieri greci che tengono in assedio Troia, pretende l’assegnazione delle armi magiche di Achille, forgiate dal mitico Efesto. Quando verrà a conoscenza che le stesse sono state assegnate ad Ulisse, impazzirà. Come già detto, nella condizione di onnipotenza, l’impotenza viene negata, non viene minimamente considerata la possibilità di una sconfitta. Nel momento in cui ciò accade, deve essere negata: l’orgoglio ferito urla nella sua furia distruttrice. Aiace è preso da una furia dissennata, distrugge tutto ciò che incontra; è inondato da un dolore senza nome che, infatti, non riconosce e che può solo agire attraverso il furore. Ritornato in sé, si rende conto delle gesta che ha compiuto e non può accettarle, non può integrarle nella visione che ha di sé. La sua immagine è definitivamente deteriorata: Aiace non può integrare, confrontare e, soprattutto, superare, elevandosi ad una nuova condizione, l’onnipotenza e l’impotenza.

Dapprima, la furia omicida, poi, quella suicida: Aiace prima distrugge tutto ciò che incontra, poi, si dà la morte, rinuncia alla vita in nome del proprio orgoglio ferito, insaziabile, in un ultimo atto di accusa verso il mondo intero; egli è vittima e carnefice nello stesso tempo. Achille ed Aiace sembrano essere i campioni della concezione greca del fato, del destino. Ogni loro decisione è ricondotta all’interno di una trama già scritta, depurata da ogni volontà personale. Il contrasto tra superbia ed onnipotenza da una parte ed impotenza dall’altra si risolve nella irreparabile distruzione fisica: non vi è via d’uscita. La libertà di trovare una soluzione evolutiva è negata dalla decisione di rimanere ancorati alle proprie certezze, anche se esse conducono alla morte. Il prof. Antonio Mercurio afferma che così non accade per Ulisse. Astuto, superbo, maestro nell’arte dell’inganno nell’Iliade; appare in una luce diversa nell’Odissea: nell’incipit viene descritto da Omero come l’uomo dai mille patimenti. La narrazione omerica ci consegna un uomo, Odisseo, che compie un percorso di cambiamento, di completa trasformazione.

Un uomo, metafora di tutti gli uomini secondo il prof. Antonio Mercurio, in costante dialogo con il suo progetto interiore, con la propria saggezza profonda; capace di rinunciare alla hybris nel riconoscimento dei propri limiti e delle proprie possibilità umane. Ulisse è sollecitato più volte a fare i conti con la propria superbia e con la propria onnipotenza e, ogni volta, pagherà un prezzo altissimo. Dovrà passare attraverso il loro riconoscimento e l’accettazione per poter, contemporaneamente, vedere anche la profonda, propria impotenza. Dovrà far ricorso a tutta la propria saggezza per poter accettare la condizione di mendicante in casa sua e per poter sopportare le azioni dei Proci. Ulisse è continuamente in contatto con Atena che rappresenta la sua saggezza interiore, il suo profondo progetto interiore, il suo Sé. E’ da questo dialogo che Ulisse trae la forza, il coraggio, per compiere la trasformazione, per imbrigliare la hybris ed utilizzarne l’incredibile potenza per il proprio progetto. Ma, per far questo, come già detto, deve passare attraverso l’umiltà. Il prof. Antonio Mercurio considera i Proci come la personificazione delle pretese, delle mille istanze che albergano nel cuore dell’uomo e che nascono, appunto, dalla superbia e dall’onnipotenza.

Ulisse, se vuole rinascere ad una condizione di uomo libero, capace di amare e di amarsi nella libertà, deve affrontare anche le pretese dei Proci, deve distruggerle; ma, ancora una volta, può farlo solo riconoscendo i propri limiti: è una impresa che non può compiere da solo. Sarà capace di chiedere ed ottenere l’aiuto del figlio Telemaco e di servi fedeli e, così, potrà annientare i Proci. Da ultimo, Ulisse è chiamato a confrontarsi con la moglie Penelope. Anche qui, egli deve decidere se seguire la propria hybris ed uccidere Penelope, come avviene in altre versioni del mito, o rinunciare alla propria onnipotenza e riconoscere Penelope, donarsi ad essa ed accettarne il dono per costruire quella che Omero definisce “concordia gloriosa”. Ulisse rinuncia all’immortalità, offertagli dalla dea Calypso; rinuncia, cioè, a vivere in una condizione che non appartiene all’uomo, falsa, accetta i limiti della condizione umana, accetta la morte, contraltare dell’onnipotenza, e decide che è possibile creare bellezza all’interno della vita umana o, per meglio dire, con la propria vita. La bellezza creata da Ulisse con le proprie trasformazioni è una bellezza che ha oltrepassato il tempo, arrivando, infatti, fino a noi.

Superbia ed onnipotenza sono nodi difficili da sciogliere, affondano le proprie radici nei legami profondi che l’uomo costruisce fin dalla vita intrauterina. Ulisse costituisce un modello, un esempio di come possano essere affrontate e trasformate, superbia ed onnipotenza, arrivando alla creazione di un qualcosa che prima non c’era. Una creazione molto simile all’attività artistica. Superbia ed onnipotenza sono veleni esistenziali che inquinano la nostra vita. Confrontarsi con questi veleni costituisce un volano per la crescita personale. E’ un lavoro che porta ad incontrare parti nascoste di sé, ad individuare complicità inattese, a decidere di far morire parti di sé per dare vita ai desideri, al progetto profondo che ognuno di noi ha.

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