Da disciplina universitaria nel XVII secolo, l’Astrologia continua a suscitare l’interesse di psicologi e pensatori

Da millenni osserviamo il cielo, per cercare risposte, rassicurarci o prevedere il futuro. Per alcuni è una semplice superstizione, per altri un fenomeno culturale suggestivo o addirittura un utile punto di vista sulla psiche e sulla personalità umana. Rifiutato dalla scienza moderna, ma che ha comunque attirato l’attenzione di pensatori e studiosi. Come Carl Gustav Jung, il più celebre fra quanti si sono fatti attrarre dallo studio delle stelle, ma non il solo. «L’astrologia fa parte ancora oggi della formazione del medico ayurvedico in India, dei lama medici tibetani e dei medici taoisti dell’Università di Pechino», spiega Luciana Marinangeli, studiosa e scrittrice. Ma nel 1300 anche l’Università della Sorbona proponeva tra le discipline mediche lo studio delle cause astrologiche delle malattie, e negli stessi anni c’erano cattedre di astrologia a Bologna e a Cambridge. «Fino alla fine del Cinquecento l’astrologia è, insieme all’astronomia, la terza scienza del quadrivium, il corso superiore di studi universitari in tutto il mondo colto dell’epoca», spiega Marinangeli. «Affascina grandi navigatori come Vespucci e Colombo, scienziati come Tycho Brahe – secondo il quale “coloro che negano l’astrologia violano l’evidenza” – e Keplero, senza dimenticare il medico Bernardino Ramazzini o Franz Anton Mesmer, di cui ho pubblicato per la prima volta in Italia la tesi di laurea sull’influsso dei pianeti sulle malattie psicosomatiche».

È nel XVII secolo che l’astrologia si separa definitivamente dalla scienza ufficiale, senza per questo perdere adepti. Ed è inevitabile, visto l’interesse della cultura di fine Ottocento per le scienze occulte, che la disputa tra sostenitori e detrattori abbia coinvolto i padri della psicoanalisi, Freud e Jung. Che hanno avuto atteggiamenti diversi nei confronti dell’irrazionale, e in particolare dell’astrologia. «Freud vede questi elementi come proiezioni dell’inconscio individuale: per lui il superstizioso colloca nel mondo esterno le motivazioni dei suoi atti casuali, che andrebbero invece ricercate nei processi inconsci», racconta Chiara Ripamonti, psicoanalista e psicoterapeuta, ricercatrice all’Università di Milano-Bicocca. Jung, invece, considera segni e pianeti astrologici come simboli di processi archetipici, nati dall’inconscio collettivo. «È come se ci fosse un filo rosso che lega l’umanità, consentendoci di accedere a una dimensione diversa da quella cui siamo abituati, a una realtà universale arcaica che ci permette di andare oltre al dato di fatto», spiega Ripamonti.

«Un allargamento degli orizzonti a temi di carattere culturale, religioso o spirituale come la mitologia e la fiaba fa parte del pensiero di Jung, e in questo rientra anche l’attenzione al paranormale e alla lettura dei segni del cielo», spiega Marco Garzonio, psicoanalista e psicoterapeuta. È uno dei fili conduttori del percorso intellettuale di Jung, dalla tesi di dottorato, dedicata ai fenomeni occulti, al saggio sugli UFO Un mito moderno: le cose che si vedono in cielo, che analizza le motivazioni psicologiche degli avvistamenti.

Fonte: Le Scienze – 29 novembre 2007<

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