Ospitiamo in questo spazio l’interessante lettura del film “2001 Odissea nello Spazio”, gentilmente concessaci da Massimo Calanca. La lettura del film è sviluppata attraverso il metodo Sophiartistico. Essa introdurrà i lavori di CinemAvvenire, la manifestazione che alla Mostra del Cinema di Venezia raccoglie più di 200 giovani e al termine della quale assegna i premi per il miglior film in concorso e la migliore opera prima (con 150 milioni offerti dall’ANICA). La giuria è composta esclusivamente da giovani. L’iniziativa è promossa dalla Biennale, dall’ARCA e dal Ministero della Pubblica Istruzione, e realizzata da Gillo Pontecorvo e Massimo Calanca. Ci scusiamo con i lettori per la lunghezza dell’articolo non usuale per Internet e la nostra rivista. Abbiamo tuttavia scelto di non interrompere lo scritto in più puntate poichè ci è sembrato importante mantenere intatto il contenuto e il valore originale dell’articolo.“Ognuno è libero di speculare a suo gusto sul significato filosofico ed allegorico del film. Io ho cercato di rappresentare un’esperienza visiva, che aggiri la comprensione per penetrare con il suo contenuto emotivo direttamente nell’inconscio.” Stanley Kubrick

L’UMANITA’ VERSO IL TERZO MILLENNIO: un viaggio verso il nulla o verso una nuova dimensione? Fin dalle prime immagini Kubrick entra subito in argomento. Le drammatiche inquadrature dell’alba dell’uomo unite alla sinfonia di Strauss “Così parlò Zarathustra”: da un lato l’evoluzione della specie, dall’altro un tono profetico che accenna al mito nietzschiano del Superuomo. Come la vita si è evoluta dal più semplice al più complesso, fino alla specie umana, all’Homo Sapiens-Sapiens; e poi si è evoluta la cultura umana, dall’osso-clava all’astronave – è possibile che l’evoluzione porti oltre l’uomo, a qualcosa di più complesso e di superiore? Questo livello alto dei temi affrontati, è confermato anche dalle scelte formali di fondo: 2001 è un film fatto essenzialmente di immagini, musica e silenzi; è un film assai poco verbale, dalle inquadrature essenziali, dalle sequenze lunghissime e dai tempi lenti e dilatati.

Tutto ciò secondo noi conferma l’intenzione di alludere ad una diversa dimensione, ad una realtà altra rispetto a quella quotidiana e “profana”, cioè a quella che conosciamo abitualmente nella vita di tutti i giorni. Così come ha un senso la progressiva trasformazione delle forme contenute nelle inquadrature: dalle rocce frastagliate e dalle forme asimmetriche delle scene iniziali, dopo l’apparizione del monolite, che è in perfetto parallelepipedo, via via emergono e si affermano forme geometriche sempre più perfette, fino al cerchio che ritorna tante volte; e poi – dopo la “morte” di Hal, il cervello elettronico impazzito, le forme di nuovo si trasformano, si spezzano, si rompono, divengono fluide e mutanti, si ricompongono in nuovi assetti inediti per poi trasformarsi ancora. Fino ad una nuova situazione in cui assetti formali vecchi e nuovi, i mobili del settecento e i vestiti dell’astronauta, convivono unificati e integrati. L’alba dell’uomo All’origine della specie esistono gli istinti primordiali e le emozioni fondamentali, essenziali alla sopravvivenza: la ricerca del cibo e dell’acqua, l’aggressività finalizzata ai bisogni vitali, la paura durante la notte, lo stare in gruppo per sopravvivere.

L’apparizione del monolite segna un passaggio. Comunque si interpreti questo simbolo (la comparsa dell’autocoscienza, l’accensione dei primi barlumi di intelligenza, il segno di un’esistenza extraterrestre, il manifestarsi di una forza cosmica o la rivelazione della divinità), dopo questa esperienza l’ominide si trasforma. E il primo segno di questa trasformazione è un’intuizione, una nuova associazione mentale che gli fa scoprire l’uso di uno strumento per aggredire più efficacemente, cioè per essere vincente nella lotta per la sopravvivenza. Diventa carnivoro, uccide per una sorgente d’acqua e si sente molto potente. L’evoluzione passa anche di qui; anzi, la competizione, la lotta per la vita è uno dei meccanismi fondamentali dell’evoluzione sia biologica che culturale. Anche se ciò non ci fa piacere e sembra contrastare con il nostro desiderio di progresso culturale e spirituale, in natura tutto è competizione, per il territorio, per il cibo, per il sesso. Secondo i socio biologi e la teoria del “gene egoista”, addirittura sarebbero i geni che utilizzano gli individui e le organizzazioni sociali per sopravvivere e diffondersi.

Ma allora i progressi della cultura e dello spirito umano sono illusione? “No, perché l’evoluzione non è solo adattamento, necessità, determinismo; è anche rottura, innovazione, fuoriuscita, utopia. E quindi scacco, nuova fuoriuscita, spinta verso il nuovo, il più alto, il sublime. C’è un unico processo che si è svolto nel corso di miliardi di anni, un processo evolutivo che ha prodotto la natura animata. E questa natura animata, già fin dai suoi albori, fin dalla molecola, fin dal protozoo è sempre stata tensione verso l’alto, rottura con se stessa, superamento. Con la comparsa dell’uomo e della coscienza (il monolite?) questo processo è divenuto culturale. L’evoluzione continua come cultura, come scienza. L’essere umano ha dovuto distaccarsi dalla natura, contrapporsi ad essa, sognare una patria spirituale per progredire. Ma questa patria spirituale è scaturita, essa stessa, dall’evoluzione” Sono passati 15 miliardi di anni dal big-bang e l’universo si è espanso, partendo da una dimensione pari a quella di un atomo di idrogeno fino ad arrivare a quella attuale di 15miliardi di anni luce.

L’energia è diventata luce e poi materia e poi vita. Circa tre milioni di anni fa è nato l’uomo e con l’uomo la dimensione psichica, la coscienza, l’intelligenza, la cultura e la spiritualità. E oggi, quali trasformazioni stanno preparando? Se l’intelligenza è la dimensione che la specie umana ha sviluppato per avere il sopravvento sulle altre specie animali, quale sarà la nuova dimensione che l’umanità deve sviluppare? Tutto questo, che a noi richiede centinaia di parole per essere detto, Kubrick lo sintetizza magistralmente in un linguaggio cinematografico essenziale. Con una scelta audace di montaggio analogico – che è diventato un esempio classico di questo tipo di soluzione linguistica – l’osso-clava si trasforma in astronave, a significare che quel passaggio evolutivo è stato il primo anello di una lunga catena che ha portato fino ai nostri giorni e all’attuale civiltà tecnologica. E l’astronave ha una strana forma allungata con una punta sferica; una forma che – ancora di più nella nave spaziale che più tardi si muoverà verso Giove – richiama quella di una specie di spermatozoo.

Anche questo ci richiama alla mente il discorso già accennato sui geni, che viaggiano nel cosmo – in modo analogo che in uno spermatozoo in cerca dell’ovulo – alla ricerca di una nuova espansione evolutiva. Torneremo più avanti su questo viaggio della vita in cerca di una nuova espansione, di un nuovo salto evolutivo, e sull’analogia che questo ha con il viaggio di Ulisse (non è un caso, il richiamo all’Odissea). Per ora soffermiamoci sul fatto che il senso di onnipotenza dell’ominide armato del suo osso è diventato in poche immagini illusione di dominio dell’uomo sull’Universo attraverso l’intelligenza e la tecnologia. Dal tono ispirato e profetico del “Così parlò Zarathustra” di Richard Strauss – due note in crescendo verso l’alto, in cui il timbro magmatico iniziale degli archi e dei fiati prende sempre più forma precisa, fino a inquadrarsi nel ritmo ordinato di drammatici e ossessivi colpi di timpano – si passa a quello apparentemente rassicurante del “Danubio blu” di Johann Strauss, col suo lento ritmo circolare ed il perenne ritornare su se stesse di note e frasi simili che si fanno eco tra loro, dalla cui fatua gaiezza traspare l’inquietante drammaticità di un mondo che si avvia inconsapevole alla sua crisi.

Per J.Strauss era il mondo ottocentesco, con il suo ottimismo positivista, che danzava sull’orlo delle guerre e delle ideologie distruttive del Novecento; per Kubrick è il dominio della ragione realizzato dai primi due millenni di storia dell’occidente che procede lentamente verso la crisi che rischia di distruggere l’umanità. “Il mondo di 2001 è pronto a morire, è maturo per la morte, come sottolinea la musica intensamente malinconica di Kachaturian che accompagna l’esistenza monotona e vuota dei cosmonauti all’interno del Discovery”. La terra con i suoi antichi conflitti sembra lontana (da questo momento il mondo terrestre ci apparirà soltanto attraverso immagini del videotelefono o di una videoregsitrazione); gli ambienti delle astronavi o delle stazioni spaziali sono del tutto artificiali, asettici come i pasti che consumano gli astronauti e freddi, come i geologi ibernati la cui vita è ridotta a deboli segnali elettronici. Tutto sembra tranquillo e “sotto controllo” e il tempo trascorre lento in modo esasperante, come i passi interminabili delle hostess che camminano in assenza di gravità.

L’intelligenza umana, attraverso la tecnologia, ha esteso il suo dominio sull’universo, il cervello e il sistema nervoso dell’uomo si sono sviluppati al di fuori di lui, in intelligenze artificiali al suo servizio e in reti di comunicazione interplanetarie. Ma il monolite nero riappare a sconvolgere tutta questa apparente sicurezza, a mettere in crisi l’insieme delle conquiste realizzate dall’intelligenza umana. E’ una scoperta inquietante, da tenere nascosta, sperando di scoprirne la ragione e di ricondurla dentro l’edificio conosciuto del pensiero e della cultura. Per questo si organizza la missione del “Discovery 1”, il cui vero scopo è ignoto agli astronauti David Bowman e Frank Pool e ai loro compagni di viaggio ibernati, e di cui è depositario soltanto il super cervello elettronico Hal 9000, cui è stato affidato il totale controllo dell’astronave, dalle più complesse funzioni di navigazione spaziale ai più semplici servizi all’equipaggio umano. Il nome di Hal 9000 nasce dalle iniziali che compongono i due metodi di conoscenza e comunicazione: heuristic (euristico) e algoritmic (algoritmico); ma è anche contemporaneamente un criptico ed ironico omaggio all’IBM, perché è stato inventato da Kubrick utilizzando le lettere che, nell’alfabeto, precedono quelle della multinazionale informatica.

E’ il massimo che l’intelligenza umana abbia saputo produrre, la sua serie non ha mai commesso il benché minimo errore, tanto che appare più affidabile nel condurre la missione degli stessi uomini di cui è al servizio. L’intelligenza è stata essenziale nell’evoluzione umana, ma ora non basta più, per quanto sviluppata e sofisticata essa sia diventata. Affidarsi solo all’intelligenza è pericoloso per l’umanità e c’è il rischio della distruzione totale. Le emozioni e gli istinti appartengono alle origini primordiali dell’uomo, a quello che i neurologi definiscono “il cervello rettile”. Lo sviluppo evolutivo della neocorteccia ha permesso all’uomo di metterli sotto controllo, col risultato positivo di costruire le società più complesse e via via la moderna civiltà. Ma l’imperialismo dell’intelligenza si è tradotto in rimozione totale delle emozioni e degli istinti, e quindi in separazione dalla natura e dalla vita con cui essi mantengono l’uomo in rapporto più diretto e immediato. Mentre la natura e la vita procedono dialetticamente e per cicli di morte e rinascita, l’intelligenza procede linearmente forzando questi ritmi vitali e pretendendo il dominio sulla realtà.

Ma così diventa mostruosa e distruttiva. Come Hal, che apparentemente privo di sentimenti e seguendo soltanto la sua logica di salvezza della missione, in realtà pone se stesso al di sopra di tutto anche a costo di distruggere la vita umana. La psicoanalisi ci ha insegnato che gli istinti e gli impulsi rimossi continuano a lavorare in profondità, condizionando le scelte apparentemente logiche della ragione, rendendo ancor più pericoloso il suo procedere “diritta come una spada”. La moderna psicologia scopre sempre più il valore delle emozioni, che vanno conosciute ed elaborate, fuse ed armonizzate con l’intelligenza per guidarla verso processi culturali e sociali costruttivi e creativi. Hal, sotto la sua enorme “neo-corteccia” elettronica, nasconde ricordi infantili e sentimenti umanissimi: via via che David esclude i circuiti che presiedono alle funzioni più evolute e sofisticate della sua intelligenza, emerge la paura e una cantilena di bimbi che via via si perde nell’indistinto, nel ritorno ad una dimensione pre-verbale. E in questo passaggio, pur essendo dalla parte di David, noi ci identifichiamo con Hal e ci commuoviamo.

La regressione di Hal è insieme un ritorno all’infanzia individuale e ai primordi dell’umanità, perché nel nostro cervello e nel nostro sistema nervoso è impressa sia la nostra storia personale ontogenetica, sia quella filogenetica della specie. Le trasformazioni decisive, i passaggi evolutivi fondamentali, sia nell’individuo che nella specie umana, anche se procedono “in avanti” verso la crescita, “dal già raggiunto al non ancora”, non avvengono in modo lineare, ma richiedono momenti di crisi in cui bisogna fare i conti con tutto il nostro passato e la nostra storia, per individuare un nuovo equilibrio del soggetto, una nuova forma dell’essere, una nuova soluzione creativa che ci spinga verso il futuro. “L’uomo supera lo stadio animale con la tecnologia e raggiunge lo stato del superuomo liberandosi di questa stessa tecnologia” e recuperando la forza e il calore degli istinti e delle emozioni. Così David Bowman – come un nuovo David contro il nuovo Golia, l’imperialismo dell’intelligenza – deve far ricorso alla distruttività (l’unico movimento veloce e violento della seconda parte del film è l’esplosione per il rientro d’emergenza) e ai suoi istinti animali primordiali per uccidere Hal, il mostro onnipresente e minaccioso.

Questo gesto estremo avvia il processo di trasformazione. Nel cielo di Giove il monolite nero appare per la terza volta, prima del di tuffo di Bowman “oltre l’infinito”. La porta della dimensione spazio-tempo si apre ed inizia un viaggio nella luce, nei colori, nelle forme, nel mistero della materia; e lo sguardo esterrefatto dell’astronauta si mescola via via alle fantasmagoriche visioni, fino ad essere unificato con esse Il viaggio conduce in una specie di stanza segreta, in una nuova dimensione del tempo e dello spazio, dove il passato, il presente ed il futuro convivono; dove soggetto e oggetto non sono più distinti; dove David è contemporaneamente quello attuale e un vegliardo morente e sereno che indica con un dito David stesso e un feto dai grandi occhi stupiti, che è sempre David, cioè l’uomo, che muore alla sua vecchia esistenza e contemporaneamente nasce ad una nuova. Ma a che cosa di nuovo nasce l’uomo? Questo Kubrick non ce lo dice. Si limita ad indicare ciò di cui dobbiamo liberarci (gli eccessi dell’intelligenza e della tecnologia) e ciò che dobbiamo riconquistare (gli istinti, le emozioni, il corpo), per poter seguire l’invito, la spinta a trasformarci che è presente nell’universo, e che incontriamo nei momenti cruciali di passaggio, dentro e fuori di noi (sulla terra, sulla luna, nel cielo di Giove, nella nuova dimensione raggiunta da David, la presenza costante del monolite è come la testimonianza di una memoria universale, di un codice genetico, un progetto cosmico, un DNA cosmico presente nell’universo e nell’uomo).

Kubrick ci dice anche che questa trasformazione è possibile, nonostante i rischi di distruzione che l’umanità deve attraversare. Ma di più non ci dice. Primo elemento: nella nuova dimensione raggiunta da David, abbiamo detto, il tempo e lo spazio attuali sono sconvolti, soggetto ed oggetto coincidono, come pure passato, presente e futuro. Una del tutto simile situazione viene descritta come unità e fusione con il Tutto (sia esso chiamato Dio, o l’Universo, o il Cosmo) dai mistici di tutte le religioni e di tutte le culture. Nelle esperienze mistiche ed estatiche6 l’individuo fuoriesce da se stesso, dai confini che lo separano dal resto della realtà, addirittura esce dal mondo conosciuto, per compiere “le nozze con l’infinito”, cioè una funzione armonica con il tutto, ma intimità con l’Assoluto, al di là del tempo e dello spazio. E i protagonisti di queste esperienze, testimoniano di aver conquistato attraverso di esse la percezione di un divenire cosmico, di una elevazione della natura e dell’uomo; ed essi stessi si percepiscono soltanto come coloro che anticipano, per un istante, questo contatto, ciò che sarà comunque il destino finale di ogni cosa.

Possiamo provare a farlo noi, non in modo arbitrario, ma utilizzando i segnali che ci vengono dal suo film. Perché l’opera d’arte a volte esprime significati ignoti allo stesso artista che l’ha creata. Secondo elemento: il titolo del film ci parla di un’Odissea. Possiamo interpretare questo termine banalmente, con il significato che ha assunto nell’uso linguistico di “viaggio drammatico e pericoloso”, magari verso qualcosa di sconosciuto e quindi di misterioso. Oppure possiamo leggerci un riferimento più profondo al mito di Ulisse. Un mito che è stato sempre interpretato come riferimento ad una profonda trasformazione dell’uomo, dall’ingenuità quasi infantile dell’eroe epico alla maturità, alla complessità e alla saggezza dell’eroe moderno. Dante Alighieri ha messo in bocca ad Ulisse il suo invito all’umanità a seguire il proprio destino di andare oltre “la condizione animale (“considerate la vostra semenza, fatti non forse a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza”); e James Joice ha cercato di rileggere la banalità e la drammaticità della condizione dell’uomo contemporaneo come un passaggio della ricerca di Ulisse verso una nuova dimensione umana.

Ulisse è colui che, per curiosità e per destino, – dopo aver attraversato vincente la dimensione epica dell’eroe – ha messo sé “per l’alto mare aperto”, affrontando tutti i pericoli e le sofferenze che un uomo può sopportare, attraversando tutte le minacce e le lusinghe del mondo degli uomini e degli dei, per ritornare alla sua donna e riconquistare il suo regno. Ma l’epilogo delle sue vicende è soltanto il ritorno ad Itaca? O tutto ciò non allude a qualcosa di più profondo e di grande? Recentemente, l’opera di Omero è stata riletta in modo originale e affascinante. Nell’Iliade è stato visto il mito del meccanismo fondamentale della vita, che si rinnova e si tramanda attraverso la morte-rinascita. Le armate achee devono espugnare Troia con l’inganno del cavallo di legno, che contiene 23 guerrieri nascosti, tanti quanti i cromosomi della cellula, per riconquistare la bellezza di Elena. Ma si tratta di una bellezza effimera, sottoposta al rapimento, al degrado, alla vecchiaia, alla morte. La vita ha costruito uno stratagemma meraviglioso per riprodurla e rinnovarla – quello appunto della morte-rinascita – ma si tratta di un meccanismo che tramanda la vita della specie, ma non esime gli individui dalla morte.

“Con la comparsa dell’uomo, la spinta evolutiva è continuata attraverso le creazioni dell’intelligenza e dell’arte, le scoperte tecniche e scientifiche, le costruzioni sociali che si succedono in un progresso discontinuo, per tentativi ed errori……” “….. L’individuo cosciente, questo fiore straordinario sorto sulla pianta dell’evoluzione, non ha accettato il suo ruolo di fugace trasmettitore di geni. Ha scelto per sé la vita, la permanenza, la durata”. Tutta la ricerca dell’uomo, almeno in epoca storica, è stata indirizzata in fondo ad un unico obbiettivo: prolungare la vita, combattere e sconfiggere il dolore e la morte, conquistare l’immortalità. Tecnologia, scienza, filosofia, religione, arte, sono state finalizzate a questo compito essenziale. E’ stata una ricerca che ha dato i suoi frutti – pur tra tante contraddizioni ed errori. La filosofia e la religione hanno offerto nel corso dei millenni a miliardi di uomini una speranza di immortalità, oltre che un fondamento all’azione morale. La scienza e la tecnica nell’odierna civiltà occidentale hanno prolungato notevolmente la vita umana.

Ma è l’arte l’attività umana per eccellenza che ha vinto la morte e l’entropia, andando oltre lo spazio ed il tempo e aprendo le porte all’immortalità umana. Se mettiamo insieme sia il primo che il secondo elemento che abbiamo individuati, e li leggiamo come segni più o meno consapevoli che l’artista ha consegnato alla sua opera, diventa legittima, tra le letture possibili del film, anche quella di un’apertura alla speranza umana di immortalità? L’Odissea – quella di Omero così come quella di Kubrick – può essere letta allora anche come il viaggio doloroso e travagliato che deve compiere l’uomo che non si accontenta più della bellezza creata dalla natura – Elena, meravigliosa ed effimera come un fiore – ne della vita soggetta alla morte, ma vuole percorrere il cammino fatto di tutte le morti-rinascite spirituali necessarie, compresa la discesa nel mondo dei morti, per trasformarsi in artista della vita, creare una nuova bellezza non più soggetta al ciclo infinito della morte-rinascita, una forma di energia, insieme materiale e spirituale, capace di andare oltre lo spazio e il tempo di questo universo per diventare immortale? Questo potrebbe essere – dopo il pessimistico esito del Dottor Stranamore – il messaggio di speranza che Kubrick affida con questo film all’umanità del Terzo Millennio.

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