Convegno organizzato da CCPB

Il settore del biologico in Italia è cresciuto molto. Ora è pronto a confrontarsi in modo serio con tutti gli altri settori e – cosa abbastanza nuova – con l’industria”. Da questo punto è partito Lino Nori, presidente del Consorzio per il Controllo dei Prodotti Biologici, che ha aperto il convegno “Dove va l’alimentazione” in calendario al SANA di Bologna.

IL CONFRONTO CON LA SITUAZIONE ALIMENTARE A LIVELLO MONDIALE. LA FAO: DIFFERENZE SIA SULLA DISPONIBILITA’ CHE SULLA SICUREZZA DEGLI ALIMENTI.
Se il tema è “dove va l’alimentazione”, non si può ignorare che la principale sfida con cui la comunità è chiamata a misurarsi è l’eliminazione della fame e della povertà dal mondo. Cifre alla mano, lo evidenzia in modo chiaro Enrico Casadei, della Divisione Alimentazione e Nutrizione della FAO di Roma. La popolazione mondiale è di miliardi di persone: 800 milioni sono sottoalimentate e soffrono di fame cronica. Si sono fatti progressi importanti negli ultimi 30 anni: l’approvvigionamento alimentare medio pro capite nel mondo è aumentato del 18% La Kcal. Di cui una persona mediamente dispone al giorno sono 2.

782. Naturalmente è una media: se si vanno a vedere le situazioni specifiche, specie nei Paesi in via di sviluppo, la situazione non è altrettanto confortante. Per questo è importante il prossimo vertice FAO di cui tanto si sta discutendo. Nel primo summit della FAO, avvenuto nel 1996, ci si diede l’obiettivo di ridurre del 50% la fame nel mondo entro il 2015. In pratica si trattava di passare da 800 milioni di affamati a 400 milioni. Noi sappiamo già che per quella data non ce la faremo. Ecco perché è importante il prossimo summit: servirà a capire quali sono le strategie da rivedere. La fame nel mondo non è solo questione di tecnologie. E’ più spesso una questione di politica. Tornando ai dati FAO, sono 40 milioni le persone che soffrono di gravi carenze da vitamina A (che porta alla cecità). 740 milioni di persone soffrono di carenza di iodio: cosa che compromette la crescita mentale e fisica. Due miliardi di persone soffrono di anemia da ferro. Ovviamente più colpiti sono i bambini: il Sud Sahara è la regione con percentuale più alta di bimbi ammalati; Cina e India si collocano al primo posto come valori assoluti.

Ecco che è necessario spezzare il circolo bassa produzione = sottosviluppo = malnutrizione. Altro aspetto su cui serve tenere altissima l’attenzione è quello della sicurezza dei prodotti. Nei supermercati del mondo sono disponibili 15mila prodotti provenienti da tutto il pianeta. Questo è il frutto della globalizzazione. Lo scambio facilita la scelta maggiore del consumatore però comporta anche maggiori rischi di avere alimenti a qualità non sicura. In America, uno dei paesi più attenti ai controlli, ogni anno si registrano 12,3 milioni di casi di intossicazioni alimentari. Il 70% dei casi di diarrea nel mondo deriva da assunzione di cibo contaminato. Per questo una task force sta lavorando in Giappone per preparare un Codice internazionale per l’igiene alimentare. I lavori si concluderanno nel 2003.

IL RAPPORTO CON L’INDUSTRIA
Dopo anni di reciproca diffidenza, dal Sana arrivano dichiarazioni di pace tra il mondo biologico e quello dell’industria. “Noi possiamo avere una grossa parte di sviluppo del biologico. Non c’è contrapposizione” dice Giorgio Sampietro, Presidente di Federalimentare”.

I concetti di qualità, sicurezza, tipicità e garanzia del consumatore – prosegue Sampietro – sono prerogative dell’intera industria alimentare italiana e l’obiettivo è quello di lavorare insieme, “affinché siano applicate regole precise e stringenti. L’obiettivo di Federalimentare è quello di costruire un sistema integrato, in collaborazione con l’agricoltura e la distribuzione. In questo sistema dell’agroalimentare italiano devono trovare spazio e qualificazione sia il prodotto industriale che il Dop/Igp che il biologico che le nicchie tradizionali”. La pensa allo stesso modo anche Paolo De Castro, ex ministro dell’Agricoltura, oggi presidente di Nomisma, che considera il “prodotto differenziato” (cioè l’insieme di biologico e Dop) in grado di costituire per l’industria alimentare italiana lo stesso traino rappresentato dalla haute couture dei vari Armani, Versace e Valentino rispetto al settore del tessile Made in Italy. “La globalizzazione avviene nostro malgrado – dice De Castro – La nostra risposta sta nella capacità di differenziarci, di mostrare al consumatore che i nostri prodotti sono diversi”.

Secondo i dati citati da De Castro, cresce la vendita di prodotti tipici europei (vini, formaggi) mentre la vendita delle commodity prodotte in Europa (zucchero, farina) è in calo. Questo aspetto va considerato anche in prospettiva della imminente revisione di Agenda 2000, lo strumento con cui la Comunità Europea ripartisce gli 80mila miliardi (in lire) che ogni anno mette a disposizione del sostegno del reddito degli agricoltori europei. Finora – secondo De Castro – la parte del leone l’hanno sempre fatta i Francesi che hanno saputo puntare molto sui loro prodotti tipici.

L’EVOLUZIONE DEI CONSUMI ALIMENTARI IN ITALIA.
Il vecchio Istituto italiano di Nutrizione ha cambiato nome e “ragione sociale”. E’ diventato l’INRAN, Istituto Nazionale di Ricerche per l’Alimentazione. “Ora per legge ci occupiamo anche di tutelare il consumatore” spiega Giovanni Quaglia, direttore dell’Unità Tecnologie Alimentari. Ma il concetto di qualità è vago. “Bisogna attribuirgli dei contenuti dinamici, cioè che tengano conto dell’evoluzione della società” aggiunge Quaglia. Quindi occorre partire analizzando le due variabili che determinano l’evoluzione dei consumi:
1) Variabili socioeconomiche come il mutamento nell’organizzazione del lavoro (orario continuato, più lavoro femminile, maggiori distanze) che hanno abolito il pasto di mezzogiorno in famiglia. O come i mutamenti demografici (invecchiamento popolazione, nuclei monocomponenti, famiglie senza prole, flussi migratori).
2) Variabili socioculturali: influenzano le scelte alimentari anche fattori come l’istruzione, la religione, la professione e addirittura l’area geografica di residenza.

Da queste variabili bisogna estrapolare il nuovo modello di qualità alimentare che, dunque, deve tener conto di:  Maggio attenzione all’ambiente (prodotti biologici, commercio equo e solidale);
– Ricerca del benessere soggettivo;
– Sicurezza alimentare;
– Ricerca servizi di “time saving” che velocizzino l’acquisto e la preparazione dei cibi;
– Destrutturazione dei pasti (l’industria alimentare tiene conto del fenomeno di snacking per cui vende cibi di misura più piccola dei monodose. Es. per i gelati).

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