Uno studio condotto al National Hospital di Londra ha scoperto come individuare il morbo cerebrale molto prima che si manifestino i sintomi.

Da oggi sarà possibile identificare il morbo di Alzheimer prima che se ne manifestino i sintomi. E’ quanto emerge da uno studio condotto da un team di ricercatori del National Hospital di Londra e pubblicato dalla rivista medica “Lancet”. L’indagine ha rivelato che il cervello inizia a perdere tessuto a ritmo accelerato sin da cinque anni prima che la patologia dell’Alzheimer inizi a diventare evidente. Per giungere a questo risultato, lo staff di ricercatori ha studiato quattro famiglie che avevano alle spalle storie di Alzheimer: 44 persone di cui quattro con una mutazione genetica che comportava una familiarità ereditaria alla malattia, 20 con una diagnosi di “probabile Alzheimer” e 20 soggetti sani. All’inizio dello studio nessuno dei pazienti aveva ancora manifestato sintomi di Alzheimer, che sono apparsi invece successivamente. Ogni individuo è stato sottoposto a un esame MRI (una serie di risonanze magnetiche) almeno una volta all’anno da cinque a otto anni. Usando una tecnica scanner per immagini, la voxel-compression mapping, i ricercatori sono stati in grado di confrontare i cambiamenti del cervello che evolvono all’avanzare della malattia localizzando le aree di deterioramento.

Dall’indagine è emerso che, con il passare del tempo, tutti e quattro i pazienti con una familiarità ereditaria hanno sviluppato la malattia. In ogni individuo è stato riscontrata una perdita di cellule celebrali nella stessa zona dell’encefalo: in particolare è stato notato che l’Alzheimer ha origine nell’ippocampo, la parte del cervello che controlla, contiene e “rifornisce” la memoria. Nei casi sospetti le lesioni in questa parte del cervello erano molto più ampie e diffuse. Uno degli autori della ricerca, il dottor Nick Fox, ha dichiarato che il passo avanti compiuto lascia sperare che si potrà intervenire con una terapia sin dalle primissime fasi del male. In questo tipo di patologia rimane molto importante diagnosticare precocemente in modo da intervenire terapeuticamente prima che il processo di deterioramento cerebrale sia irreversibile. Con gli attuali metodi l’Alzheimer non può essere diagnosticato clinicamente prima di dieci anni dal suo decorso e a tutt’oggi non esistono strumenti in grado di rallentare il decorso della malattia. Tra i nuovi tipi di farmaci utilizzati sperimentalmente in America, quello che finora ha dato i risultati più promettenti è la tacrina, che sembra migliorare la memoria e la concentrazione in alcuni pazienti.

Questa sostanza è in grado di inibire l’enzima responsabile della distruzione dell’acetilcolina, un neurotrasmettitore interessato alla trasmissione di messaggi da una cellula all’altra che gioca un ruolo importante nei processi di memoria. Alcuni medicinali neurolettici, invece, possono aiutare a ridurre l’agitazione o l’aggressività del paziente. Gli strumenti finora utilizzati, dunque, contribuiscono ad alleviare i sintomi dell’Alzheimer ma non curano la malattia. Tuttavia, gli scienziati pronosticano che, quando ci saranno nuovi farmaci disponibili, sarà fondamentale poter riconoscere il morbo al suo stato primordiale, quando c’è ancora molto da salvare. L’Alzheimer, infatti, è attualmente la più comune delle demenze dell’anziano: colpisce più del 5 per cento degli individui di 60 anni d’età, circa 15 milioni di individui nel mondo ne sarebbero affetti, 700mila in Italia, 50mila nel solo Lazio. Si tratta di una malattia degenerativa caratterizzata dalla morte dei neuroni della corteccia cerebrale con comparsa di alterazioni chiamate “grovigli neurofibrillari di Alzheimer” e “placche neuritiche”.

Con la comparsa del morbo, così chiamato dal nome del celebre neurologo tedesco Alois Alzheimer che per primo ne descrisse le principali alterazioni istologiche, il cervello va incontro a una progressiva atrofia. Le fasi iniziali sono spesso prive di manifestazioni eclatanti: si inizia con una riduzione della memoria a breve termine accompagnata da depressione, ansia e improvvise alterazioni del comportamento. Il decorso è caratterizzato da un progressivo declino della memoria, dell’orientamento nel tempo e nello spazio, della fluidità del discorso e della capacità di comprendere il linguaggio. Gradualmente anche la sfera del giudizio viene intaccata, diviene sempre più difficile fare calcoli o eseguire azioni complesse con fini determinati (fare la spesa o prendere un autobus per tornare a casa). Infine si perde la padronanza di tutte le funzioni corporee compreso il controllo degli sfinteri e la deambulazione, che diventa a piccoli passi strascicati, rigida ed impacciata. Il decorso può durare anche per dieci o più anni se non intervengono malattie concomitanti. Tra i principali fattori di rischio per lo sviluppo della malattia ci sono: la presenza di uno specifico gene che codifica la sintesi della apolipoproteina E4 sul cromosoma 19 e 14, aver riportato in passato uno o più traumi cranici, far parte di una famiglia con più membri affetti dalla malattia, essere stato affetto da infarto miocardico o angina.

Tra i fattori di prevenzione sembrerebbero esserci l’esercizio fisico, una scolarità elevata, l’uso di farmaci anti-infiammatori (aspirina), di sostanze anti-ossidanti (vitamina C, E e carotene), di estrogeni nelle donne in menopausa. Tenere allenato il cervello sembra comunque uno degli elementi essenziali: è stato dimostrato in studi di laboratorio che impedendo alle cellule nervose di ricevere stimoli, si favorisce la formazione su di esse delle placche di sostanza amiloide, caratteristiche del morbo di Alzheimer. Finora la diagnosi di demenza si basava sulla storia clinica del malato e sull’esecuzione di alcuni test psicometrici come il Mini Mental Status Exam, (Folstein, 1975) o il Blessed Orientation Memory Concentration (Katzman et al., 1983). L’esame sperimentato al National Hospital di Londra apre interessanti prospettive per la ricerca sulla malattia, in attesa che la scoperta di nuovi farmaci dischiuda anche nuove possibilità dal punto di vista clinico.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here